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CANTI ESILIANI di Ciro Vitiello | Rivista Origine

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CANTI ESILIANI di Ciro Vitiello

CANTI ESILIANI
di Ciro Vitiello

E presso il bianco marinaio

e presso il bianco marinaio tesa al sole ridi nello
smeraldo di mare, la spiaggia è fremente di bagnanti,
all’ombra la fontana zampilla armonie liete, e il lido è
azzurro, e rumoroso: placido, fermo, premo, scatto, ti
allontani, e non sei più. non è parola, no, neppure
un palpito, è questa mia immagine che ti immagina,
questo mio vero che ti invera.

La ciocca di capelli

la ciocca di capelli è sensibile mentre poso sulla
stuoia di ciclamino, risorge il patto e la promessa:
imprimo con lo spillo il sigillo nuovo, morire: passato
è il tempo intero, le stagioni liberate e non usate, le
sirene disperse nelle lusinghe che avvincevano e non
avvincono vitali, tu, dall’enigma emersa, partita
per un dolo, oh ciocca, chi sei!

Ignoro tutto ciò che esiste

ignoro tutto ciò che esiste tra misfatto e sangue,
dalla pioggia al sole rovente, tra le raffiche dei venti
o nella falda placida di neve: la densità somma della luce
acceca e unifica, da questo porto aereo e lucente parta il
vascello fantasma, carico di moine e di carezze per il
povero clown stretto al tuo capestro: rinvigorita
giovinezza, perfidia sei, non bellezza.

Autunno, è l’ora

autunno, è l’ora che l’anima si piega o si distende, alla
tua costola si affigge, ed è la foglia che divide cielo e terra,
l’acqua che colora gli spazi rispecchianti la tua veggenza:
m’illumino dalla finestra sterminata, e sono in questo
vano rivoli e filugelli, staccionate e capitelli, macerie
e ossicini – è l’ulivo annodato alla noria che metto
in moto – e torno vita.

Riscrivo con l’iride

riscrivo con l’iride i colori e le forme, al cospetto
del Fattore plasmo l’argilla dell’ombra che mi sfugge
e non lascia orma, rasento i lati dei monti, ascolto
moine della Negra che m’attende, ed io non ho corda
da tendere né rete di protezione però continuo
ad innalzare il cavallo di Frisia al centro del cielo
e provo e misuro il ritorno

Ormai solitario

ormai solitario non di creta grido la fame delle genti,
la peste dei continenti, sollevo ponti sopra sponde da
tempi a tempi, o alacre dardeggio sulle onde, tuttavia
rovine e deserti pure stilo o è il binario della storia,
questa letale scoria, questo finto amore, e sui petti
umani dondola il pendolo.

L’enigma ostruisce

l’enigma ostruisce la felicità, non ho abracadabra,
in accidia, abbarbicato al vertice, che mena il vento
come lingua di fuoco novello, infondo acacie sullo zenit
dei tropici, e vado all’ombra da un sole rovente,
presso l’oasi mi aspetti inappagata, mia dimidiata:
all’aria aperta, in stelle e lune, facciamo giunture
e incidiamo sull’amuleto il monito.

Apro l’epistola

apro l’espistola con le sillabe sibilline, e accordo la tua
carne con un fisarmonica a bocca, sotto la tenda del
cielo complice stasera, e levo piramidi girate a nord
mistiche e misteriose: sulla leggiadra costa, lassù, nella
Versilia, quasi ai poli, più felice sono, dolce mia
straniera, e godo, nella celeste stanza, il fremito di
spore, e livelli equilibrio in bolla d’aria.

L’ultimo sole di dicembre

l’ultimo sole di dicembre rotola nel tuo occhio
terso come la palla sfuggita dalle mani del bambino,
discendendo le scale del museo, sotto la mina
della burrasca imminente, mi vieni incerta nella sferza
del nevischio prepotente, ma io rovino nella patinata luce,
che mi accartoccia sul lembo della panchina come
foglio in fiamma: è testamento l’ultimo
retaggio.

Ora che i profeti hanno

ora che i profeti hanno fallito tutti i possibili auspici,
che la baita è deserta sotto la neve, e nella tormenta
ancora consisto e allungo il viso alla luce piana che
scava la promessa certa, mi stacco, perché lo sguardo
non regge più l’incantamento, dalla parola che evoca
per sua forma il tormento: ora voglio finalmente
bere un vinello in pace

La caraffa di creta è lesionata,

la caraffa di creta è lesionata, è vano cercare ciò che
non esiste più, la bellezza stemperata in acute rughe, la
meta che è caduta nel tempo inabitato, l’impronta della
storia al valico dei tramonti, a notte avvoltolati in una
magica sospensione, e la speranza di toccare l’intonso
vertice. Sono bruciate le mie pupille da un fuoco che
ancora scotta, nella cuna di luce.

Sento che si esauriscono

sento che si esauriscono le pile, il cammino è ancora
lungo, e non so se la camera è sempre libera per me.
In ogni dove la neve ha possessione delle forme e io
sono così lieve che non imprimo più le mie orme: e
davanti all’infinito, rasserenato come albero secco,
soltanto godo l’universo che in me si stampa,
caldo è il soffio di nuova primavera.

Dal cespuglio sabbioso

dal cespuglio sabbioso non serpa striscia, né lepre
si affaccia, ma la tua mano, il tuo anello che splende al
sole, mi invoca ed io subito stordito, quasi stolido,
sbando, è il mondo a precipitare lungamente nell’oblio,
nell’estasi di una voluttà struggente come il risucchio
della tramontana là presso la colonna romana: nel
silenzio fummo sposi.
Altri destini segnano

altri destini segnano rogiti di accordi che la vita ha
sconvolto, è la piccola estranea, venuta di lontano con
astuti passi, sensuale corpo, intriso di lamenti e di catene,
a darmi scossa, dolcezza del dolore, affanno: morire,
dileguare non è bastante, tutto voglio inocularmi in
quella maliosa creatura che tocca gli oscuri segreti
del mio spirito turbato.

In un velo di odori

in un velo di odori pungenti, al ciglio d’una strada
disseccata, mi squarcia il petto Chimera, voce ancora
vera, e pure i miei occhi sono cieli vuoti, grigi, persi:
dove vado, non so nulla, certo vado in qualche luogo,
come segna, nel riguardo, l’obliquo tempo. Non è peso,
non è speranza, come noia, come accidia, sta crudele
la creta Indifferenza

O acqua, polvere d’acqua

o acqua, polvere d’acqua, oh rifrangenze di pallori
e di raggi, o diffusa Agni, brulichio di scintille nelle visceri
del teste, che sono, intrappolato tra paratie della mente,
l’orgia taglia la lama luminosa, il pensiero acuminato come
acciaio, e in questa lucentissima vanità di paesaggi fa la
trasparenza ulteriore consunzione, complice il sole
che nell’acqua si scioglie.

Tute le cose volgono

tutte le cose volgono alla fine, tra rotaie giace superbo
il falco, schiacciato sta il lombrico, secco il ciliegio sulla
collina, la pozzanghera s’asciuga al sole, l’erbivendolo è
al rantolo: continua sempre e respira, Natura, che riporti
il vento e il suo profumo, il mio aereo emigrare in terre
verginali, alle isole del paradiso, lidi immacolati e
acque memoranti.

Non ho viso, non ho

non ho viso, non ho mani dall’abisso all’immensità,
la parola se ne vola, si dilegua in qualche incavo
della candida Galassia. diviso, io, polvere già invisibile,
leggenda germinale, tocca dio e scappa via, per riprendere
il suo cantico: sorge il sole, in qualche luogo, vive l’albero,
s’informa il fango, la mente è tondo fondo, la mela
rosso fiamma, e io?

Scritto da:

Origine - genesi sociale degli immaginari mediali - Direttore MICHELE INFANTE

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