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AMORI ROMANI di Antonio Pascale | Rivista Origine

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AMORI ROMANI di Antonio Pascale

A Roma, per qualche tempo, ho guardato le ragazze attraversare la strada. Venivo da Caserta dove cambiare marciapiede è una cosa che impari subito, io, infatti, già a sei anni attraversavo che era una bellezza. In pratica, devi solo buttarti per primo e poi fare segno alla macchina di rallentare.
Non è niente di che, quando attraversi la strada in una città di provincia, puoi continuare a parlare con il tuo amico oppure litigare con qualcuno.
Giusto per dirne una, una volta, da piccolo, ho pure cominciato una dichiarazione d’amore esattamente in mezzo alla strada.
Certo, l’attraversamento subisce soste e ripartite, a tratti puoi camminare sbilenco, bello e buono cambi direzione perché la macchina non si ferma. Ma in fondo non è mica pericoloso, nessuno che io conosco è mai finito sotto una macchina.
A Roma, invece, nessuno si butta quando pare a lui, soprattutto le ragazze. È pericoloso, infatti, nemmeno ero arrivato che mi hanno detto: «Ti devi stare attento, che qua t’arrotano».
Non solo, la prima immagine che ho di Roma è quella di un uomo finito sotto la macchina, davanti la stazione Termini. Uno sprovveduto, stava messo pure molto male, una donna gli teneva la mano. Non l’ho guardato più di tanto, se fossi stato a Caserta mi sarei fermato e avrei pure commentato, invece, quel giorno sono andato via.
Questa, per inciso, è stata la seconda cosa che ho imparato. In città, gli sguardi sono veloci come un respiro. Ancora non ho capito se si tratta di pudore, nel senso che in fondo mi sono immaginato al posto di quel signore, appena arrotato, con tutti gli sguardi addosso e allora pensai: almeno il mio sguardo glielo risparmio. O se, chissà, è solo la mia indifferenza, ho tanti sguardi ancora davanti a me che posso permettermi il lusso di sprecarli.
Fatto sta che a volte gli sguardi sono sì come un respiro intenso, una boccata di vita, però passano: il fiato, all’improvviso, se ne va.
Tornando a noi, a Roma, non ci sta niente da fare, bisogna aspettare il semaforo.
Così guardavo sempre le ragazze che attraversavano. Le guardavo quando stavano tutte pronte e attente, e poi quando scattavano al verde, con le spalle diritte, il passo veloce, e via verso il marciapiede di fronte.
Le guardavo perché, per un attimo, in questa fuga, da un lato all’altro della strada, sembravano tutte belle, sicure di sé, senza incertezze o ambiguità. Non aspettavano nulla più del dovuto, sapevano da dove partivano e dove sarebbero giunte. Insomma, belle, non perché lo erano fisicamente, mi piacevano perché sembravano indipendenti, contavano solo sul loro passo.
A Roma però, qualche volta, le ragazze si sbagliano. Si avviano per la strada e, non per distrazione ma per troppa sicurezza, si trovano in un guaio.
Dieci anni fa, in un aeroporto olandese, durante una giornata di nebbia, un pilota partì senza aspettare l’ok della torre. Il suo secondo non ebbe il coraggio di fermarlo, perché questo pilota era bravissimo, aveva superato con un sorriso di sufficienza, una situazione molto complicata, una volta era atterrato senza carrello, un’altra con il motore in fiamme. Stava sopra l’Atlantico, aveva virato di 180 gradi e portato l’aereo a terra. Nessuno dei passeggeri s’era spaventato più di tanto. Un maestro insomma, per questo nessuno ha avuto il coraggio di fermarlo, e così l’aereo aveva preso in pieno un altro che stava proprio allora atterrando.
Questa è un’altra immagine che mi torna in mente quando vedo le ragazze che attraversano e sbagliano i tempi. Arrivano in mezzo alla strada e si fermano, s’accorgono che sono finite in mezzo alla nebbia, non c’è tempo per chiedersi come, allora si sbilanciano, alcune buttano le mani avanti. Spesso la borsa scivola dalla spalla, le impaccia.
Io sono provinciale, allora quando mi ritrovo davanti a questi movimenti fuori squadro, subito li riconosco, così mi fermo e le faccio passare. Poi, le seguo con lo sguardo mentre riacquistano sicurezza, rialzano le spalle e puntano diritte verso il marciapiede.
Ma una volta, che stavo con la moto, feci una di quelle frenate che fanno derapare la ruota posteriore. Tutto questo per evitare una ragazza che spuntava da dietro un autobus senza guardare. Mi misi più paura di lei. La feci passare, era tutta spaventata, con questa borsa scivolata, ferma sull’avambraccio. Aveva perso in un attimo la sua compostezza. Arrivò sul marciapiede, fece due passi, e poi si sedette su un gradino. Un calo di zuccheri, pensai. In fondo era estate, faceva caldo, mettici pure lo spavento.
Quando le andai vicino per chiedere come stava, vidi che aveva un segno rosso sulla spalla. Doveva essere il peso della borsa. E, infatti, pesava tanto. Questa è un’altra cosa che ho imparato, a Roma le ragazze hanno una borsa pesante, ma tanto che lasciano il segno sulla spalla. Si vede che portano più cose del necessario, non si tratta quindi solo di attraversare la strada, il percorso non va da un capo all’altro del marciapiede, può sempre capitare qualche cosa, qualunque cosa, per esempio, passare la notte fuori, lontano da casa, allora, meglio premunirsi.
Il fatto è che queste ragazze di Roma, che attraversano la strada con la borsa pesante che lascia il segno sulla spalla, non sono di Roma; vengono come me dalla provincia e nel giro di poco hanno imparato a cambiare passo; adesso lo allungano con creanza, ma per nascondere un peso, e, in fin dei conti, allora lo capisci meglio: sembrano belle solo perché sono sole.
Passano, e la cosa che pensi è: adesso le prendo. Poi le lasci andare perché corrono troppo veloci, però non ti scoraggi: ne passa un’altra, mo la inseguo. Poi nemmeno ci provi.
Sono belle perché sono sole, ma sono sole dentro, indipendenti, devono bastare a se stesse, la borsa pesante, il passo nuovo e tutto il resto. E allora: tu, in fondo, con loro, che c’entri?
Quel giorno, quando la ragazza che stavo mettendo sotto si sedette sul gradino, capii meglio la cosa, chissà se questa indipendenza di passo e dunque di pensiero, non la paghino cara. Chissà per quanto tempo resta il segno della borsa. E se diventasse un marchio? Adesso che i gesti sono tornati normali, la faccia ha perso colore, mo in questo momento, io posso fare veramente qualcosa? O sono incapace di comunicare?
Perché tutto passa velocemente. Lei si riprende ti ringrazia, riprende il passo, e quando la rivedi? Fossi ancora a Caserta, e che ci vuole? Basta che chiedo in giro, e prima o poi la riacchiappo.
Quando lei se ne andò, con il passo tornato normale, a me rimase solo una sensazione di pesantezza. Quasi la stessa che avevo provato a sollevare la borsa. Passò pure un autobus colmo di persone. Tutte schiacciate. Con questo caldo.
Che brutta cosa ’a gente, pensai.
andare alle feste
Vengo regolarmente invitato alle feste, qualche volta, d’estate, sulle terrazze. Prendo il vino e giro e rigiro, finché non mi metto a parlare con una ragazza, non la prima che incontro, però, ma una che mi piace.
Ora, prima di arrivare alla festa, capita che in alcune serate, attraversando in moto il Tevere, in un certo momento, diciamo intorno le 21.00, le luci di Roma siano gialle e soffuse. Tutto trema davanti a te, leggermente. O è un sogno, o ti stai risvegliando adesso. Comunque, nessuna delle due cose è spiacevole.
Quando è così, mi viene sempre in mente una sensazione infantile: partivamo per la Calabria, d’estate, alle due di notte, con tutti gli amici di famiglia e ci fermavamo alla piazzola d’ingresso dell’autostrada, prima del casello. C’erano le stesse luci, stesso colore, identica sensazione di tremore. Stavo per partire per una vacanza, il mondo quotidiano era alle mie spalle.
Così, adesso, poso la moto, metto il bloster e mi avvio alla festa, con la stessa sensazione di allora: sto andando in vacanza, e tutto intorno è giallo, e trema come un violino.
Mi metto dunque a parlare subito con lei. Ecco, quello che c’è fra me e lei, e quello che, soprattutto, c’è attorno a noi, si può definire come: la gioia di vivere. Il problema è che c’è qualcosa di ambiguo nella gioia di vivere.
Ci penso sempre dopo, quando me ne torno dalla festa o da casa della ragazza.
Ma per il momento, la gioia di vivere, quella che ci circonda e ci inebria, durante queste feste, ha qualcosa a che fare con l’intimità. Giro per i tavoli, sfioro i balconi, mi faccio strada tra un capanello di persone, mi siedo, mi rialzo, parlo, discuto, e tutti i presenti sembrano essere molto intimi.
Non accade subito, naturalmente. Il clima di intimità si rafforza con il passare della serata, hai parlato di politica, di un film veramente brutto e di un altro veramente bello, finché all’improvviso ti accorgi che le ragazze si accoccolano sulle sedie, tirano su i piedi, si tolgono le scarpe, altre, si sciolgono i capelli.
Io pure, divento subito intimo. L’ho appena conosciuta, mai vista prima, anche noi abbiamo parlato di un libro veramente brutto e di un altro veramente bello, poi faccio una battuta su di lei, lei, a sua volta, ha fatto una battuta su di lei. Perché alcune ragazze sono così, parecchio autoironiche, questo mi piace, e allora, individuo un punto divertente e ribatto, e poi ci provo con una domanda riservata, tanto lo so che non esistono domande indiscrete: solo le risposte lo sono. Ci sono delle serate dove tutto è indiscreto, e mi approssimo così velocemente alla vita intima della ragazza che lei mi dice guardandomi negli occhi: ho detto delle cose che non direi nemmeno a mia madre.
Pure a me capita di dire qualcosa di intimo. Dopo la confessione, c’è un momento di silenzio. Molto intimo che non disturba. Se si fosse in campagna, probabilmente si sentirebbero i grilli. In quel momento la guardi meglio e le scopri il segno rosso sulla spalla: avrà portato la borsa pesante fino a poco fa. Dunque? Sarà pronta per la notte? Che si fa?
Infatti, ha appena attraversato la strada con il passo indipendente. Certo, adesso ha avuto un piccolo crollo, mi ha confessato che ha avuto un aborto, ha una brutta storia alle spalle, ma, la caduta non sembra così sgrammaticata, non ha buttato le mani avanti, non si è piegata per lo spavento, anzi si è rannicchiata con creanza sulla sedia. Adesso sposta i capelli dal collo.
Mi sta chiedendo qualcosa? Sto per partire per le vacanze, mi aspetta il mare, incredibile: quasi vedo davanti a me la spuma dell’onda quando si rompe.
In pratica, ci siamo detti tutto, anche io ho fatto la mia parte, ho confessato che sono complicato, a volte faccio cazzate, lei si è messa a ridere e pure io. Ecco, adesso, entrambi abbassiamo lo sguardo, siamo colpiti e inteneriti. Cosa si fa? In fondo sta attraversando la strada, forse passerà e non la rivedrò mai più, bisogna chiamarla, alzare il tono e fermarla, oppure parlare sottovoce, solo a lei. Ci sono attimi, durante le feste, dove tutto è gridato e poi piano sussurrato. Stiamo cercando di impadronirci di qualcosa, in un modo o nell’altro, chiediamo complicità.
Allora, adesso dovremmo baciarci, forse ci siamo, eccoci preda della gioia di vivere: i sogni ci sembrano davvero migliori di noi.
Io, per esempio, aspetto e poi la bacio nell’androne delle scale, al buio. Che cosa strana…, provo, prima dell’emozione, un senso di potere che mi spiazza, ci so fare, oppure mi sono avviato in mezzo alla nebbia, senza tenere conto dell’ok della torre?
È questa l’ambiguità della gioia di vivere, ci penso quando torno a casa, e sono felice, perché ho fatto tutto in poco tempo, e domani ancora mi aspetta un’altra festa e poi sabato prossimo un’altra. Ho capito anche il meccanismo, ho individuato il target. Ma forse sto recitando, e se rischio di ripetermi?
È ancora la vecchia questione: attraversare la strada. Ti sembrano sole ma libere, e sanno portare i pesi, a me queste cose piacciono, insomma, mi piace chi cammina sotto la pioggia senza correre, lo trovo parecchio dignitoso.
Ma è così? Oppure mi sbaglio? Ma no, deve essere così, ti ha appena raccontato della vita che fa adesso, come si è ripresa dai problemi che ha avuto. Tu stesso ne hai sottolineato il coraggio, hai annuito sbattendo anche un paio di volte in più del necessario le palpebre, quando ti ha raccontato di come organizza ora la sua vita: va a correre tre volte a settimana, a cena ogni sera con gente nuova, si guarda intorno e frequenta molti degli incontri culturali, pensa che la vita è quella che appare, e bisogna godersi il godibile. Ha un buon analista che le ha insegnato a volersi bene e basta, con la vita di coppia, e parliamoci chiaro: è un inganno, tanto sempre soli si resta. Poi che palle: tutta la vita insieme.
Hai annuito e dopo l’hai baciata; è vero, che palle tutta la vita insieme; naturalmente, anche per questo l’hai baciata con trasporto.
Ma ora, sballottato dai sampietrini, adesso che la luce di Roma è cambiata, e vira verso il bianco acceso, adesso che sono troppi i riflettori puntati sui monumenti, tornando a casa, frastornato, confuso sia dall’emozione sia dalla freddezza del tuo metodo, ti chiedi: ma questa ragazza che ho baciato, che ragione ha di seguire un regime di vita così impostato alla soddisfazione dei bisogni, così rigidamente disciplinato, se non si è, appunto, ancora vittime della depressione?
Di nuovo la pesantezza nelle braccia. La serata è filata via liscia, eppure ti sembra di avere sollevato di nuovo una borsa pesante. Chiami il tuo amico, pure lui stava alla festa, gli racconti quello che è successo, e per farti coraggio gli ripeti quella frase che ti sembra indicativa: che palle tutta la vita insieme, insomma godiamocela, un po’ di leggerezza, che male c’è.
Peccato che il tuo amico ti dica: «Ma non ho capito? Sono due anni che non riesci a dimenticare Roberta e mi vieni a dire: che palle la vita insieme?».
Roberta era la tua ragazza. È vero, qualche volta, distrattamente, ancora ci pensi.
Che guaio, domani uscirai con la ragazza della festa, ma vi siete già detti tutto, la luce gialla se n’è andata, l’estate sta finendo, l’intimità di ieri si è fatta pesante.
Adesso, mentre vi fate una birra anche lei ti parla, certo, distrattamente, del suo ex.
Non sai che dirle, c’è anche il vento attorno a te. Cosa fai, lei è una foglia sballotata e l’aspetti a braccia aperte, oppure ti ripari dal vento dietro un muro?
Capita spesso di chiederti questa cosa, e ti viene sempre in mente il capodanno e una frase di Parise. Perché ci si ubriaca all’ultimo dell’anno? Perché in fondo ci crediamo che il nuovo anno sarà diverso, ci crediamo, ma siccome poi non siamo stupidi, ci crediamo fino verso le tre di notte, finché non abbiamo uno strano presentimento: meglio non indagare e cominciare a bere per dimenticarlo.
La gioia di vivere che ti conquista durante le feste, ha uno strano sottofondo.
Adesso sto bevendo anche io un po’ troppo. Il volto le è diventato tremolante. Come quando ci si risveglia dal sonno e non si mette bene a fuoco: mi sto svegliando o sto ancora sognando?
Fai l’amore con questa sensazione. La spogli e la stringi, le urli qualcosa nell’orecchio, la metti in una posa plastica. Ti rendi conto nel toccarla che sei vittima di una deprivazione sensoriale, forse non ti piace il suo odore, e per questo non senti più nessun odore, la sua pelle si eccita sotto le tue carezze oppure no? Nell’incertezza, non la sfiori ma stringi con forza e poi ti dài da fare con un soprappiù di energia. Sto fingendo di sapere fare l’amore?
chi non lavora
In questo su e giù fra le terrazze e la strada, due dichiarazioni antitetiche mi sballottano: ’a vo’ mettere o no, ’a capa a fa’ bene? E un’altra: si può continuare così per sempre. Non sai deciderti.
Ci sono alcune ragazze, tra quelle che attraversano la strada, che sono arrivate a Roma senza un vero e proprio lavoro. Dopo due settimane hanno un primo crollo, ma tu che stai in città da parecchio, le dici: «Guarda, ci vuole almeno un anno, almeno un anno per capire come devi muoverti». Lei annuisce e sbuffa, si vede che è scocciata, sicuramente non sei il primo: infatti, in questa settimana sei la terza persona che glielo dice.
Ora, la tua ragazza lavora in un call center, in outbound. Te lo sei fatto spiegare: in pratica, telefona alla gente per un appuntamento. Se quella persona accetta, guadagni un bonus. Un bonus vale un euro. Presto impari la tecnica per agganciare le persone, una frase, un frase appena, per sedurre la persona dall’altro capo del filo: «Lei converrà sicuramente con me che questa è una buona occasione». E spesso davanti a una frase così, non c’è altro da fare che convenire. Infatti conviene e tu guadagni un bonus. Poi un altro, diventi brava e guadagni più bouns. Ma non ti senti un granché. Tutta questa recita, questa seduzione imparata a memoria. Come è falso, tremolante provvisorio.
Così quando dopo il lavoro, lei ti vede, mentre passeggiate proprio quando le stai raccontando di un libro veramente brutto, lei ti dice all’improvviso: è tutto provvisorio nella mia vita, lavoro provvisorio, casa provvisoria, seduzione provvisoria, fidanzato provvisorio.
Ti guarda. A te piace l’autoironia nelle donne, tranne quando ti rimanda a una tua responsabilità. In fondo anche io sono provvisorio per altri motivi, non so nemmeno cosa fare: metto la capa a fa’ bene o vado a un’altra festa?
Nel frattempo esiti, in verità esita anche lei. Un giorno andate a una festa insieme, e intorno a voi c’è una gioia di vivere come non mai. Che belle facce di donna, ne guardi una, ha una matassa di capelli ricci e un sorriso che proprio ti piace. Ci parli, è arrivata a Roma da poco, fai una battuta, e lei ne fa un’altra su lei stessa. Come ti piace l’autoironia nelle donne.
Fate il conto delle cose da fare insieme, almeno cinque vanno fatte assolutamente, vi scambiate il telefono.
Ti giri, e la tua ragazza è lì, ti dice, scoraggiata: «Antonio, Antonio…». È un rimprovero strano, un rimprovero con sospiro. Fosse una scenata di gelosia sarebbe meglio. Ma il rimprovero con sospiro ha il sapore di uno smascheramento. Ti stai consumando ai suoi occhi.
Ti viene vicino e ti dice: «Per tutto il giorno uso le frasette a memoria per sedurre uno sconosciuto e avere un bonus, poi esco e m’accorgo che sono stata sedotta alla stesso modo. Da te, poi».
Sospiri anche tu, fai il conto di come ti senti. Ti stai deprimendo, vero? Quando le dici: «Guarda lasciamo stare» e lei ti ribatte: «Forse è meglio», dopo che vi siete lasciati e probabilmente mai più la vedrai, né per strada né alle feste future, pensi: perché l’ho lasciata andare così? Non funzionava davvero o in fondo per me la speranza di avere un rapporto stabile e maturo, fa più male della disperazione di non averlo. Sto dunque corteggiando la mia depressione allo stesso modo in cui corteggio, smodatamente la gioia di vivere?
Ci sono alcune ragazze che imparano presto a capire come funzionano le feste e quando qualcuno si avvicina nemmeno lo stanno a sentire, se gli piace ci vanno, ma per favore, dopo, non parlare: quel che è fatto è fatto, e ognuno al suo posto.
Oppure ci vanno, ma a metà, non appena la gioia di vivere si manifesta e le persone si accoccolano, loro, prendono la borsa pesante e se ne vanno: grazie a tutti, e scusate domani ho una giornata faticosa. Mentre attraversano la strada si sentono deprivate di qualcosa, allungano il passo, e pensano: mi sto avviando nella nebbia, dunque ce la faccio perché sono una brava pilota, oppure mi metteranno sotto perché non voglio più avere secondi al mio fianco?
Da sopra la terrazza, si vede tutto bene, un bel panorama. Vedo anche lei, adesso ha appena finito di attraversare la strada, ma non penso più niente.

Scritto da:

Origine - genesi sociale degli immaginari mediali - Direttore MICHELE INFANTE

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