Il misantropo di Moliere in una singolare versione in rime
La società ci impone di essere ipocriti e compiacenti, era così nel passato ed è così ancora oggi, ecco perché Il misantropo di Moliere che racconta la storia di un nobile francese, Alceste, che rifiuta di essere accondiscendente al punto di allontanarsi da tutto e da tutti, risulta più che attuale. Il carattere intollerante di Alceste mette a rischio anche la sua storia di amore con Celimene, giovane nobile da poco vedova: la donna, pur provando per lui un sentimento sincero,
rifiuta il totale isolamento che sarebbe costretta a subire se accettasse di vivere con lui. L’eterno scontro tra i due si concluderà purtroppo con la sconfitta di entrambi.
Discutibile la scelta registica di Andrée Ruth Shammah di imporre una prosa in rime, ovvero una forma di teatro che prevede appunto una scrittura in versi con rima (endecasillabi, settenari…), che però Moliere non aveva progettato per questo lavoro. Risulta ad esempio di difficile comprensione per il pubblico la parte in cui Oronte, un nobile che si crede un grande poeta, cerca di convincere Alceste delle sue virtù poetiche recitando un sonetto: dal momento che tutta la rappresentazione era comunque in rima come fa il pubblico a rendersi conto che Oronte sta declamando una poesia e non sta semplicemente parlando? Comunque aldilà di questo particolare dettaglio della rappresentazione va detto che se gli attori non sono particolarmente eccellenti, e non lo erano a parte Fausto Cabra e pochi altri, la continua recitazione in rima diventa stucchevole (ricordava la recita delle poesie di Natale che i bambini sono obbligati a fare durante le feste) per cui ci auguriamo non venga ripetuta in future rappresentazioni, a meno che non sia prevista nel testo originale.
Raimondo E. Casaceli
Riceviamo e pubblichiamo:
Nota di replica del Teatro Franco Parenti
In relazione a quanto pubblicato, si precisa che Il misantropo di Molière è, sin dalla sua stesura, una commedia composta in versi. L’impiego della rima nella produzione del Teatro Franco Parenti non costituisce pertanto un’imposizione registica, bensì una scelta filologica coerente con la metrica originale dell’autore. La traduzione si è inoltre avvalsa del lavoro di Valerio Magrelli, poeta, traduttore e studioso di Molière, ed è stata pubblicata con testo a fronte proprio in ragione della sua fedeltà all’originale.
