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TRA LO ZIBALDONE E L’ E-MAIL, NEL DESERTO DI SCRIVERE. Letteratura e contemporaneità di Gianni Celati

Trovo importante quello che ha detto Antonio Prete, sul fatto che in Leopardi non c’è niente di autobiografico. Nello Zibaldone tutto il parlare di sé è trasposto su altri piani: nei libri che legge, nelle idee filosofiche che studia, nell’osservazione dei costumi, nelle note filologiche.
In Leopardi non esiste quello che è diventato lo stile dominante del nostro tempo: il riferimento d’ogni cosa che si dice a un’istanza soggettiva, ossia autobiografica, come se anche la lingua e l’immaginazione fossero proprietà private dell’individuo. Voglio parlare di questo, perché non è più una questione limitata alla letteratura, e anche qui Leopardi mi aiuta molto a orientarmi. Intanto, tutta la pubblicità punta su processi di soggettivazione – processi di induzione all’autoriferimento: “Questa è la banca che fa per te! Vieni in vacanza nel posto che hai spesso sognato!” Non c’è niente di più facile che indurre gli altri a pensare in questo modo. In una pubblicità basta dire: “Ecco il reggiseno disegnato apposta per il tuo corpo”, e scatta un processo di autoriferimento che vi inchioda al fantasma pubblicitario. A questo proposito, c’è anche da chiedersi che senso ha la parola comunicazione usata come se fosse una faccenda scontata, dove il soggetto “si esprime liberamente”. L’e-mail è un caso esemplare, perché sembra l’epopea del libero scambio, e fa perno su una soggettivazione indotta dal mezzo: “Parla liberamente! Chatta a volontà!” Ma è interessante vedere che effetti ha sul linguaggio. Intanto si suppone che un messaggio e-mail sia come una conversazione, dove dico quello che mi viene in mente e l’altro mi risponde. Infatti moltissimi utenti tendono a simulare la lingua d’un parlare diretto, informale, come nelle chiacchiere. Ma è una simulazione che sa di falso lontano un chilometro. Quello che si vede in questi usi della lingua è un addomesticamento ideologico – l’idea della comunicazione facile, non mediata, libera, che è una mitologia liberista, divenuta un modo d’addomesticare la gente per induzione all’autoriferimento: “Io… io… io…”. Non c’è dubbio che questa sia la politica verso il futuro: renderci tutti inchiodati al nostro solipsismo. Leopardi diceva: “mancherà alla vita umana ogni valore, e ogni uomo odierà tutti gli altri, amando solo del suo genere sé medesimo”. L’e-mail mette in luce molte cose, e in particolare una specie di tramonto della sensitività alla lingua, per cui gli utenti si scaricano addosso sbrodolature informi, prendendole per un parlare libero e diretto. In realtà i messaggi e-mail non possono avere niente a che fare con la lingua delle conversazioni, proprio perché sono un “parlare in libertà” – ossia sono un parlare senza nessun sostegno rituale, senza il va e vieni di occhiate, gesti, turni di parola, che ri-orientano la conversazione nel faccia a faccia con altri… Non credere alla comunicazione facile, sapendo che non esiste proprio, e che ogni comunicazione è sempre in gran parte illusoria, fantasmatica – questo è il peso del mondo che abbiamo sulle spalle, ma è anche l’unico sapere dei poeti. I poeti sanno che il linguaggio deve avere una cifratura, che la lingua vive nei moti illusori del soggetto, ma se ne distacca quando tende a una autonomia come quella del linguaggio matematico. Quello è il punto in cui si riconosce una cifratura, senza la quale la lingua diventa già tutta dissacrata, senza ritualità – la lingua del disgusto, come diceva un filosofo spagnolo, José Bergamin…
Per tornare a Leopardi e dare un esempio di cifratura, io citerei Alla primavera o delle favole antiche. Questo è un esempio in cui la lingua non può avere nessuna immediatezza, nessun forma di comunicazione libera e diretta – è una poesia faticosa, con una sintassi difficile, perché parla di qualcosa che deve restare implicito, come una connivenza silenziosa con un eventuale lettore – ed è la memoria delle favole antiche. Certi melanconici parlano così, parlano in cifra per tenere nell’implicito quello che li addolora, e questa poesia fa qualcosa del genere perché si riferisce a un implicito doloroso. Parla della scomparsa della vita, della vita nel senso pulsionale, come qualcosa che c’era ma di cui non sappiamo più niente, e viviamo in questa mancanza che è tutto il nostro sapere. Nella poesia di Leopardi c’è qualcosa del genere: un guardare là dove esisteva la vita, nelle favole antiche o nei luoghi del mondo o nelle stagioni che ritornano. È una poesia su cui bisognerebbe tornare a riflettere, in relazione a quello che ho detto sopra. Ma bisognerebbe anche rendersi conto che la parola vita ha preso ormai un senso sempre più astratto, come negli usi transitivi del verbo vivere: “Io vivo la mia vita, vivo un’esperienza, vivo un amore”. Questi usi dicono che viviamo piantati in una retorica del consumo e che anche la vita è ormai vista come un consumo, dove però ciò che possiamo consumare sono solo surrogati di vita. Ad esempio il turismo è un surrogato di vita. Ad esempio il junk food americano che produce un’obesità dilagante, è un altro surrogato delle vita e precisamente della vita come mancanza pulsionale. L’altro insegnamento di quella poesia di Leopardi è che una cifratura della lingua ci sposta fuori di noi, con lo sguardo verso un orizzonte, forse in cerca di un’altra specie d’uomini – comunque non più orientati solo sul proprio dolore, e neanche per far risorgere quello che è stato, ma per usare la mancanza come unica nostra ricchezza. In questo senso le forme della scrittura poetica sono il mezzo: un sonetto ha due quartine e due terzine, sono degli endecasillabi, gli endecasillabi hanno accenti tonici su certe sillabe canoniche. Sono fatti così e quindi per scriverli io mi devo alienare verso qualcosa che non sono io, fuori di me – e questo è il processo di cui stiamo parlando. Se scrivendo trovo una forma, quello che conta non sono io “che mi esprimo”, ma la cifratura, l’uso delle sillabe, dei toni. A questo devo alienare la mia soggettività, per poter guardare un po’ in lontananza, come nella poesia di Leopardi.

Linguaggio letterario e società

Io imparo cos’è la poesia abituandomi a un certo uso del linguaggio, che non è quello dei giornali, né quello dei critici, né quello della comunicazione pratica e deduttiva delle faccende quotidiane. Per avvicinarmi alla poesia devo imparare un uso delle sillabe e degli accenti tonici che è quello metrico o ritmico, e imparare a vedere le immagini che passano nelle parole, e imparare a pensare per immagini. Tutto ciò colloca la poesia tra le altre pratiche sociali, ognuna delle quali richiede un simile apprendistato per imparare i suoi usi. Ma proprio per questo, bastano poche generazioni abituate solo agli usi della prosa giornalistica, per fare sì che le poesie di Leopardi diventino una lingua sconosciuta, materia di consultazione accademica. Niente come la letteratura è costituzionalmente aggrappato ad un lavoro iniziatico, per cui succede come in certe società africane: scomparso il rito di iniziazione scompare tutta la cultura tradizionale. Siamo già vicini a certi tracolli, che dipendono proprio dal fatto che si pensa alla letteratura come un patrimonio di cose oggettive, dove l’uso è scontato – per cui si suppone che tutti sappiano come leggere una qualsiasi poesia. Sarebbe come dire che la musica di Bach esisterebbe anche se nessuno sapesse più leggere uno spartito. In questo modo, si preclude ogni possibilità alla ricerca. Un lavoro di ricerca è un lavoro che si sgancia dalle finzioni ufficiali, per porsi delle domande sul mezzo che si usa, e su come si usa e questo nel campo dei libri diventa problematico, per vari motivi che non sto a spiegare – ma quanto alla “capacità di fagocitare, di distruggere le forme”, io credo che bastino tre o quattro generazioni per fare tabula rasa di tutti i nostri fervori letterari. L’idea di permanenza e salvezza delle cose è il succo più falso del modo di vita borghese. Se si pensa alla letteratura come un patrimonio di oggetti concreti, i libri, dove sono depositate le forme del dire e del narrare – allora ci si chiede come queste cose oggettive possono scomparire. Io credo che quella dei libri sia una falsa oggettività. Io credo che la letteratura in sé esiste come uso, quello è il suo impianto ontologico, ma l’ordine sociale ha la capacità di fagocitare e distruggere le forme, abolendo in breve la memoria dei loro usi…

La scrittura come astrazione

Scrivendo noi tendiamo a diventare esseri puramente astratti, ognuno aggrappato alle sue teorie, spesso detestando quelle degli altri. Questo grado di astrazione mentale in cui siamo precipitati è come un grande circo senza uscita, dove tutti scrivono, tutti, ognuno nel suo deserto. Ma ognuno alza la mano ogni tanto e grida: “Io, io, io esisto”, aspettandosi un attestato di identità concesso dall’alto. E ogni tanto scende dall’alto un professore con le ali colorate e distribuisce attestati dove c’è scritto: SI’ TU ESISTI, SEI PROPRIO BRAVO, PUO’ ANCHE DARSI CHE NON MORIRAI MAI.
Io credo di essere passato a fare documentari perché in questo lavoro c’è un minore grado di astrazione: voglio dire che non c’è lo sfondo mentale di quel circo dove si invocano attestati di eternità. E mentre l’eternità in sé mi è sempre sembrata una bella idea, io mi trovo bene negli usi quotidiani delle pratiche di lavoro, dove si può andare avanti senza dover gridare sempre: “Io, io, io esisto!”

I documentari

Nell’editoria il gioco finanziario è diventato più importante della produzione, come è successo in molti altri settori. Per i documentari la situazione è diversa, perché è un settore dove non ci sono ancora i giochi finanziari dell’editoria o del cinema. Per fortuna il documentario non interessa a nessuno perché tutti credono solo al cinema. Io dico che tra pochi anni anche qui cambieranno gli usi, tutto diventerà professionale (idea che io detesto), e dunque ci saranno solo posti assegnati in quel circo di nevrotici che ho detto.
Nelle Divagazioni stanziali di Enrico De Vivo, un personaggio dice del paese dell’autore: “Qui non succede niente”. E lui risponde: “Come non succede niente? Come è possibile che in un qualsiasi posto del mondo non succeda niente?” Ecco, quella risposta riassume la mia idea di lavoro con le immagini e la macchina da presa. Questa è la cosa rinfrescante – che esistano i luoghi del mondo, le cose più elementari, e le diversità, gli usi, e gli andamenti delle giornate, e tutto il variare minimo delle ore del giorno secondo i vari luoghi. Lo so che è una stranezza pensare che certe cose che fanno parte di noi, certe forme su cui abbiamo tanto pensato, scompariranno del tutto, fagocitate o distrutte dal cosiddetto progresso. Ma alla fine del nostro lavoro sui luoghi, forse sorgerà questa scoperta: che in fondo noi non sappiamo veramente niente del mondo esterno, sappiamo solo le razionalizzazioni tramandate, sappiamo solo i copioni già pronti.

L’etica come condivisione e la retorica

Qualche tempo fa ho letto sul “Corriere della sera” un titolo che diceva: Per evitare il crack ci vuole più etica e più controllo dei conti. Cosa vuol dire? Credo che usata così la parola “etica” voglia dire più che altro “falsa coscienza”. Se invece l’etica è una parola che parla di come funzionano i costumi, allora bisogna ricordarsi che i costumi funzionano a seconda dei posti dove si è, il che diventa un fatto assolutamente primario. Quest’estate ho cominciato un documentario in un villaggio africano e non facevo che domandarmi: “Come mi devo comportare in questa situazione, col tale e con il tal altro, in questa capanna di quel vecchio, in quel cortile di quella donna, facendo questo e quest’altro?” L’etica riguarda come si svolge il giorno, come ci si rapporta agli altri, le domande che io posso fare o non posso fare, i segni che posso o devo dare agli altri. In altri termini l’etica è la disciplina di ciò che si può mettere in comune con gli altri, è l’esperienza d’essere al mondo assieme agli altri, è il fatto che noi siamo sempre con gli altri, da quando nasciamo a quando moriamo. Non riguarda delle buone intenzioni, non riguarda un’intenzione di “fare il bene”, perché è sempre al di là di me – perché è un obbligo, ma dove nessuno mi obbliga. Allora non esiste proprio la nozione di “più” o “meno” etica. E anche l’idea cristiana di rendersi meritevoli con la buona volontà o con la carità, ha un fondo scivoloso che spesso porta all’idea di differenziarsi dagli altri con spettacoli di bontà. Questo non avrebbe mai sfiorato la mente d’un confuciano, d’un buddista, e neanche d’uno degli africani con cui ho vissuto quest’estate. Una volta hanno chiesto a Borges: “Borges, quando uscirà dal labirinto?” E lui ha risposto. “Quando ne usciremo tutti”…
Un’ultima osservazione. È errato, a mio modo di vedere, contrapporre lo scrivere in “forma corretta ed efficace” e l’etica. Da una parte la retorica, dall’altra la morale… Momento. La retorica non è l’arte di scrivere bene, in “modo corretto ed efficace”. Questa è un’idea che nessun serio sofista avrebbe accettato, e meno che meno Gorgia, ma neanche Aristotele. La retorica è l’arte di scatenare qualcosa nel pensiero o nell’animo degli altri, ma in questo senso non è che il risvolto dell’esperienza di essere al mondo con gli altri, di mescolarsi con gli altri – l’esperienza dell’eros, senza il quale non ci si mescola con nessuno. Ed è la disciplina che ci serve per capire come gli umani si intendono: per capire che si intendono sempre a fiuto, per strani effetti delle parole, per richiami emotivi. Mai con le famose idee chiare che uno trasmetterebbe a quell’altro, ma piuttosto per segnali vagamente significanti o per grugniti come i bestioni di Vico. In questo senso la retorica è il necessario risvolto dell’etica, senza cui l’etica sarebbe sorda e muta, anzi burocratica e codina.

[*] tratto dagli atti del convegno “Un anno di Zibaldoni e altre meraviglie. Visioni e idee per la comunità avvenire” www.zibaldoni.it.

X IMPAGINAZIONE FRASI DA INSERIRE

“Scrivendo noi tendiamo a diventare esseri puramente astratti, ognuno aggrappato alle sue teorie, spesso detestando quelle degli altri. Questo grado di astrazione mentale in cui siamo precipitati è come un grande circo senza uscita, dove tutti scrivono, tutti, ognuno nel suo deserto.”

“Io credo che quella dei libri sia una falsa oggettività. Io credo che la letteratura in sé esiste come uso”

“la parola vita ha preso ormai un senso sempre più astratto, come negli usi transitivi del verbo vivere: “Io vivo la mia vita, vivo un’esperienza, vivo un amore”. Viviamo piantati in una retorica del consumo e che anche la vita è ormai vista come un consumo, dove però ciò che possiamo consumare sono solo surrogati di vita.”

Scritto da:

Origine - genesi sociale degli immaginari mediali - Direttore MICHELE INFANTE

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