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MA QUALE ITALIA? – INTELLETTUALI E SOCIETA’ LETTTERARIA NEL “BELPAESE”- Intervista a Enzo Siciliano di Roberto Balzano

Cercare di mettere ordine nella storia della cultura italiana del secondo novecento, per potere fare chiarezza su molti degli aspetti che non ci piacciono dell’Italia di oggi.
Dato questo come obiettivo di queste pagine, non potevamo rivolgere le nostre domande che ad Enzo Siciliano. Scrittore, critico, autore di testi per il teatro, Siciliano è stato uno dei protagonisti del dibattito culturale italiano degli ultimi decenni. Amico dei grandi della letteratura del dopoguerra, instancabile organizzatore culturale, ha ricoperto la carica di presidente della Rai. Autore di romanzi fondamentali come La notte matrigna (1975), La principessa e l’antiquario (Premio Viareggio 1981), I bei momenti (Premio Strega 1998), e l’ultimo Non entrare nel campo degli orfani (2002). Ha curato numerosi volumi sulla letteratura tra cui La letteratura italiana e l’importantissima antologia Racconti italiani del Novecento. I suoi Diari sono una testimonianza lucidamente critica sulla nostra contemporaneità.
Dal 1972 è alla direzione di “Nuovi Argomenti”.
Siamo andati ad intervistarlo nel salotto della sua casa romana.

Iniziamo da un consiglio. Cosa si sente di suggerire ad un giovane che vuole scrivere?
Innanzitutto leggere. Oggi si legge male, e soprattutto si ignorano i classici. Non è negativo che i lettori della tua generazione sappiano tutto di Paul Auster, ma è un male se ignorano Dostoevskij o Balzac o Tucidide.
In ogni caso leggere è l’unico consiglio che si può dare: la scrittura, se ce n’é capacità, viene dopo.

Lei sostiene che non c’è più spazio per i classici, ed è vero, ma ai suoi tempi era diverso?
Certo. Avevano un’importanza centrale. Negli anni ’50 io leggevo i classici nella Bur e nella Universale Economica.

I classici si continuano a stampare anche oggi. Cosa avevano di particolare queste due collane?
La differenza è che si faceva una selezione di testi fondamentali, mentre oggi si è smarrita la dimensione dell’utilità e del valore formativo della lettura. Nella Bur e nell’Universale Economica c’era di tutto, e tutto il meglio. Lì trovavo La cousine Bette accanto a Euripide, a Diderot, ma anche un testo importante per chiarire la storia italiana come il Diario della rivoluzione del ‘48 di Carlo Cattaneo.
Certo, anche oggi, nelle librerie si vendono tanti classici in edizioni economiche (il prezzo oscilla fra gli 8 e i 20 euro – prezzi economici?). Ma sembrano cespi d’insalata affiancati gli uni agli altri. Poi succede che alcuni di essi, a fare “biblioteca”, vengano pubblicati il mercoledì in tandem con “Repubblica”, e scatta il successo.
All’epoca la Bur e l’Universale Economica furono il presupposto e lo strumento della creazione di una vera cultura popolare in Italia (penso, ad esempio, all’importanza che avrebbe l’affrontare un testo impegnativo, ma fondamentale per capire la nostra contemporaneità, come la Storia d’Italia di Guicciardini). C’era un progetto di crescita sociale, e soprattutto si aveva la convinzione che la formazione della nuova classe dirigente del paese dovesse passare attraverso la cultura popolare intesa nel senso più alto e universale. Il meglio dell’Italia tra gli anni ’40 e ’60 sta proprio in questa consapevolezza e in questa tensione. Io ricordo con piacere che per comprare i libri risparmiavo sul biglietto del tram.

Consolante, anche io risparmio sui biglietti del metrò per andare in libreria… Ma perché poi le cose sono cambiate?
Il discorso è complicato. Tanto per dire: a pensare le collane erano stati uomini come Angelo Rizzoli e Giancarlo Pajetta che avevano provato sulla propria pelle la difficoltà, allora comune a tutti noi, di avvicinarsi alla lettura (l’uno era un trovatello, l’altro aveva assaggiato le carceri fasciste prima dei diciotto anni), e che avevano maturato un senso, potremmo dire etico, dell’importanza del libro e della letteratura. Oggi, invece, a capo delle case editrici ci sono i manager, mentre gli intellettuali sono relegati nell’angolo. Non ci sono più i Vittorini, i Sereni, i Pavese, i Debenedetti. Tutto il tessuto culturale degli anni ’50 e ’60 è stato smagliato con la perdita di potere decisionale e di indirizzo da parte degli intellettuali. Le case editrici sono andate progressivamente allo sbando, si sono indirizzate sempre più verso la ricerca del “caso” e hanno perso di vista il catalogo. Non esistono più politiche editoriali, se non legate alla logica del profitto giorno per giorno.

Non credo che il mercato editoriale, e in generale la cultura italiana, abbiano deciso di regredire spontaneamente. Cosa è avvenuto perché si giungesse a questa situazione?
Diciamo che nei fatti si è cementificato quel mutamento antropologico testimoniato da Pasolini fin dall’inizio degli anni ’70 (gli Scritti corsari, molti brani di Petrolio, Trasumanar e organizzar), ovvero una decadenza progressiva, e, da un certo punto in poi inarrestabile, della tensione culturale nel nostro paese.

Di chi sono le responsabilità di questa decadenza?
Le responsabilità sono politiche nel senso più ampio. Sono da attribuirsi ad un sistema che non è stato capace di controllare e indirizzare in senso positivo il fenomeno principale della modernità: lo sviluppo e la diffusione capillare dei media, tv innanzitutto. Ma che, al contrario, ha lavorato per farne lo strumento di creazione del consenso (Berlusconi docet). La strumentazione dei media ha finito per privilegiare il dato persuasivo invece di quello espressivo e conoscitivo, qualificando così le informazioni non dal punto di vista dei contenuti e dei significati, ma solo delle immagini. Lo schermo televisivo agisce come una forza centripeta e coercitiva in cui tutto diventa uguale: le bombe su Baghdad e le cure dimagranti.

Di fronte a questa situazione come hanno reagito gli intellettuali?
Sono stati spiazzarti, si sono smarriti, e adesso vivono come dei rifugiati. La cultura, intesa come significati, idee, forme espressive, è aliena da un modello totalmente schermo-centrico come quello affermatosi in Italia.

Gli intellettuali, però, mica si sono estinti? Dove sono, oggi, i luoghi e qual è il ruolo di chi vuole fare cultura?
La classe intellettuale italiana ha un ruolo decisamente marginale in termini di influenza sulla vita del paese. E la cultura, ormai, è diventata un bene residuale all’interno del quale ci si raccoglie per volontariato.

Ne esce, insomma, un quadro disarmante che purtroppo risponde a verità. Soltanto un’obiezione: sicuro che gli intellettuali siano esenti da colpe?
Certo che no, tutt’altro. E mi riferisco, in principal modo, all’atteggiamento dei gruppi della neoavanguardia e dei contestatori. Gli italiani hanno vissuto il trauma, durissimo, della messa in discussione delle forme organiche della cultura e della comunicazione (romanzo in primis) da parte di quegli stessi che però non sono stati capaci di proporre un effettivo rinnovamento dei modelli espressivi. Si è rifiutata l’idea che l’intera esistenza è una narrazione. Questo ha determinato una frazione tra pubblico e intellettuali che ha a sua volta messo in crisi i valori della “cultura di per sé” (pensiamo alle critiche che ha dovuto subire uno come Moravia), e ha causato negli italiani un vuoto di senso che in qualche modo è stato colmato, con conseguenze nefaste, dalla tv.

Che ruolo ha avuto il giornalismo in questo contesto?
Il giornalismo è stato protagonista in negativo di questi cambiamenti. Nel dopoguerra al centro della vita giornalistica italiana c’erano, solo per fare qualche nome, gente come Brancati, Moravia, Alvaro, Flaiano, Soldati. Il giornale rappresentava la cinghia di trasmissione e diffusione alta della cultura del paese. Oggi c’è da imbarazzarsi solo a tentare un paragone. Io stesso, le cose che scrivevo sui giornali trent’anni fa poi le ho usate per fare dei libri: quelle che scrivo oggi possono essere appunti per un libro possibile.
La verità è che la cultura è uscita dall’orizzonte dei giornali italiani. Quanta tv c’è sulla carta stampata? Persino la struttura editoriale è modulata su ritmi televisivi. Un esempio principe su tutti: il salotto di Vespa è diventato il centro del dibattito politico nel nostro paese, e i giornalisti, che dovrebbero essere i primi ad indignarsi, fanno la fila per potercisi sedere.

Ma non accade lo stesso anche negli altri paesi?
Non necessariamente. Prendiamo il New York Times ad esempio. Sopra ci trovi i nomi dei maggiori intellettuali americani (anche del mondo universitario), non una riga di riferimento alla tv, e una buona parte del giornale è dedicata alla cultura. Il giornale così strutturato, anche se non vende milioni di copie, ha un peso notevole sul dibattito politico e culturale americano, ed è il giornale più autorevole del mondo. In Italia un giornale del genere non c’è.

Lei ha parlato di intellettuali legati al mondo dell’università. Anche oggi nelle università italiane si cerca di fornire gli strumenti per fare cultura.
Non è più la stessa cosa. Io mi sono formato nella facoltà di lettere della Sapienza: ma era un luogo vivo, stimolante, realmente formativo, dove a fare lezione c’era il meglio della cultura letteraria, storica, filosofica italiana del dopoguerra. Adesso, salvo eccezioni, la qualità del corpo docente si è notevolmente abbassata nella media. L’università di massa di per sé non è un fatto negativo, ma lo diventa nel momento in cui serve solamente da parcheggio per generazioni di giovani per i quali non c’è lavoro. Il problema, comunque, riguarda l’intero sistema scolastico italiano, di cui le varie riforme che si sono susseguite negli ultimi anni non hanno fatto altro che impoverire e dilatare la funzione di conoscenza e formativa.

Torniamo a parlare di letture. Bombardati dalla tv, non supportati dall’università, i giornali sono quello che sono, come si fa a scegliere i libri da leggere? Cercando di attenersi ad un canone?
L’abbiamo detto all’inizio, si deve partire dalle letture formative, dai classici, e dai grandi del novecento italiano. Il canone non serve a niente, è una malattia alessandrina del secolo passato che rischia soltanto di creare dei vuoti molti gravi. Il lettore deve essere attento, critico, pensare con la propria testa, perché oggi non ci sono più specifiche, né sistemi di differenziazione dei prodotti culturali in base al loro effettivo valore.

È un problema irrisolvibile?
Non credo. Se tu ad esempio vai in una libreria di New York, ti accorgi che i libri importanti, diciamo di “spessore culturale”, sono chiaramente distinti dalla letteratura d’intrattenimento e d’evasione, comprese le nuove uscite. Che ci siano i best-seller è logico, che non tutti abbiano voglia e possibilità di leggere i classici anche, ma questo non significa che debbano scomparire le differenze. Sennò è il caos: un appiattimento verso il basso che non giova nessuno.

Concludiamo da dove abbiamo iniziato: con una riflessione sulla scrittura. Lei ha detto che “scrivere è un modo per alzare un ostacolo contro il disordine che può divorarci”. È una concezione etica della scrittura, l’unica possibile.
Negli ultimi anni, invece, tra i giovani che si interessano di letteratura si sta diffondendo sempre più la moda di frequentare le cosiddette scuole di scrittura creativa? Personalmente sono contrario. Lei cosa ne pensa?
Non si può insegnare a scrivere a comando. Queste scuole non mi piacciono per niente. Trasformano lo scrivere in un dato manageriale e generano soltanto confusione in chi le frequenta. Vengono stravolti i valori: chi affronta la scrittura deve innanzitutto essere un lettore, magari soltanto della propria esistenza e che per questo legge altro. Bisogna prima apprendere: assorbire e non sputare. Le scuole di sc

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Origine - genesi sociale degli immaginari mediali - Direttore MICHELE INFANTE

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