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SALVAMI | Rivista Origine

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SALVAMI

La ragazza era sudata; la sua gonna bianca aveva uno strappo su un fianco. I piedi sporchi di polvere grigia parevano due lame seghettate.
Se ne stava seduta per terra davanti alla chiesa barocca la cui facciata corrosa dal tempo e dallo smog era dominata da un enorme angelo di pietra. Il sole era caldo e potente. Il cielo non aveva colore.
” Hai ballato bene!”
La ragazza si voltò e gli lanciò un’occhiata di sbieco. Sorrise e il suo fu un sorriso a mezza bocca, un sorriso pulito di denti bianchi e forti. Non era proprio una ragazza: poteva avere trent’anni. Era magra e spigolosa ma le gambe, nervose e muscolose, parevano quelle di un’atleta.
” Sei di qui… intendo, del posto?”
La ragazza scrollò la testa e i capelli scarruffati vennero portati indietro da mani con le unghie corte e le dita tozze. La ragazza infilò la testa in un secchio di metallo e poi la tirò fuori con violenza spruzzando d’acqua il selciato.
” Farai un’esibizione? Voglio dire: ballerai anche questa sera?”
” Ntz!” fece lei.
Raccolse uno scialle di cotone frangiato e un tamburello e si avviò verso un piccolo bar con l’insegna scalcinata che si affacciava sulla piazza del paese. L’uomo la seguì tamponandosi il sudore sulla fronte. L’odore del caffè si mescolava a quello dei fichi appena raccolti e delle pesche a pasta bianca.
Superata una tenda di strisce di rafia azzurra l’uomo si ritrovò in un budello che correva alla sinistra di un bancone di zinco. Un contenitore di plastica era pieno di brioche e cannoli freschi.
La ragazza, in un angolo, stava leggendo il giornale coi gomiti piantati sul frigo dei gelati. Accanto a lei zampettavano due bambini mezzi nudi dai capelli biondi e la pelle color dell’oro.
I bambini bevvero un bicchiere di latte freddo a testa e una brioche al cioccolato; la ragazza si accontentò di un bicchiere d’acqua. Quando i bambini ebbero finito lei si portò fuori senza passare dalla cassa.
” Mamma, mamma… non paghiamo?” fece il più piccolo.
” Nessun problema, piccolo, tutto gratis per le striks durante il festival della Pizzica…”
I bambini si allontanarono pentiti per non aver preso una seconda brioche al cioccolato mentre l’uomo ordinò un caffè.
” Salve!”
Il barista fece un cenno col capo.
” Senta, sono un giornalista di Roma e sono qui nel Salento per il festival della Pizzica…”
” Ce n’è un po’, in paese, ho visto”.
” Già!” fece l’uomo constatando che il barista non aveva voglia di parlare.
” Quella ballerina!” disse il giornalista indicando la tenda di rafia “dove potrei vederla ballare?”
” Perché proprio lei?” domandò il barista tenendo lo sguardo su un bicchiere da amaro che stava sciacquando.
Il giornalista si allentò il nodo della cravatta e sollevò gli occhiali da sole oltre la fronte.
” Vuole sapere perché? Non lo so!”
Il barista raccolse un altro bicchiere e prese a sciacquare anche quello. Poi strofinò il meno sulla manica della camicia rosa e riprese a sciacquare il vetro producendo uno stridore fastidioso.
Il giornalista spostò alcune strisce di rafia della tenda e guardò la piazza. La parte sinistra era occupata dal selciato prospiciente il sagrato della chiesa. Al centro c’era uno spartitraffico rettangolare e, oltre, l’asfalto. Tutt’intorno alla piazza correva un unico enorme edificio, un palazzo baronale, che però era stato restaurato solo in alcuni punti. Il palazzo veniva interrotto solo ai quattro angoli da altrettante vie che sfociavano nella piazza. Tutti i balconi che davano sulla piazza avevano le ringhiere in ferro battuto. I vari portoni di legno erano mangiati dal sole. Anche il verde delle panchine disseminate intorno alla piazza era stato sbiancato dal sole.
Il giornalista si tamponò il sudore sulla fronte e tornò al banco.
” Prima… prima stavo dando un’occhiata alle prove e ho visto quella ragazza… è molto, molto brava e vorrei sapere quando si esibisce. Balla come per magia…”
” Ecco!” lo interruppe il barista. ” L’ha detto. Per magia. Non la vedrà ballare stasera, quella, né domani sera, né la sera conclusiva della manifestazione…”
” Come mai?”
Il barista si versò un po’ d’acqua in un bicchiere scheggiato.
” E’ una striks, è qui perché attirata dal magnetismo del tamburello… ma quelle non ballano nelle piazze, quelle ballano nei boschi…”
Il giornalista si accese una sigaretta e si passò i pollici nell’orlo dei pantaloni tirandoseli su.
” Una striks? Non ci sono nel programma…”
” Macché programma e programma… sono… quelle sono… non so neanche come definirle…”
Il giornalista se ne rimase perplesso appoggiato al bancone. Il barista non sapeva chi fosse la ragazza eppure aveva fatto mangiare gratis i suoi figli.
In quel mentre entrò nel bar un vecchio con una giacca di panno nero e un cappello.
” Professore… diteglielo voi a questo giornalista chi sono le striks… ne ha appena vista una e ne è rimasto STREGATO” e rise piano.
Il professore sfidava i quaranta gradi di luglio con la sua giacca di panno scuro e il cappello di feltro. Era minuscolo e dotato di una barbetta bianca a punta che tendeva a ripiegarsi all’esterno.
Il giornalista sbuffò il fumo verso l’alto rilasciando una piccola nube grigia; infine ordinò un secondo caffè. Mentre osservava il barista caricare la macchina per il caffè pensò intensamente alla ragazza. Nell’atto di ballare lì, in una piazza solo parzialmente in ombra, gli era sembrata quasi in trance, come rapita da un’estasi irrazionale. Se in quell’istante le si fosse avvicinato e l’avesse baciata probabilmente avrebbero finito per fare l’amore per terra, lì, in silenzio, davanti ai suoi figli. Quel pensiero lo aveva turbato nella piazza e lo stava turbando anche ora, nel bar.
” Come?” fece riemergendo dai suoi pensieri.
” Stavo dicendo, caro giovanotto, che le striks sono creature contro cui in passato c’erano molti pregiudizi ma che oggi vengono considerate alla stregua delle veggenti, delle sensitive e delle mistiche… sono creature dotate di sensibilità non indifferente e si danno anima e corpo al ballo…”
” E perché non ballano in piazza durante i festival?”
” Per non contaminarsi. Il loro è il ballo per il ballo, un cavo inserito nel cuore verde della natura, l’espressione più pura del corpo. Non possono mischiarsi a gruppi folcloristici che vanno in tournée magari a pagamento…”
Il giornalista aveva già lasciato tre euro sul bancone e aveva abbandonato il bar in tutta fretta facendo dondolare le strisce della tenda.
Una volta all’aperto si era passato più volte il fazzoletto intorno alla gola guardando a destra e a sinistra.
Altre ragazze provavano i passi sul lato in ombra del sagrato.
Due vecchi se ne stavano immobili davanti a un albero.
Rientrato nel bar il giornalista afferrò il professore per un braccio ossuto.
” Dove posso trovarla? Dove vivono le striks?”
Ma l’altro con insospettato vigore si sottrasse alla presa e si ricompose la giacca.
” Cosa? Cosa dice giovanotto? Chi è lei?”
” Vattene!” lo minacciò il barista. “Oppure slego i cani!”
” Non ce n’è bisogno…” rispose l’altro abbandonando per la seconda volta il bar. Una volta fuori il giornalista diede un’occhiata all’angelo di pietra. Quel posto cominciava a mettergli i brividi. E a contribuire a quella malcelata paura c’era, appena sotto la statua, in un punto inaccessibile della facciata, la scritta “salvami” fatta con spray nero.

Scritto da:

Origine - genesi sociale degli immaginari mediali - Direttore MICHELE INFANTE

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