UA-51082228-1 POST-HUMAN & LETTERATURA – la medicalizzazione del mal di vivere – di Michele Infante | Rivista Origine UA-51082228-1

POST-HUMAN & LETTERATURA – la medicalizzazione del mal di vivere – di Michele Infante

La nostra società registra oggi un’intensificazione dei processi di medicalizzazione, un sempre maggior ricorso alla farmacologia per risolvere disturbi e problemi non solo fisiologici, ma anche psichici legati alle alterazioni dell’umore. La trasformazione dello stesso corpo umano, tramite innesti di tecnologie ed interventi genetici e biotecnologici, la risposta a nuove malattie e nuovi modi per affrontare le problematiche relative alla sfera dell’uomo, ed il nuovo rapporto uomo, natura, mondo, stanno avviando un lento ma ineludibile cambiamento nella sfera dell’umano, e aprendo enormi possibilità all’incontro tra l’umano e componenti extra-umani, chip, microprocessori, trasmissioni neurale e altro, che vanno a ridefinire cosa sarà l’uomo del terzo millennio e soprattutto cosa sarà il suo sentire.
In questo articolo cercheremo di interrogarci su come si modificherà il sentire dell’uomo, come esso sarà alterato e modificato da fattori tecnologici, e come questi andranno ad incidere sia su aspetti della vita quotidiana, sia nelle biografie e nelle scelte degli individui. Metamorfosi, artifici e ibridi, contaminazione e fusioni tra l’umano e l’animale, o tra l’umano e il mondo vegetale, dal mito si stanno trasferendo all’immaginario scientifico, e ciò rappresenta uno scarto di possibilità.
Centauri e sirene, fauni e meduse, sfingi e minotauri, visioni di sogni utopici e di animali antropomorfizzati, non mancano nel nostro immaginario, dalla letteratura al fumetto, dalle Metamorfosi di Ovidio finoa Topolino, l’essere umano ha da sempre sentito il bisogno di immaginare un fuori-da-sé, un qualcosa d’Altro non riconducibile alla sfera dell’uomo, con cui andarsi a confrontare, che funga da elemento significativo per capire proprietà ed individualità dell’esser uomo. Una proiezione che travalica i limiti della condizione biologica umana e che grazie alla nostra capacità di poiesis (alla nostra capacità di raccontare, immaginare e organizzare in forme letterarie e poetiche tale proiezione), anticipa processi e possibilità che solo ai giorni nostri, con il clone, il doppio uguale geneticamente, o la possibilità e lo studio di innesti uomo-animale, sembrano siano realizzabili.
A prescindere da considerazioni più squisitamente filosofiche, sociologiche, e altro, cercheremo in questo articolo di evidenziare i rapporti tra un nuovo scenario che definiremo per il momento post-human (che noi qui non intenderemo nel senso di un superamento dell’umano, ma bensì di un evoluzione o estensione dell’umano anche a componenti, materiali, sostanze, oggetti, animali e merci che non sono direttamente riconducibili alla sfera dell’umano) e come alcuni testi e soprattutto alcuni generi letterari degli ultimi anni recepiscono tali mutamenti di contesto.
L’innovazione tecnica ha comportato la presenza sullo scenario mediale anche di nuove tecnologie della comunicazione, che non rappresentano tanto un cambiamento di supporto o di canale di trasmissione di contenuti, ma bensì cambiamenti cognitivi nel lettore. Le nuove tecnologie di comunicazione e la mercificazione del mondo sensibile in oggetti di consumo ed i loro linguaggi hanno ridisegnato i confini, i limiti, le funzioni della letteratura, rimesso in discussione la sua posizione privilegiata nell’elaborazione d’immaginari e scenari, ma anche aperto finalmente possibilità democratiche di partecipazione al letterario, e quindi di godimento e d’intrattenimento.
L’interrogativo di fondo che mi sono posto in questo articolo è perché la nostra società e la nostra cultura a differenza che in passato o in altre culture, ha scelto di rispondere al dolore, al senso della morte, alla sofferenza, alla malattia, alla perdita, all’ansia, all’inquetudine che è da sempre l’esperienza dell’umano, con i processi di medicalizzazione, con Prozac e sostanze dopanti, con il Viagra e la farmacologia medica. Tali molecole cambieranno il modo di percepire l’umano? Renderanno artificiale la sua condizione? Da sempre la letteratura non risolve, non riesce a superare e registra nella ripetizione delle sue rappresentazioni di tragico, comico, insensato e mal di vivere?
L’intera storia umana perlomeno dagli uomini delle caverne in poi, è la storia che ha visto risolvere il problema del dolore sia con le parole (religioni, riti, psicanalisi, esorcismi) sia con tentativi di usare delle sostanze e delle cose (amuleti, totem, infusi, erbe, medicine), le parole e le narrazioni da sempre sono state chiamare a spiegare il percorso dell’umano, ad accompagnare l’uomo nella sua esperienza del dolore, dell’oppressione, del limite. Noi cercheremo di vedere come nella sfera delle narrazioni e limitatamente agli ultimi decenni del Novecento alcuni generi letterari, sviluppatisi all’interno del filone post-modernista e delle sue possibilità di contaminazione tra generi, hanno cercato risposte per l’intensificarsi della presenza della tecnica e della scienza nella società e sul corpo. Doveroso e inevitabile partire dal genere letterario che per eccellenza ha elaborato tali tipi di riflessioni, la fantascienza, a cui in un certo senso sia la scienza, sia la tecnica sono debitori, proprio per il suo carattere visionario e anticipatore.

Crisi e superamento della fantascienza

“Gli scrittori di fantascienza percepiscono il mondo nella sua totalità. Alcune loro visioni ci sembrano magnifiche, altre non lo sono affatto, oppure sono molto bizzarre, ma è importante che ci rendano partecipi di ciò che hanno visto. Per questo gli autori di fantascienza sono personalità letterarie, e allo stesso tempo politiche e scientifiche. E anche qualcosa di piú” Philip K. Dick

La fantascienza si è affermata come genere nella seconda metà dell’800, ha incluso il primo gruppo di scrittori che ha avvertito e registrato la fine dell’umanesimo e l’esigenza di aprire l’uomo all’esperienza dell’Altro, un altro che è artificiale e non-umano, un altro da intendersi come Cosa, come Macchina, come Robot, come Mondo Extra-terreste, come mondo del non-uomo. E come se ci trovassimo di fronte ad un nuovo sconvolgimento, passando prima dal Teo-centrismo (Dio al centro) della concezione Medioevale, poi all’Umanesimo (centralità dell’uomo) e successivamente al “Cosa-centrismo”, quelli che alcuni autori chiamano “cosi-ficazione” (l’inorganico, il tecnico, l’automa diviene il centro del lavoro della riflessione e di sfida conoscitiva).
Tra tutti i generi letterari che hanno una pretesa di fare o di avere uno sguardo sociologico, il genere fantascientifico è certamente quello più ambizioso, perché non vuole descrivere la società così come la si può vedere, ma bensì come sarà. Se cogliere qualche tratto definitivo e chiaro del contemporaneo sembra davvero difficile, pretendere di intercettare il futuro sembra un obiettivo presuntuosamente smisurato. Ma la fantascienza ha geneticamente quest’obiettivo e scopo visionario, ovviamente spesso anche smentito dall’evoluzione sociale (il Grande Fratello di Orwell, anticipa la presenza invasiva del televisore nella società ma certamente non la presenza di un determinata struttura socio-politica) ma forse proprio la correlata irrealtà dei suoi scenari utopici e fantatecnologici non smette di affascinare. Spesso, però, gli ambienti sovra-reali della fantascienza, specialmente in quella di genere e più scontata, sono solo dei set per la solita storia. Si può scegliere di ambientare una storia in un preciso momento storico del passato oppure in un preciso e altrettanto inventato ed immaginario momento del futuro. Molta fantascienza non è altro che la solita fiction con ambientazione futuribile. Essa rimane però un genere letterario ambizioso e a suo modo totalitario, che ha attraversato ogni sorta di trasformazione, alternando una produzione pulp, bassa e popolare, a vertici letterari e sperimentali, mantenendo costantemente un’identità forte che l’ha fatta amare e disprezzare allo stesso tempo. Autrici e autori quali Herbert George Wells, Jules Verne, Isaac Asimov, Ursula Le Guin, Ray Bradbury, Arthur Clarke, Robert Heinlein, Bruce Sterling, William Gibson, J.G. Ballard e soprattutto Philip K. Dick hanno messo a disposizione dell’immaginario collettivo un intero vocabolario d’idee e visioni che hanno profondamente segnato un’epoca. In questo senso la fantascienza è un genere cardine del Novecento, legato indissolubilmente a un approccio all’inizio ottimistico e pieno di meraviglia nei riguardi della rivoluzione scientifica e tecnologica che accompagna il suo sviluppo, per maturare poi uno sguardo sempre piú distaccato, critico e complesso, oppure, all’opposto, per proporre l’incanto di un’epopea sfavillante, tra azione e avventura, razze aliene e viaggi intergalattici, prodigi e misteri.
A partire dal XIX secolo questo genere letterario si è impegnato nel compito di scrutare il futuro, di percepire la realtà prossima ventura, di progettare un mondo.
Oggi, all’inizio del terzo millennio, si può affermare che la fantascienza si è in qualche modo compiuta: le sue intuizioni si sono travasate in altre forme espressive, in altri contesti, in linguaggi diversi, influenzando e contaminando ogni aspetto della realtà contemporanea, dal cinema al design, dalle arti visive alla progettazione industriale, dall’architettura alle scienze sociali. Disseminando le sue tracce fuori di sé, la letteratura di fantascienza non è scomparsa ma si è trasformata, ha approfondito e radicalizzato le proprie istanze sociali, le estrapolazioni scientifiche, i quesiti tecnologici; ha rivendicato la propria natura di fondamentale genere popolare e insieme elitario, trasformandosi a pieno titolo in una letteratura dell’immaginario futuro.
Accade allora che la progressiva deriva del sogno e dell’incubo fantascientifico abbia dato vita a una letteratura molteplice e diversificata, che può assumere la forma del thriller tecnologico, dell’erotismo, dell’utopia, ma anche dell’avventura e della fiaba. Si tratta di romanzi e di racconti che conservano le ambizioni primarie della science fiction tradizionale per prendere poi strade differenti, a volte in direzione di una rinnovata idea di letteratura popolare e romanzesca, a volte orientate a esiti piú letterari. La fantascienza racchiude testi di diversa ambizione e complessità, ma accomunati dalla stessa esigenza che un tempo portò alla nascita del genere: quello di anticipare, prevedere, sognare, leggere il futuro.

Verso il cyberspazio

Verso la fine degli anni 70’ giunge a maturazione una conflittualità letteratura-media generalisti che iniziata negli anni 30’ dello stesso secolo, vedeva altri media prima cinema e radio, rubare spazio e fruizione ai testi letterari, ma che si accentua in maniera drammatica con l’irrompere sulla scena, prima negli Usa e poi nel resto del mondo del mezzo televisivo. Dà lì a poco apparirà anche in letteratura la consapevolezza della medialità televisiva, del ruolo sempre più predominante che essa stava assumendo in quegli anni, sia all’interno del sistema dei mass-media, sia nella società e nella vita degli individui.
Nel 1984 appaiono due libri, quello dell’americano Don De Lillo, Rumore Bianco e Neuromante del canadese William Gibson, dove per la prima volta si trova il termine cyberspazio, atto ad indicare un luogo, o meglio come dirà l’antropologo Marc Augè, un non-luogo in cui ambientare storie, trame, fatti. Questo non-luogo si configura quindi come uno spazio tutto mediale, di una realtà altra. Sempre intorno a quegli anni s’intuisce che anche i nuovi media elettronici non sono solo uno strumento di comunicazione, ma un vero mezzo da abitare e dove si costruiscono linguaggi ed identità. Sostanzialmente però William Gibson non introduce nessuna rivoluzione sostanziale all’evoluzione di un genere, la fantascienza che ha ormai una sua una consolidata tradizione storica, anzi si può dire che negli anni 80’ la scince-fiction americana è ormai in una fase matura se non calante. Gibson ne registra in un certo senso la crisi, la fine, ma allo stesso tempo mentre rivela l’esaurimento del filone fantascientifico rilancia un nuovo modello, appunto quello iper-mediale. Don De Lillo invece anche se in toni apocalittici riflette sull’avvento mediale senza fuggire dalla realtà, senza fuggire dai suoi anni e dal suo tempo, senza inventare creature o personaggi cyborg, o mutanti, o innestati atropo-tecnici, Don De Lillo studia l’impatto mediale su di una semplice o rappresentativa famiglia americana degli anni ’80, sull’individuo e la sua quotidianità alla presenza dello strumento televisivo.

Stanchezza del post-moderno e sua frantumazione

La vulgata per cui post-moderna è semplicemente la definizione per lo status “confuso” del presente, per cui possiamo appiccarla a tutto, metterci dentro ogni cosa; certamente non rende la vivacità, la libertà e le potenzialità di un tale genere letterario. Tre le tante caratteristiche della letteratura post-moderna vi sono:
1) la possibilità di lavoro con i tempi della narrazione per cui possiamo raccontare non solo la stessa storia con un arco temporale che và dalla preistoria alla fantascienza, ma anche con personaggi che sono prima vecchi e poi ringiovaniscono, cambiano identità ad ogni ripetersi di evento, mutano ruolo, sesso, etc.
2) la possibilità di lavorare con generi letterari diversi, di portare all’estremo quel processo di ibridazione e mescolamento dei generi che è poi da sempre fatto costitutivo del genere romanzo e moltiplicazione delle varianti sui generi (noir, giallo filosofico, giallo storico, giallo sapienziale, etc.)
3) non sentire la necessità di giustificare anche gli accostamenti più pretenziosi o assurdi, un personaggio può cambiare identità dopo che ha avuto un orgasmo o semplicemente toccata una sostanza o altro …

All’interno del filone post-moderno possiamo individuare diversi filoni e correnti, ma preferiamo far riferimento al post-modernismo americano, di un autore considerato quasi canonico del genere come Thomas Phyncion, per intenderci. La scrittura post-moderna è stato il tentativo di uscire dal campo del possibile e del reale, reintroducendo la sorpresa, la meraviglia in altri termini la spettacolarizzazione, e far acquisire alle soggettività rappresentate una leggerezza, una facilità di metamorfosi. Lo scrittore post-moderno che rimane ancora fortemente ancorato in una dimensione di ritardo verso altri media, nuovi e più innovativi, che maturano più in fretta il loro linguaggio, e che vede quindi con preoccupazione ai fenomeni mediali oppure decide di inseguirli, e portare la letteratura verso i linguaggi delle culture popolari come nella proposta Avant-pop. La sfida a tali linguaggi è ibridarsi con essi, usare le loro tecniche, lottare con essi per strapparvi il lettore.
Lo scrittore post-moderno ha cercato di adeguarsi alle innovazioni di questi linguaggi (TV e cinema soprattutto), si è sottomesso alla spettacolarità delle immagini producendo egli stesso narrazioni competitive con il cinema (come quello di Tarantino), ha rotto i canoni classici delle partiture temporali, ha mischiato i generi letterari, ha attinto a vecchi generi ri-vitalizzandoli: giallo, noir, metafisico, storico, non-fiction, romanzo picaresco, romanzo di formazione, romanzo sperimentale, etc. fino ad approdare ad una letteratura “senza aggettivi” ma sempre più impossibile da circoscrivere all’interno della cornice dei generi letterari.
Se il rischio della rottura di genere, è fare d’ogni libro un sottogenere (dal giallo che va differenziandosi in giallo storico o giallo filosofico o giallo con elementi fantapolitica, fino al giallo sapienziale o erudito, etc.) il rischio di appiccicare vuote etichette e collocare ogni testo in una specifica categoria, come ha fatto molta critica fino a pochi anni orsono, sembra altrettanto inutile.
Niente più sorprende in letteratura, e tutto può essere facilmente etichettato.
Se costitutivamente la letteratura post-moderna porta già in se i segni di uno spaesamento e di una stanchezza, se nasce come una deflagrazione da saturazione, essa porta già in sé un progetto di incompiuto e di distanza dal reale. La letteratura post-moderna non aveva come scopo ne denunciare situazioni, ne spiegare, anzi non voleva e poteva spiegare più niente perché non c’era più nulla da spiegare, non aveva più nulla da dire e da porre come verità o modello di verità, le nuove sfide della contemporaneità sono invece un ancoraggio dal relativismo, sono cercare un modello di differenza all’interno delle ripetizione dell’intrattenimento. Sono un bisogno di sicurezza dai limiti dell’essere uomo e vivere in contesti difficili e frammentari, le sfida della contemporaneità sono verità stabili ed esperibili rispetto a qualsiasi gioco colto, sono quindi sempre di più le sfide empiriche della scienza.
A ben vedere, poi lo scrittore post-moderno che vanta il massimo di innovazione, in realtà però è un grande conservatore della tradizione letteraria. Fa letteratura con pezzi di immaginario mediale. Rielabora le macerie di testi letterari, di merci, prodotti e marche di oggetti di consumo, di scritti, di figure e personaggi già presenti nell’immaginario collettivo o perché proposti dalla Tv o perché fanno parte del patrimonio mediale. Egli elabora labirinti di parole, include altri generi spesso li setaccia, li cita, li riprendere o provvede a fare con essi un riassemblaggio; prova operazioni di make-up stilistico, prova a fare patchwork delle mode o degli stili, spesso opera dei pastiche, delle parodie o dei collage. Ma il problema comunque rimane. Si può ancora oggi centrare la propria identità e il proprio stare al mondo rifacendosi esclusivamente a questo tipo di scrittura auto-referenziale, a questa letteratura ibridata con i media, ma che perde la sua specificità?

Il tentativo dell’Avant-Pop

È importante ricordare il ruolo che l’Avant-Pop ha avuto negli anni 80’. Simile per certi versi alla risposta post-modernista, questo genere che nasce con l’intento di tracciare le coordinate di una nuova scena intellettuale e letteraria, ancora in larga parte sconosciuta in Italia. Una scena che nasce in quel calderone di sperimentazioni che è la cultura statunitense, sede di infinite contraddizioni e di vertiginose complessità, e si estende in Europa e in tutto il mondo in un tentativo critico e letterario di reagire alla società dello spettacolo. Avant-Pop presenta al pubblico una serie di opere che nel romanzo e nella scrittura trovano uno strumento di analisi e d’interpretazione del mondo contemporaneo, della cultura popolare e di massa. Le autrici e gli autori dell’Avant-Pop si collocano al crocevia dei generi letterari, coniugando tradizioni ed esperienze diverse, linguaggi alti e bassi, che vanno dalla fantascienza all’avanguardia, dal cinema ai classici. Il rappresentante forse più significativo anche dal punto di vista teorico del genere è Larry McCaffery, ma tra gli autori troviamo anche alcune figure di culto della scena pop underground, quali Samuel R. Delany, Kathy Acker, Tim Ferret, Derek Pell e Harold Jaffe. Altri autori hanno invece raggiunto una più vasta notorietà, anche internazionale, verso la fine degli anni Ottanta come Mark Leyner, Eurudice, William T. Vollmann. Infine, i nuovi kids sui blocchi di partenza. Doug Rice e Ricardo Cortez Cruz, che con la sua scrittura rap ha vinto il Nilon Award for Excellence in Minority Fiction. Le radici popolari dell’immaginario Avant-Pop danno vita a un realismo nuovo, visionario e fantastico, gotico e ironico, specchio di un presente mutevole e inafferrabile, che non è più possibile leggere in chiave tradizionale. Ma anche l’Avant-pop fallisce ai linguaggi della cultura di massa non si riesce a contrapporre i linguaggi comunque sofisticati della riflessione, ponendo il lettore di fronte a prospettive di intrattenimento piuttosto che rendere i testi capaci di esprimere diversi livelli di lettura. Il meta-testo rimanendo fuori dal testo.

Il lettore non è più lo stesso
– ritmi e tempi di elaborazione delle informazione

Leggere è un ritmo, una sorta di tempo della mente. Iniziare a leggere un libro, è sempre un’ esperienza di ritmo mentale e concetrazione, ritmi e tempi diversi rispetto sia al testo e alla sua difficoltà, sia al lettore, non importa che sia il solito best-seller all’americana letto dal portiere del palazzo o un raffinatissimo e coltissimo testo filosofico letto dal professore universitario, per entrambi è necessario questo silenzio della mente per astrarsi sia dai contesti pubblici, pensieri sui fatti collettivi, sia privati e auto-riflessivi dei propri pensieri utilitari e personali, e darsi completamente al testo. Ripeto, darsi completamente al testo e seguire il suo ritmo proprio di lettura. Ora, è oggi il nostro tempo mentale di elaboratori di informazioni uguale o identico a quella dell’uomo del secolo appena conclusosi? Possiamo gestire i ritmi diversi delle diverse modalità di esperire e interagire con i media? Schermi, amplificazioni stereo, hig-tech, computer, strumenti e software di manipolazione dell’immagine, nel digitale, nella masterizzazione-riproduzione, videogames, modificano i ritmi d’interazione ai media, respingono e si contrappongono al ritmo dei libri? La crescita esponenziale dell’esposizione e dell’inserimento nei flussi comunicativi, come soggetti sia riceventi che emittenti di informazioni, fatti, racconti, storie, (storie a migliaia traboccano dalle librerie, dalla TV, dai blog, dai film, da Internet, dalle e-mail dei nostri conoscenti, etc.). A molti sembra che qualcosa si sia rotto, un vincolo ed un legame si sia spezzato, il legame unico, monogamo potremmo dire, tra lettore e cultura alfabetica (Abruzzese, De Kercove), tra un soggetto che si può definire lettore e la pagina di carta.
Molti ritengono che abbiamo assistito alla fine e ora ci troviamo sulle macerie di quello che si definiva essere stato il Regime della Scrittura Alfabetica.
La cultura alfabetica che è una delle grandi rivoluzioni tecniche dell’uomo, realizzata grazie all’astrazione del linguaggio, è legata al supporto da cui essa è veicolata e al modo con cui viene impressa sul supporto, ceramica, tavolette di cera, carta, stampa tipografica, fino all’hard-disck e allo schermo del pc. Ma fino a quanto la concretizzazione del linguaggio su di uno specifico supporto è ineludibilmente una trasformazione di questo linguaggio? Ne facciamo esperienza tutti i giorni, la nostra capacità di scrittura si confronta con nuovi apparati tecnici di riproduzione del linguaggio stesso. Diverso non solo è scrivere con il computer, ma diverso è scrivere per il display del nostro cellulare, come probabilmente non avremmo potuto avere Guerra e Pace su tavolette di argilla. Banalmente la tecnologia di riproduzione del linguaggio incide sul linguaggio, come hanno messo in evidenza e con lungimiranza la scuola di Toronto (Havelock, Ong, McLuhan) ma ciò, come sostengono alcuni esponenti avanguardisti di scritture mutanti o altro, non significa una rottura di un legame nel corpo del testo letterario. Se vi è una discontinuità essa non è nella produzione di scritture ma bensì nella capacità di lettura del reale, di sé e del mondo del soggetto/lettore contemporaneo. In altre parole, certamente è diverso scrivere un messaggino sul cellulare o un blog, un generico ipertesto mediale o un sito-web, ma questo corrisponde anche ad aspettative diverse da parte dei lettori. Un aforisma di Eraclito contenibile nei 120 caratteri e perfettamente trasmissibile nella integrità testuale, come spesso coltissime citazioni di poesie, il valore del testo scritto rimane tale al di la del supporto. Non è la natura del supporto, ma il fatto che il messaggio sia percepibile dal lettore per la sua natura privata o pubblica, che ne fa o frammento di letteratura o atto comunicativo semplice, perché la letteratura è per eccellenza un fatto di natura pubblica, cioè si rivolge ad una soggettività estesa. Quello che non ci sembra di condividere di tale filone di pensiero, e di una lagnosa lamentela sulla fine dell’alfabetismo (in modo lamentoso e snobistico pensiamo a Giulio Ferroni), è che la specificità della scrittura non è sorpassata nella fruizione. Non è morto il racconto, non è finita la capacità di poiesis umana, di raccontarsi, di porre in modo sequenziale una narrazione di sé, di raccontare all’altro uomo una visione, mostrare il proprio dissenso politico o il proprio disadattamento, una propria ossessione, quindi comunicare per complessità alfabetica la complessità soggettiva. Confondere le potenzialità espressive che una determinata società in un determinato periodo storico permette e offre ai soggetti, ed è straordinario che oggi vi siano tante possibilità, con l’espressività che esse intrinsecamente conservano, sono cose ben diverse.

L’irrompere del vocabolario scientifico

Colpito fin da giovane da una grave diminuzione della vista, Adouls Huxley, rieducò i suoi occhi seguendo il “metodo Bates”, assai discusso in quegli anni, e pubblicò nel 1942 un libro intitolato L’arte di vedere (ora è ripubblicato dall’Adelphi) in cui egli formula che per vedere bisogna innanzitutto arginare l’invadenza dell’io cosciente, perché dice “quanto più c’è io tanto meno c’è Natura, cioè il funzionamento proprio e corretto dell’organismo”.

Se gli organi della vista sono incapaci di curare se stessi, se i loro difetti possono soltanto essere attenutati con mezzi meccanici, allora bisogna dire che l’occhio è qualcosa di totalmente diverso dalle altre parti del corpo. Godendo di condizioni favorevoli, tutti gli altri organi del corpo tendono a guarire da solo dalle loro imperfezioni. Gli occhi no.
Gli occhi difettosi sono, ex hypothesi, praticamente incurabili; manca ad essi la vis medicatrix naturae. L’unica cosa che l’oftamologia può fare è provvederli di mezzi puramente meccanici per neutralizzare i sintomi.
(Adouls Huxley, L’arte di vedere)

La quarta di copertina dell’edizione italiana, porta la scritta in riferimento al libro che «diventa quindi una sorta di esercizi dell’immaginazione, una guida sapiente a quella “vigile passività” che ci è preziosa per vedere in ogni possibile senso – e innanzitutto in noi stessi». Ora è molto probabile che con le nostre tecnologie oftamologiche quest’intero libro, quest’intelligente lavoro, non potrebbe essere scritto allo stesso modo, e il lavoro al limite della vista e della cecità, il lavoro su un limite umano, su di un handicap dell’apparato sensoriale potrebbe essere risolto con una semplicissima e banalissima operazione laser.
La stessa lingua viene ad essere superata dagli usi e dai tempi, dal linguaggio della medicalizzazione e della tecnica che va consolidandosi sempre di più in un bagaglio di conoscenze dell’essere umano. Provocatoriamente, ci si permetta di domandarci, é più possibile usare le espressioni “cuore” senza sembrare retro o post-romantici, nell’epoca del by-pass e del pace-maker?
Dietro alla banalità adolescenziale della frase “tu sei la luce dei miei occhi”, dopo che Einstein ha dimostrato nella teoria della relatività la doppia natura della luce, sia come onda sia come massa, sia come corpuscolo sia come energia, dobbiamo leggere l’ambiguità e la natura complessa della teoria della relatività o una semplicissima metafora, tanto semplice che questa frase la si può sentire spesso in asilo nido detto dalla madri verso i loro bambini.

Caratteristiche del post-umano e letterarietà diffusa

Le caratteristiche del post-umano sono due movimenti che avvengono contemporaneamente e che spostano il baricentro dall’uomo verso le superfici mediali, l’uomo si de-territorializza, non vive più la sua dimensione fisica ma la dislocazione del proprio corpo nei palinsesti mediali, negli schermi, mentre un altro movimento và dall’uomo verso le cose, le reti, le interfacce, la bio-tecnica e la medicina. Registriamo inoltre delle istanze che vanno dall’alto verso il basso (estensione delle superfici mediali) che comporta una “letterarietà diffusa”, in altre parole, permettere ai media di fagocitare i linguaggi letterari, e di riproporli in modo stereotipati, l’altro che viene dal basso e va verso l’alto (estensione e crescita della soggettività nei lettori) comporta lo spostamento verso l’interno dei soggetti-lettori di alcune caratteristiche dei linguaggi letterari, che divengono poi modelli di agire e di essere che gli attori sociali rivolgono verso le cose. Quindi da un lato la scomparsa del letterario o delle sue capacità linguistiche dai libri o dai testi canonici ed il suo apparire in settimanali, in telecronache di partite calcistiche, in talk-show. Se Radio, Tv generaliste, film dozzinali, sport producono continuamente ministorie, parodie, fiction e semifinzioni lavorano sui materiali esistenziali (pensiamo ai reality-show) producono e creano personaggi, che veri o inventati che siano spinti all’estremo, spinti al parossismo, divengono caratteristici, identificabili, arche-tipici: allora nei libri cosa è rimasto? E perché il letterario low livel contamina, assedia, avvilisce forme più complesse di Letteratura? Abolita la differenza tra letteratura Alta e Bassa rimane però quella tra letteratura della complessità e letteratura della semplificazione. Rendere un’immagine del mondo piatta, banale, semplice: da luogo comune, o darne un immagine complessa, spesso indecifrabile, sorprendete, problematica, addolorata. Probabilmente proprio perché il letterario low level dei media generalisti ed il suo modello, ricomparire nelle vite delle persone come suggestione o sogno e le spinge verso l’eccezionalità nella vita (non si può escludere la spinta individualista-vitalista che la letteratura genera e conserva) esso non rende l’eccezionalità della vita. Questo letterario low level spinge le soggettività verso un romanticismo vetero-esistenziale, l’andare verso un divenire del lettore scrittore, e di fare della scrittura espressione dell’individualità, stile di vita, incontro, happining, evento, ma lo fa a differenza della forma tardo ottocentesca bohemien o dandy del giovane aristocratico, togliendo a questo moto ogni aspetto di sovversione, di contestazione, di adeguamento a nuovi valori o di sofferenza per determinati atteggiamenti, contrasto generazionale, immoralità o altro. Il letterario low level avvolge sia i media generalisti e assedia la Letteratura con un manto di buonismo, e di omologazione al political correct, che copre ogni cosa.
Se è vero che i media hanno fagocitato le avanguardie storiche in ambito artistico è anche vero che nella seconda metà del secolo, essi hanno attinto e ri-interpretato modelli e soggetti derivanti dallo spazio della sperimentazione letteraria, ma resta da capire se la Letteratura si sia immunizzata dalla trivialità, si sia tenuta fuori come voce stonata o dissonante e personalissima alla società omologante dell’informazione e del consumo generalizzato, se sia riuscita a salvarsi dall’assedio del chiacchiericcio mediale. Quante parole oggi un lettore quotidianamente elabora tra pubblicità, telegiornali, o Tv, giornali, radio, Internet, quanta onnivorismo mediale è possibile digerire? La quantità delle parole o dei contatti fonetici e linguistici può permettere ad un lettore medio di poter capire il valore della ricerca e del senso legato magari a poche parole o ad una sola? Quanta distrazione per eccesso d’informazioni mediali diviene intelligenza, diviene elaborazione di pensiero e di coscienza e quanta semplicemente passa, fluisce, attraversa, non potendo essere nè trattenuta né elaborata né risistemata e collocata all’interno di un sistema di conoscenze, o di una visione del mondo. La parola scritta può oggi ancora essere motivo di esperienza?
La testa del lettore è sempre più spesso un vaso che non contiene, soggetta ad innumerevoli over-flow e identità multi-dimensionali. Non vi è più un appartenenza linguistica o di corrente ma la libertà dei lettori di peregrinare e incontrare casualmente le narrazioni e le cose.
Penso mentre mi distraggo. Leggo mentre un flusso mediale di una genererazione nata con la Tv, riporta alla mia mente brani e spezzoni, manga e cartoons, gruppi rock, colonne sonore. Nella mente del lettore c’è molto rumore, ci sono stimoli, e ora le parole pensanti e pensate della letteratura devono essere capaci di creare vuoti, di ritagliare innanzitutto spazi di silenzio, di avere una densità maggiore capace di sottrarrete il lettore al rumore eccitante che spinge i corpi alla mobilità più che alla stanzialità della lettura. Per ora i segni più evidenti di una letterarietà diffusa sono i blog (una sorta di diario confessione che gli utenti mettono in Rete e a cui tutti possono accedere e perché no, anche interagire con l’autore) dove le esistenze virtuali si accrescono di vite virtuali.

Come pensare ad una letteratura post-umana?

Se alla base del processo intellettuale ed ideologico umanista vi è il rapporto tra Natura / Cultura, oggi si è consapevoli che questa dicotomia è infondata da un punto di vista ontologico. Il paradigma umanista dell’incompletezza: natura (leggi e vincoli), e cultura (libertà e trascendenza) e cioè tra Zoé / Bìos (natura e politico), viene superata dalla visione post-umanista che registra la fine del pensiero antinomico: natura/cultura, animale/uomo, materia/spirito, determinismo/libertà, etc. ..
La presunta insufficienza della biologia umana che presupponeva un correlato di perfezione ideale viene abbandonata a favore di una visione dell’incompleto che è tale solo se confrontato con l’ideale di perfezione (fissismo platonico); l’evoluzionismo sconfessa le teorie fissiste (la perfezione vuole un “fine”). Esiste una « percezione d’incompletezza », che nasce dal confronto con la prestazione, ogni acquisizione culturale determina un equivalente d’incompletezza. Un senso d’ inefficienza, di incapacità, di inquietudine e di ansia che la società produce non più come elemento di un negativo retaggio umano ma bensì diviene condizione naturale dell’Esserci.
La biologia, la ricerca evoluzionista dimostra sempre di più che quest’idea d’uomo come mancanza, impotenza, incapacità è errata, l’uomo nasce già ibrido è per sua assenza in contaminazione con il contesto. Non esiste più un testo (umanità) perché l’uomo è di per se (contesto). Oggi la “Cultura” va intesa come un non-equilibrio creativo, come uno spostamento di soglia che facilita l’ibridazione (Marchesini) e “l’esternalizzazione”: strumentazioni tecniche e partnership con altre specie, attribuzione di significati, teorie, etc. in altri termini coniugazione con la realtà esterna. Post-umanesimo significa superare un’autarchia umanista che vede sempre con occhio aristocratico e spesso snobistico nuovi strumenti e nuovi linguaggi sviluppatisi da basso e proveniente non più dalla tradizione intellettuale e dalla conoscenza erudita, ma bensì dal basso dalle culture del corpo, caratterizzate dai linguaggi e dagli stili del comico, della fisicità, del folclore. Accettare culture altre e cercare con esse un’ibridazione, perché è proprio dalle ibridazioni che nascono funzioni nuove, inattese (McLuhan). L’umanesimo finisce con l’apertura del sistema uomo all’esterno – perché la società implica oggi processi dinamici d’ibridazione (nessuna “natura originale”): e l’ibridazione ha per sua natura un carattere non-omeostatico. Ogni sistema culturale è incarnato nella virtualità biologica (si tratta di creare nuove virtualità, non di superare vecchie imperfezioni). Per il post-umanesimo, “innato” e “acquisito” non sono antinomie: uno è funzione dell’altro per creare una “promiscuità ontologica”: e recepire l’ibridazione con realtà non-umane è l’espressione più autentica della soggettività.
Una delle funzioni principali che la letteratura ha avuto nella modernità tra settecento e primi del novecento, cioè quella di ripulire l’umano da ciò che era considerato bestiale attraverso l’educazione e l’istruzione, e la trasmissione di una serie di valori ed una morale, è oggi superata, oltre per una rivoluzione nei valori e il sorgere di istanze individualistiche, ma anche perché non si concepisce più una distinzione forte, netta, tra natura bestiale/animale o umana. Non è più tra i compiti della letteratura occuparsi dell’educazione dello spirito e della cultura dell’anima: si ricordi avversione di Petrarca contro i medici (conoscenza e cura dei corpi). La cultura antropocentrica viene non solo superata ma anche derisa dal sistema sociale stesso, superate le divisioni tra res cogitans e res extensa: “animus corpore utens” (Cartesio), da psyche e soma. In altre parole, nessuno può oggi, con la quantità di conoscenza neuropsicologica sul cervello ed i meccanismi della corteccia celebrale che abbiamo a disposizione credere alla contrapposizione mente / corpo: ogni tecnologia è una psicotecnologia (de Kerckhove), e dunque una biotecnologia (Marchesini). La cultura è natura, in ogni senso.
Strumento come protesi, estensioni, ma anche vero e proprio elementi incarnati nel sistema uomo, modificano e trasformano il sistema sensoriale umano immergendoci in un mondo in continuo feedback informativo del corpo. “Tutto il sapere si installa negli orizzonti aperti dalla percezione” (Merleau-Ponty). Da “io penso che” a “io posso”. Gli strumenti tecnologici e i mezzi di comunicazione modificano l’equilibrio sensoriale (McLuhan). Le tecnologie comportano sempre trasformazioni delle strutture mentali (Ong). Dall’astrazione narcotizzante della scrittura all’oralità secondaria, i media elettrici (telegrafo, telefono, radio, televisione) con i loro sistemi di contrazione di spazio e tempo (il “villaggio globale”) fino a giungere forse alla metafora dell’elettricità o della rete telefonica o Internet, come una rete nervosa estesa su tutto il pianeta “il medium è il massaggio” (cinestesia).

Dall’umanesimo al trans-umanesimo?

“La letteratura cambia più lentamente della scienza”
(Charles P. Snow, Le due culture, 1959 Cambridge University Press)
Lo sguardo di Luciano de Rumbempré dall’alto delle colline che dominano Parigi nelle Illusioni perdute di Balzac non è come sostiene qualcuno lo sguardo metropolitano (Ilardi), ma è lo sguardo totalitario di chi crede di vedere il mondo, tutto il mondo, oppure possiamo dire la città, tutta la città, a quell’epoca e per Balzac, Parigi era il mondo. Oggi il nostro sguardo, o lo sguardo di uno scrittore contemporaneo non può più abbracciare tutto, non può avere uno sguardo totale, l’ambizione dell’ opera mondo, come direbbe Franco Moretti. Non solo non possiamo vedere tutto il mondo, ma stiamo perdendo anche la capacità di vedere l’uomo? Il transumanesimo sostiene l’uso della tecnologia per il superamento delle nostre limitazioni biologiche e per la trasformazione della condizione umana. Vero è però che da secoli, l’uomo si “potenzia”: la scrittura stessa ne è un esempio, visto che rappresenta un’estensione del nostro cervello. Ora sembra innocua, ma anch’essa ha avuto i suoi effetti collaterali: per esempio la scomparsa della tradizione orale, come già aveva intuito Platone, ed una perdita delle capacità di memorizzazione e trasmissione orale della cultura. Nel prossimo futuro, le capacità umane saranno incrementate grazie alla genetica, a medicinali che incrementano la memoria, a sforzi collaborativi nel gestire il flusso d’informazioni, ad agenti intelligenti, all’incremento dell’intelligenza, ai computer indossabili e grazie a Internet. In un futuro non molto lontano, la continua accelerazione del progresso tecnologico porterà a prospettive rivoluzionarie, quali la creazione di intelligenze superumane e l’arrivo della nano-tecnologia molecolare. Da tempo esiste una relazione privilegiata tra droga e arte, tra consumo e potenziamento della percezione; e la letteratura ha fatto la sua parte. Baudelaire e l’hashish; Burroughs e le anfetamine, huxley e al messalina, lo stesso P. Dick e l’eroina, ma ciò non ha influenzato in modo determinante la potenza percettiva dell’intelletuale o lo scrittore in questione, non è quello che viene messo in discussione ma i loro personaggi e le forme di rappresentazione della loro scrittura, vista dal di dentro. Non è come la Biologia oggi, che interessando e toccando il cibo, la medicina, la procreazione, l’impotenza, la nutrizione, i fatti solidi e allo stesso tempo simbolici della vita, assume responsabilità, introduce rischi, sconvolge l’etica ed i valori. Certamente, l’impotenza esistenziale e sessuale (Viagra o non Viagra) esisterà probabilmente per sempre, proprio perche è un sentimento umano. La condizione transitiva del cyborg e del mutante (supera le distinzioni organico/inorganico, biologico/macchinico, etc.). Dalle reti elettriche alle reti digitali: ibridi tecnologici (rete telefonica + computer) in evoluzione digitale, il continuo processo di dematerializzazione, e superamento del dualismo (hardware/software, corpo/mente) estensione della deriva corporea: corpi virtuali disseminati nelle reti (Caronia) deterritorializzazione come disseminazione del corpo accoppiamento strutturale umano/non-umano. Le conseguenze di tali sviluppi potrebbero includere l’abolizione delle malattie e della vecchiaia; l’arricchimento dei centri del piacere in modo di ottenere un più vario panorama di emozioni; esperienze esilaranti e benessere fisico perpetuo; la sostituzione del corpo umano con più avanzati sistemi sintetici o a strumenti di guerra di alta tecnologia, come per esempio nanomacchinari autoreplicanti. Come la letteratura racconterà i suoi temi: la morte, la guerra, il desiderio, la passione tra amanti, il piacere, il potere? Potrà continuare a farlo con la stessa ottica o con la stessa visione o ideologia che ha usato fino ad ora? Un post-umano è “un individuo le cui caratteristiche di base sono così superiori a quelle di noi umani, da non essere più considerato umano secondo gli standard attuali” (definizione della World Transhumanist Association). Un individuo così lontano che blade runner sembra uno scenario più realistico“con capacità intellettuali superiori, resistente alle malattie e all’età, che ha il controllo del proprio stato psico-emotivo, superiormente predisposto al piacere, all’amore, all’apprezzamento artistico, in grado di sperimentare stati di consapevolezza a noi sconosciuti”.
Un super-corpo è anche un super-uomo?
Ora io non riporterò le frasi di un libro di fantascienza, ma bensì le dichiarazioni che James Hughes, docente di Politica sanitaria al Trinity College di Hartford e direttore esecutivo della World Transhumanist Association, «è chiaro che i progressi maggiori – dice Hughes – arrivano laddove c’è convergenza di specialità diverse. Per esempio, il traguardo più vicino pare quello del potenziamento genetico, una variante della terapia genica in cui il pezzetto di Dna da inserire sarà veicolato da vettori microscopici, presi in prestito dalla nanotecnologia. Inizialmente sarà uno strumento terapeutico, ma poi la linea tra terapia e potenziamento sfumerà. Il primo impiego non clinico mirerà a rallentare l’invecchiamento». Francis Fukuyama, docente di Politica economica internazionale alla Johns Hopkins University, consigliere del Pcb e autore del libro Our posthuman future (L’uomo oltre l’uomo, Mondadori 2002): «È convinto che la nostra umanità sia definita da un qualche fattore X; e che, facendo a modo nostro, ce ne allontaneremo. Ma l’umanità non è condivisione degli stessi geni o degli stessi pensieri; è qualcosa di più, va oltre. Perché, potendolo fare, non dovremmo lottare per vivere di più, per diminuire i disagi degli anziani e i costi sanitari, per sentire meglio e pensare più lucidamente?». Come la letteratura affronterà, racconterà ci metterà in guardia dai pericoli della tecnologia, con quali strumenti ci affascinerà, incuriosirà e ci permetterà di sorprenderci. La malinconia, la tristezza, l’inquietudine, il dovere di scegliere magari un giorno un corpo o un additivo chimico o l’impianto di una protesi cambierà l’uomo?
Dovremmo aspettare il nuovo secolo in cui da poco ci siamo incamminati, per vedere le parole scritte e la lingua che da esse sgorga, affrontare una loro ennesima metamorfosi, e anche se il regime della scrittura e dell’alfabeto è stato rovesciato, ci sono macerie ancora cariche di energia.
Disse: “Lei si lamenta di non riuscire più a sentire bene. La schiena le fa male. Il suo corpo non smette un momento di ricordarle quanto al sua esistenza sia sofferente. Non le piacerebbe provare a cercare una soluzione?
“Per questa vecchia carcassa mezza morta?” risposi.
“Certo. Cosa?”
“Che ne dice di darla via e prendersi qualcosa di nuovo?”
era un invito a cui non potevo dire di no, o di sì. Non c’era sicuramente una risposta semplice o diretta. Una volta ascoltata la proposta di quell’uomo, per quanto volessi respingerla come una follia, non riuscivo a smettere di pensarci. Per tutta la notte fui eccitato.

Ecco l’incipit del racconto “Il corpo” Hanif Kureishi (Bompiani, 2004) racconta di un uomo che decide invitato da un amico di sottoporsi ad un trapianto di cervello e quindi di personalità e identità in un nuovo corpo, un corpo più giovane. Allora insieme all’amico si reca in questa clinica dove potrà scegliere tra una montagna di corpi messi negli scaffali il Nuovo Corpo da indossare.

“Presto tutti ne parleranno. Ci sarà una nuova classe, un’elitè, una superclasse di supercorpi. Poi ci saranno negozi dove potrai andarti a comprare il corpo che vuoi. Ne aprirò uno io stesso, e nelle vetrine metterò corpi veri al posto dei manichini. Bingo!Chi vuoi essere oggi?”
Dissi: “se l’idea della morte stessa sta morendo, tutto il significato, tutti i valori della civiltà occidentale dal tempo degli antichi Greci sono cambiati. Abbiamo rimpiazzato l’etica con l’estetica” (pag. 133)

Conclusioni

Forse la letteratura, è il troppo umano che non trova soluzione, non trova pace, né nella pagina, né nella mente del lettore. La Letteratura è fatta da testi che ci disturbano e ci ossessionano, che siano ossessioni linguistiche dello scrittore o che vi siano elementi di problematicità morale o etica, sia che siano critiche feroci di contesti sociali o ansie di sistemi immaginari. Se la letteratura si compone di testi che ci toccano da vicino e ci fanno rendere conto delle nostre incapacità d’individui, sia privati che storici, se ci danno schiaffi piuttosto che carezze, essa non potrà non interrogarsi sul vano, l’inutile, il superficiale, il carattere e la tempra di personaggi a limiti della demenza o della follia ma che conservino una significatività rispetto al proprio tempo, non potrà non mettere in evidenza i buchi neri del kitsch, dello stereotipo, dell’alienazione nell’immaginario. Se la letteratura diviene sempre più un fenomeno complesso e multi-livello, che conserva al proprio interno più voci, più lettori, significa che i testi rimangono in alto, e bisogna arrampicarvisi, riempire i margini di punti interrogativi e di sottolineature. Se mettiamo in atto un atteggiamento critico mentre godiamo dell’intelligenza del testo, ci accorgiamo però che la medicalizzazione, la tecnica, la biotecnologia ed i suoi immaginari ipertrofici, non risolvono l’umano, non cancellano domande irrisolte e dolore, bensì spostano i suoi confini, ma questo spostamento se non è una rivoluzione, è comunque un cambiamento, un nuovo modo di fare esperienza di sé e del mondo. La letteratura non ha solo lo scopo di intrattenere o di creare immagini, non racconta solo delle storie, ma racconta soprattutto “il male”, l’Altro, la diversità, spesso la letteratura ha sconfinato nelle regioni dell’ossessione, del trauma, della causticità, della pazzia, della ribellione, della trasgressione, della trascendenza, ed oggi molto spazio per elaborare questi temi viene lasciato libero nei linguaggi mass-mediali, dove sono troppi gli interessi in campo per non velare il tutto di banale manicheismo o di becero “buonismo”, inutile inseguire sulla strada dell’intrattenimento altri media molto più capaci di un godimento e coinvolgimento nella leggerezza.
La letteratura si trova oggi per la prima volta nella sua storia a non proporre o anticipare o mettere in evidenza scenari. Non può fare più da battistrada ai processi, ma si trova a rincorrere la vitalità del tessuto sociale, perché oggi quel processo iniziato con la prima rivoluzione industriale, e che già aveva cambiato i processi di produzione delle merci, ora tende a intervenire non più solo sulle merci ma sul corpo stesso dell’uomo, sia scientifico, sia tecnico, sia economico. Tale intervento realizza un progresso, un incremento ed una crescita di alcune facoltà umane. In altre parole, la medicina ed il sistema mediale vanno più veloci, hanno un’evoluzione maggiore, se ne prenda atto, se ne accetti la sfida. Si può anche oggi certamente usare la parola cuore o la parola anima nell’accezione romantica, ma oggi che conosciamo la natura fondamentalmente biologica della mente ed il cuore è ridotto a “organo-oggetto di trapianto” (si pensi alle anticipazioni concettuali di Artaud e poi Deluze, e l’idea di CSO corpo senz’organi) non possiamo ignorare anche i nuovi significati che l’area semantica riferita a queste due macrocategorie inizia avere nella mente delle persone e nella società. Emblematicamente il controllo e la volontà sul corpo, sui suoi istinti, sulla sua capacità di sottrarsi alla volontà, segnerà il passaggio dallo stato cosciente o di coscienza, allo stato indotto sul corpo. Non saranno più processi intellettuali e di riflessione culturale a incidere su di esso, ma la terapia genetica, la chirurgia plastica, la farmaceutica psichica, gli innesti tecnologici, che determineranno dall’esterno chi saremo.

Scritto da:

Origine - genesi sociale degli immaginari mediali - Direttore MICHELE INFANTE

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