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IL MESTIERE DI SCRIVERE? QUINDICI DOMANDE A ERRI DE LUCA di Roberto Balzano

Napoli. Palazzo Serra di Cassano. Sette luglio duemilatre. Ore 17.15. Erri De Luca mi ha dato appuntamento qui per un’intervista. Lui deve presentare un libro. Mi avvicino, lo scrittore è un signore in maniche di camicia, magro, quando mi vede mi abbraccia, «Uè come stai?!» (è la prima volta che ci incontriamo), e ci dirigiamo verso la balaustra del palazzo seicentesco per le domande che mi sono segnato.

Cosa intendi per scrivere bene, in contrapposizione a scrivere male?
Non so cosa voglia dire scrivere bene. Io so solo che quando finisco una pagina, ed è pronta per la stampa, vuol dire semplicemente che non posso scriverla meglio di così, che quello è il mio massimo. E mi accontento. Non faccio grosse riletture, né revisioni del testo. Forse un buono scrittore è semplicemente uno che ha amore per la storia che sta scrivendo.

Quanto conta la conoscenza diretta della vita quando si racconta? Quanto invece l’immaginazione?
Per me l’immaginazione non conta niente. Nei miei libri c’è la mia vita, la verità della mia esperienza di uomo. Non ho mai avuto bisogno di inventare nulla. Non credo di poter prescindere dalla conoscenza concreta di quello che racconto. E poi che senso avrebbe mettersi a inventare quando già tutto è nella nostra esperienza?

Quindi quando cominci a scrivere una storia sai già quello che dovrà succedere?
Ti ripeto, quello che c’è nei miei libri sono tutti fatti miei, cose reali, accadute. È ovvio che sappia già come vanno a finire.

Puoi descrivermi il tuo metodo di lavoro?
Non ho un metodo, non ho orari fissi, né luoghi più propizi di altri. Per me la scrittura è sempre stata il contrappeso di tutta una giornata di fatica. Mi tengo compagnia con questo intrattenimento. Niente di più.

Che importanza ha per uno scrittore la sicurezza economica?
Assolutamente nessuna. Anzi, all’inizio è sicuramente un male.

Credo che oggi tu riesca a vivere di sola scrittura, ma all’inizio della tua carriera come facevi a tirare avanti?
Attualmente la scrittura è la mia unica fonte di reddito. Prima, facevo l’operaio.

Che consiglio dai a un giovane scrittore?
Smettere subito. Per chi considera la scrittura come un vizio o una passione il mio consiglio è di dedicarsi ad altro. Se proprio non ce la fa, allora tanto vale accanirsi, ma solo dopo avere preso in seria considerazione l’ipotesi di lasciar perdere.

Quali sono state le tue letture formative?
Ogni lettura può essere sia formativa che de-formativa. In ogni caso considero il più grande libro della storia letteraria occidentale il Don Chisciotte di Cervantes, di quella italiana Pinocchio.

Cosa pensi degli scrittori italiani tuoi contemporanei?
Mi piace molto uno scrittore che si chiamava Francesco Biamonti. Ma adesso è morto.
Qualche altro nome?
Bastano questi.

In base alla tua esperienza, secondo te uno scrittore dovrebbe occuparsi dei problemi politici del proprio tempo?
Secondo me uno scrittore dovrebbe condividere qualcosa della malora del proprio popolo. Condividere, anche fisicamente, la condizione di malessere della maggioranza delle persone di questo paese. Provare a raccontare la vita dal basso, l’intreccio di vite che fanno la storia.

I tuoi libri sono tutti dei romanzi brevi. Qual è il motivo di questa scelta?
Diciamo che preferisco la formula del romanzo breve, anche se la definizione non mi piace, perché mi permette di essere il meno possibile ospite del mio lettore. O almeno essere un ospite discreto, non appesantire coi miei libri un carico già abbastanza gravoso.

Molte delle tue storie sono ambientate a Napoli. Qual è il tuo rapporto con questa città? Come vedi la sua situazione odierna?
Napoli è la mia città. Il posto dove è avvenuta la mia educazione sentimentale, dove ho imparato a provare compassione, dolore, schifo. È il luogo cruciale della mia vita e quindi di molte delle mie storie. Per questo mi tengo stretta la definizione di ‘scrittore napoletano’. Anche se oggi questa, che era una città di punta (almeno dal punto di vista militare), vive una decadenza che la sta portando a smarrire la sua identità, trasformandola in nient’altro che una delle tante città d’Europa.

Come vedi la situazione della cultura in Italia? Non pensi che il mondo dei media, la politica, i giornali, stiano disamorando gli italiani alla lettura?
Non mi sembra. Le vendite sono in aumento, si aprono nuove librerie, megastore e altro. I libri in giro ci sono, ed a prezzi anche accessibili. Evidentemente la sbornia televisiva non toglie la voglia di leggere. Che si trovino i libri dentro i supermercati non è poi un male. Certo, altro poi sarebbe sapere cos’è che la gente legge. Ma questo non è il mio territorio, io sono soltanto uno che scrive.

Per concludere, quando scrivi pensi a chi legge? Saresti in grado di dire per quale lettore scrivi, quale lettore speri di raggiungere?
Sinceramente non lo so. In fin dei conti, quello del lettore è un problema che uno che scrive non è che si pone poi tanto. Almeno, per me è così.

Scritto da:

Origine - genesi sociale degli immaginari mediali - Direttore MICHELE INFANTE

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