UA-51082228-1 INCHIESTA / SUD & LETTERATURA – 10 domande a 10 scrittori sul loro SUD + un intervento passionale fuori campo a cura di Michele Infante | Rivista Origine UA-51082228-1

INCHIESTA / SUD & LETTERATURA – 10 domande a 10 scrittori sul loro SUD + un intervento passionale fuori campo a cura di Michele Infante

1. Quando scrive si guarda intorno, vede la sua gente, ricorda i volti della sua famiglia, le strade che ha percorso da ragazzo, il paesaggio osservato dalla finestra della sua camera. Cosa è cambiato nei volti, nelle strade, tra la gente del Sud di oggi?

ALAJMO: Scrivere significa praticamente non fare altro. Cioè: ricordare e confrontare. Il serbatoio dell’immaginario ha fatto il pieno nei primi dieci anni di vita, e il resto è cercare di scoprire come le cose cambiano nel frattempo. I cambiamenti sono tanti, ma possono essere ricondotti a uno: sono aumentati i desideri. E sono spesso desideri inconsulti, che la televisione suscita indiscriminatamente anche su un tessuto poco meno che arcaico come è quello siciliano.
CACOPARDO: Sono cambiate molte cose, nel Sud di questo paese, dai tempi in cui ero ragazzo. L’altezza, per esempio, dei giovani è cresciuta e di molto e i visi sono meno asciutti e intensi più pieni e soddisfatti. E poi le abitudini di vita. Vanno in pizzeria e in discoteca e bevono birra in uno dei tanti pub aperti dovunque anche nel più sperduto dei paesini nei monti Peloritani. Pensate che a Savoca, il posto dove c’è il bar nel quale è stato girato il Padrino, dalle granite di limone profumate come un fiore di limone, i ragazzi vanno al pub là vicino e consumano gelati confezionati e bibite americane e inglesi. Una cosa non è cambiata, però: la disperazione per il futuro incerto, senza speranza. E chi ha la forza e il coraggio va via al Nord, il perenne Nord.
CILENTO: E’ tutto più ricco in apparenza, o forse meno povero, più luccicante. Alla fine degli anni Settanta io avevo una decina d’anni: non è passato, in fondo, molto tempo, ma ricordo certo una presenza della natura maggiore di quanta oggi ne veda. Ricordo anche un senso di abbandono maggiore, però. Ricordo segni più evidenti di un passato che la ricostruzione degli anni Sessanta aveva stentato a cancellare: ruderi di palazzi e caseggiati, chiese chiuse e abbandonate. Non molto si è fatto in questi anni nelle città del sud per cancellare i segni del novecento e delle guerre, ma quel poco lo si è fatto tutto in funzione dell’immagine. E così, i centri grandi come le periferie più desolate recano tracce di un abbandono da sovrappiù, residui e spazzature da ricchi. Ma l’atteggiamento, i comportamenti, il senso di rinuncia, l’assenza di volontà nel costruire: queste cose, non sono mutate. E, peggio ancora, c’è la perdita di ogni memoria e significato del proprio passato. Perché del passato c’è sempre da vergognarsi e il Sud passa il suo tempo a pavoneggiarsi di origini e nobiltà che non ha mai compreso o a cancellare con rabbia una tradizione che si ritiene castrante e fastidiosa. In questo modo, niente viene mai prodotto di nuovo ma ogni cosa vecchia è lucidata e verniciata nel teatrino del Meridione.
I volti, la genetica dei luoghi, non cambiano. E questo è ciò che mi sconcerta e mi spaventa di più, l’assoluta volontà di restare fermi nell’autocompiacimento o nella lamentazione che il Sud esprime: i volti che conoscevo, sono i volti dei quadri del Seicento, sono i volti di chi c’era nel Trecento.
La forma del pastore, del plebeo, del visconte, non è cambiata. Si rivestono solo dei nuovi abiti: del funzionario, dello specialista di marketing, del piccolo commerciante, dell’assessore, del mariuolo.
Tolti i peletti, fatto il piercing, schiariti i capelli, messa la vita bassa, andati in palestra, i giovani del Sud non riescono, nonostante tutto, a perdere le loro fisionomie. E’ più forte di loro. Che ci piaccia o no, bisogna confrontarci con ciò che siamo, con ciò che sono stati i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri avi.
CONSOLO: Sono uno scrittore dell’emigrazione meridionale, e specificatamente siciliana, al Nord del Paese, a Milano. Quest’emigrazione (di lusso) è contemporanea e speculare a quella (di miseria) dei contadini, dei braccianti: inizia alla fine dell’Ottocento, con Verga, e dura fino alla mia generazione e oltre. Dunque, scrivo da lontano, sulla piattaforma delle letture e sul filo della memoria (“…da lontano in questo genere di lavori l’ottica qualche volta, quasi sempre, è più efficace ed artistica, se non più giusta…” scriveva Verga al suo confrère Capuana). Epperò poi ho bisogno di verificare: di tornare e percorrere le strade del luogo del racconto, vedere il paesaggio, i volti della gente, sentire le parole, i suoni… Ma sono possibili ancora queste incursioni, queste ricognizioni? Forse sì, scavando e scavando, con fatica, con dolore, perché tutto è ormai maledettamente cambiato nel Sud, nei volti, nel paesaggio, nella lingua… E’ nostalgia la mia d’un passato d’arretratezza, di pena, di marginalità? Non credo. E’ inaccettabilità di uno sviluppo cieco, caotico, selvaggio. Sviluppo senza progresso, come diceva Pasolini. E oggi, nel nostro Sud, lo scenario è di desolazione, di smarrimento, di alienazione, di violenza, di morte.
FRANCHINI: Non credo che sia compito principale di uno scrittore capire che cosa è cambiato. Se qualcuno lo sa dire, tanto meglio. Ma ciò che a uno scrittore soprattutto si chiede è per l’appunto guardarsi intorno, ricordare i volti della famiglia, le strade che ha percorso da ragazzo etc. In genere, lo scrittore dura di più dello storico proprio perché si limita a guardare. Se dico che i ragazzi di Napoli o di Cosenza oggi sono cambiati perché non è più così facile distinguerli dai ragazzi di Dortmund, di Glasgow o di Cincinnati, dico una banalità. Se faccio capire la stessa cosa attraverso un racconto sono uno scrittore.
LA CAPRIA: Nel mio libro Capri e non più Capri dico quello che è stato il cambiamento principale nella società meridionale a cavallo tra il primo ed il secondo dopoguerra. Prima della guerra il cielo, l’aria e la terra, la Natura diciamo, nonostante il meridione (e non solo il meridione) abbia subito devastazioni, incendi, saccheggi invasioni, ed altro, è sempre stata quella che è stata per millenni. Dopo la guerra, nella seconda parte della mia vita, il cielo e l’aria non sono stati più gli stessi, perché la Storia ha vinto sulla Natura. Io e la mia generazione ci siamo trovati con il piede in un’epoca e con l’altro in un altro, assistendo ad un cambiamento più che millenario
Poi naturalmente vi sono stati i cambiamenti anche nelle persone. Le persone prima del consumismo hanno vissuto in un modo, dopo il consumismo in un altro modo, anche di questo noi abbiamo la percezioni ma le nuove generazioni no, ma questo è un discorso troppo complesso e lungo, ed esula da questa domanda.
MONTESANO: Sono un materialista, come tutti gli scrittori: e quindi non posso fare a meno di lavorare con pezzetti di memoria e di realtà. Tutto è cambiato radicalmente negli ultimi 15 anni, al punto che senza un grande sforzo di immaginazione-memoria è addirittura difficile accorgersene. Ma ciò che può essere triste personalmente, per chi scrive è semplicemente quello che è: il presente, l’oggi, la vita che ci trasforma e cerchiamo di trasformare.
PASCALE: Vede l’errore è questo, dire: cosa è cambiato nei volti della gente del sud. Io non lo so cosa è il sud, quante persone ospita, quanto è cambiato nel suo insieme. Io sono competente a mala pena su me stesso. Allora, se questo è il punto di partenza le dirò. Il mio quartiere è cambiato, è più elegante. Peggio o meglio? Va distinto caso per caso. Per questo si dovrebbero scrivere i libri, per indagare caso per caso, e non per fare statistica.
REA: Parlare di Sud in generale non è facile, almeno per me: si tratta di un’entità troppo vasta e composita per essere racchiusa in un unico sguardo. Preferisco limitare il discorso a Napoli. E se la domanda è che cosa è cambiato in quella città e nei volti delle persone, sono tentato di rispondere: tutto. La sua domanda mi fa venire a mente un’antica e bella espressione popolare: “purezza di cuore”. Napoli era una città pura di cuore; anche le cosiddette belve, la gente dei peggiori bassifondi, i più cinici e depravati erano in un certo senso “puri di cuore”. Lo erano a loro insaputa. O se si preferisce, malgrado se stessi. Erano così perché il mondo che si rifletteva nei loro occhi non era ancora dominato dalla disumanizzazione tecnologica, dalla devastazione ambientale, dai miti della velocità, dello spreco, della sovrabbondanza, dell’omologazione, della serialità. Oggi, sul volto dei napoletani, io leggo soprattutto tristezza, ansia, paura, aggressività, ingordigia, stordimento. E nostalgia. Di che specie? Mah, penso a tante cose… per esempio alla radiosa bellezza di uno dei golfi più celebrati del mondo che loro – noi – abbiamo consapevolmente massacrato.
SANTANGELO: Quando scrivo, in verità, non penso in modo diretto a tutto ciò. E questo forse perché la mia scrittura non è così direttamente legata alla mia identità siciliana, non lavora sulla riconoscibilità di luoghi e situazioni. Ma quando vivo la mia quotidiana esistenza nell’isola o rifletto su quel che è accaduto in questi anni, dopo l’entusiasmo e la rabbia della cosiddetta Primavera siciliana, quel che mi inquieta di più è proprio vedere come questa terra finisca sempre e puntualmente per abbassare il capo e saltare sul carro di chi vuol tenerla al riparo da ogni radicale e coraggioso cambiamento.

2. La “questione meridionale” non è più presente nell’agenda del nostro governo, nei mass-media, nel dibattito politico, è una questione risolta?

ALAJMO: Ma per favore…
CACOPARDO: Ma quando mai. La questione meridionale è uscita dalle agenda del governo Berlusconi, perché non la si vuole affrontare. Fa comodo il meridione serbatoio di braccia in concorrenza spietata con gli extracomunitari
CILENTO: E’ evidente che niente è stato risolto al Sud, ma tutto è stato solo ricoperto da chiacchiere e denari, piovuti per eterne emergenze ad alimentare la deformazione della giustizia locale e la delinquenza. La questione, ora, non potrebbe certo essere posta come un tempo: è un problema di consistenza sociale e non certo di interventi da compiere. Bisognerebbe cambiare la consapevolezza civile di chi abita il Sud. E bisognerebbe smettere di approfittare di questo complesso sistema di connivenze che alimenta il tessuto meridionale. Al governo starebbe il compito di invitare all’impresa e all’organizzazione. Ma è un serpente che si morde la coda: lo Stato siamo noi, il governo è da noi eletto. E il Sud, evidentemente, elegge chi rappresenta un modo di gestire le politiche del Sud in maniera consona a vecchi interessi.
CONSOLO: No, è stata seppellita. E i becchini a servizio dell’imprenditoria mortuaria del Nord, dei costruttori di bare di metallo con motore e copertoni, di chimiche mortifere, di armi, di mine antiuomo…, sono stati i nostri politici, la nostra ignobile classe dirigente (o classe digerente, come diceva Sciascia). Nessuno più conosce e pronuncia i nomi di Gramsci, Salvemini, Fortunato, Colajanni, Dorso, Villari, Tommaso Fiore, Carlo Levi o Danilo Dolci. Si sente solo la voce metallica dei berluscones che scandisce slogan pubblicitari; la voce gutturale e barbarica dei bossiones che abbaia, vomita demenze xenofobe e minacce fascistiche; la voce ipocrita, curiale e suadente dei finiones che vuole nascondere il loro nero trucido passato.
FRANCHINI: Non so rispondere
MONTESANO: È solo diventata talmente catastrofica, disgregata, mostruosa, dolorosa, e irrisolvibile che proprio per questo è sceso su di essa il silenzio.
LA CAPRIA: La questione meridionale è entrata nell’ambito europeo, è entrata in un mondo prismatico, con infinità d’aspettative e soluzioni. La soluzione oggi più che in passato può venire dall’Europa o dal Mediterraneo.
PASCALE: Questo è un problema un po’ troppo complesso per affrontarlo in due battute.
REA: L’espressione “questione meridionale” nasce con l’unità d’Italia e ha senso, credo, fino all’ultimo dopoguerra, diciamo fino alle emigrazioni “bibliche” degli anni Cinquanta-Sessanta in seguito alle quali l’Italia cambiò radicalmente volto. Fu da lì in poi che i più avvertiti cominciarono a capire che la “questione meridionale” aveva cambiato pelle, caratterizzandosi sempre più come “questione coloniale”, nel senso che l’intero Mezzogiorno era stato messo al servizio delle necessità strategiche e politiche della guerra fredda, incarnate dalla presenza del grande Comando interalleato del Sud-Europa a Bagnoli.
Il mancato sviluppo dell’Italia meridionale, a parer mio, fu in gran parte conseguenza di questo stato di cose (non si dimentichi che il porto di Napoli fu per decenni occupato da unità nucleari e altrettanto dicasi dell’aeroporto, che la mafia fu lasciata prosperare come strumento di controllo del territorio, che il malaffare fu praticato alla luce del sole fino a diventare normale procedura di governo, e via di questo passo come si conviene, appunto, a un territorio “coloniale”).
Il punto d’approdo di questo perverso processo è oggi un’illegalità diffusa. Ne è corrosa tutta l’Italia ma in particolare il Mezzogiorno e segnatamente Napoli. Se a Napoli, anzi in tutto il Sud, fosse possibile con un colpo di bacchetta magica liberarsi di ogni forma di illegalità, non dico che quelle terre si trasformerebbero d’incanto in un Eden ma di certo sviluppo e benessere diventerebbero traguardi a portata di mano.

SANTANGELO: Assolutamente no. Il Sud continua ad avere un tasso di disoccupazione, di lavoro nero, di sottosviluppo altissimo. Continua cioè a vivere in una condizione di marginalità acuita semmai dalla noncuranza o peggio dall’attenzione “interessata” di cui oggi più che mai è oggetto. E cosa ancor più grave, vede ricomparire fantasmi di una sottocultura – circa il senso dello Stato, il rispetto dei beni naturali e architettonici, l’esercizio del più elementari dei diritti come il voto –, che sembrano affiorare direttamente da un passato in cui il bisogno e l’interesse privato dettava scelte, comportamenti, un senso diffuso di rassegnazione o un qualunquismo ancora più avvilente.

3. Trova invece che essa sia adeguatamente rappresentata nella nostra letteratura contemporanea?

ALAJMO: La letteratura si è sempre nutrita di guerre, pestilenze, eruzioni, terremoti, assassinii e sciagure in genere. Fare lo scrittore è un mestiere parassitario che al sud difficilmente rimarrà mai privo di ispirazione.
CACOPARDO: Credo di no. Negli ultimi tempi la questione meridionale è stata accantonata dalla letteratura, altre cose premevano di più della condizione differenziale e subalterna del Sud.
CILENTO: Gli scrittori del Sud parlano molto del Sud. Cercano di farlo ognuno a proprio modo. Forse le cose più forti scritte in questi ultimi anni vengono dagli estremi geografici del paese, dal Sud, dal Nord Est. Dove ci sono urgenze sociali, c’è sempre anche una letteratura che la racconta, in ogni paese del mondo. Non è una novità.
CONSOLO: Pochi, pochi scrittori ci dicono oggi della tragedia del Sud. Soltanto Giuseppe Montesano mi sembra il più autentico, il più bravo.
FRANCHINI: Questo sì. Oggi la letteratura del sud è ricchissima. Ma proprio la letteratura del Sud del mondo, non solo quella del sud dell’Italia.
LA CAPRIA: Ogni scrittore si porta dentro la propria memoria immaginativa, che non è fatta di episodi ed eventi ma di lampi, ricordi, sensazioni e appunto immagini. Ogn’uno avrà in rapporto alla propria sensibilità ed ai luoghi della propria vita, immagini che hanno segnato un tessuto di vita ed esperienze, e sono gli spiragli attraverso cui egli è “uscito al mondo”. Penso a cose semplici, i sapori delle cose che si mangiano da bambino, certe voci, anche lo stesso mare dove hai fatto il bagno, tutto e non solo il dialetto fa parte della nostra identità primaria, che ci caratterizza e ci fa essere quelli che siamo. La cosa più importante è poi aprire nella scrittura quest’identità agli altri, non avere paura solo di difenderla, e sentirla minacciata.
MONTESANO: Se si intende dire che oggi ci sono molti scrittori meridionali che raccontano di cose meridionali, allora sì: ma siamo sicuri che questo sia affrontare la “questione meridionale”? Meditazioni teoriche ci sono, così come ci sono analisi specifiche sul territorio: dai libri di Cassano e dalla rivista Meridiana, passando per i libri sul Sud dell’Ancora del Mediterraneo e arrivando a piccole case editrici come la pugliese Palomar. Ma mai come nel caso degli scritti sul Sud attuale mi sembra valida la frase di un filosofo: si interpreta il mondo perché non si riesce a cambiarlo.
PASCALE: No, si tende a rappresentare realtà che hanno già un immaginario forte. Non si va mai nelle singole e precise realtà, perché queste ultime richiedono competenza e esperienza diretta. Che ne sappiamo noi di Pescara (che è pure sud), dei paesi del Molise, io di Enna che ne so. Però di Napoli, so tutto, pure di Palermo. Vede, funziona un meccanismo massimalistico, di comodo, una città campione parla per tutte. Anche se negli ultimi anni le cose stanno fortunatamente cambiando, e pur vero che questi casi isolati non formano un pensiero di riferimento.
REA: Più no che sì. In generale grandi affreschi non ce ne sono stati. Quella che è mancata è proprio una letteratura del cambiamento, capace di cogliere la trama di passaggi attraverso i quali una società come per esempio quella napoletana ha visto trasformarsi sotto i propri occhi la vecchia “questione meridionale” in “questione coloniale”, in illegalità diffusa e obbligatoria (quella sorta di illegalità legalizzata di cui parla Dante a proposito di Didone che “libito fé licito in sua legge/per torre il biasmo in che s’era condotta”).
SANTANGELO: Ho l’impressione che oggi la Sicilia riesca a esprimere, almeno in letteratura, una pluralità di voci e sensibilità che danno la misura della ricchezza culturale di questa terra, senza dovere necessariamente essere condannata a una letteratura di epigoni, di modesti imitatori di Tomasi di Lampedusa, di Sciascia… o, ancor peggio, a fare della sicilianità o dell’isolanità di per sé un valore.

4. Pensa che scrivere la storia del Sud di questi anni possa essere il suo compito, e in qualche modo ciò che i lettori si aspettano da lei?

ALAJMO: Credo di sì. Credo, precisamente, che mio compito sia fare l’analisi del sangue e determinare la malattia. Trovare la cura no. Trovare la cura è un compito troppo grande per la letteratura.
CACOPARDO: Non penso di avere questo compito specifico e da solo. Esploro vicende nazionali, scandali e malaffare, e mi occupo nei romanzi storici delle radici del fenomeno mafioso. Racconto storie nazionali che riguardano anche il Sud. Forse si tratta di metastoria e mi piacerebbe che fosse considerata così la mia scrittura.
CILENTO: Gli scrittori non scrivono la storia, però certo la testimoniano attraverso prospettive e angoli che gli storici trascurano. Si comprende di un’epoca molto più da alcuni libri che da mille saggi. Ma darsi questo compito è difficile. C’è una tendenza all’autoreferenzialità, alla scrittura del privato oggi, in Italia, che rende le cose assai più complesse. Ovviamente, è la testimonianza del cedere di una coscienza pubblica, quindi è comunque valida testimonianza di una realtà storica che non si può negare. Di sicuro, il Sud continua una sua tradizione nel mostrare, invece, un sociale fastidioso e insostenibile. Tutti gli scrittori che vengono da Sud, prima o poi, si occupano di scritture, per così dire, “civili” e i nomi da fare sono molti: Franchini, Pascale, Romano, Arminio, Montesano, Alajmo… Ma cito, così, a caso. Ce ne sono molti altri e farei torto a dimenticarli. Anche a me è appena capitato di occuparmi di Napoli e del suo assurdo modo di concepire il fare cultura in “Non è il Paradiso”, che Sironi sta per pubblicare, dove cerco di raccontare in forma ironica, parodistica, la mia esperienza faticosissima di operatore culturale nella mia città e le modalità napoletane di non-pensare all’industria culturale, una specificità nel Sud, ma pur sempre una realtà considerata come riferimento e modello, per certi versi.
CONSOLO: Scrivere del Sud non è il mio compito, ma è la mia necessità, se volete, il mio assillo. Vivo al Nord (dico per dire:sono ormai un eterno errante, un infaticabile pendolare), ma scrivo sempre del Sud. Che altro posso fare se non dire della Sicilia, di fare di essa metafora? Non so cosa si aspettano i lettori da me. So che oggi per un autore è difficile individuare il suo lettore, il suo interlocutore. In questa nostra civiltà di massa, in questo nostro mondo mediatico so che si è rotto il rapporto tra il testo letterario e il contesto situazionale. So che i lettori, in massima parte, sono ormai quelli condizionati o allucinati dal messaggio televisivo. Tutto viene dalla televisione e tutto nella televisione si riduce.
FRANCHINI: No, sia perché vivo al nord da più di vent’anni e sia perché sono un autore talmente poco letto che i lettori, grazie a dio, non si aspettano niente da me. Tutte le volte che ho scritto del sud è perché mi sono limitato ad assecondare l’istinto.
LA CAPRIA: Non è un obbligo. Una volta, al tempo dell’impegno si diceva che la letteratura doveva parlare della società e dei problemi dell’oggi, ma in realtà, non c’è bisogno che lo scrittore dichiari esplicitamente di parlare della società. Anche in libri d’invenzione, o astratti, se è uno scrittore – cioè aperto al mondo – lo farà implicitamente. Per esempio Henry Miller che lo fa parlando ossessivamente di sesso, ma racconta tutto sommato l’Europa e in particolare la Parigi degli anni trenta. Lui lo fa parlando di sesso, e c’è chi lo fa parlando di qualcos’altro.
MONTESANO: Il compito di uno scrittore è andare fino in fondo alle proprie possibilità, con i mezzi che possiede e dentro la situazione data.
PASCALE: No, adesso abito a Roma
REA: Francamente non credo che scrivere la storia del Sud di questi anni sia compito mio. Per il semplice fatto che la cosa non rientra tra le mie capacità e le mie ambizioni. Naturalmente capisco in che senso mi viene formulata la domanda, e anche in quei limiti strettamente letterari ritengo di dover rispondere di no. Il che non vuole dire che io non abbia tentato di rappresentare momenti di quella profonda mutazione di cui parlavo poc’anzi a proposito della società napoletana e meridionale in genere. Almeno due libri – “Mistero napoletano” e “La dismissione” – lo testimoniano. Ma non credo che bastino a fare di me l’esponente di una tendenza, un portabandiera. Tutto sommato, al di là delle apparenze, si tratta di libri fortemente passionali, non so quanto indiscutibili sotto il profilo della cosiddetta “verità storica”. Che poi i miei lettori più assidui si aspettino da me altre prove dello stesso genere, segnate da un forte impegno civile, questo è più che probabile. Anzi posso tranquillamente confermarlo, data la natura delle lettere che di tanto in tanto ricevo. Devo ammettere però che questo tipo di aspettativa, mentre da una parte mi lusinga e inorgoglisce, dall’altra mi comunica un po’ di angoscia, inducendomi a sospettare di me stesso e della mia vocazione a essere una persona totalmente libera, incapace di soggiacere a qualunque condizionamento, corrività e opportunismo. Scrupoli a parte, posso comunque anticipare sin d’ora che il mio prossimo libro, se riuscirò a dedicarmici con l’ardore consueto, sarà ancora una volta ambientato a Napoli e, come i precedenti, sarà un’opera di scavo, di scandaglio, di ricostruzione di una storia soltanto apparentemente personale, in realtà collettiva quanto può esserlo una vicenda che si ramifica all’interno di un intero quartiere, fra l’altro tra i più sgangherati e dolenti della città.
SANTANGELO: Penso che i lettori, soprattutto i lettori siciliani, tendono a riconoscere più facilmente come propria una letteratura “siciliana” nei temi, nelle problematiche, negli echi letterari, ma ritengo anche che non sia questo, o solo questo, il compito di chi scrive, ma semmai amplificare il sentimento della vita, della propria contemporaneità frequentando anche, con la propria scrittura, luoghi e situazioni che portano altrove. Non è sempre detto che muoversi entro i confini riconoscibili e “notificati” della propria terra permetta un’intelligenza più acuta della condizione contemporanea. Oggi, ad esempio, dal nostro mare non arrivano più i conquistatori che nei secoli hanno dominato l’isola, ma frotte di disperati che portano con sé pezzi di altri mondi con cui, volenti o nolenti, bisogna fare i conti, e non in modo puramente autoreferenziale.

5. Cosa deve fare uno scrittore che voglia uscire dal proprio personale orizzonte di riferimento autobiografico per cercare di raccontare il proprio tempo, con uno sguardo politico, sociale, economico, rappresentando la problematicità e le contraddizioni di un territorio sempre più complesso?

ALAJMO: Credo che la migliore e più sintetica risposta a questa domanda l’abbia data Pessoa: fingere di provare sentimenti che si provano veramente. E non chiudersi mai in casa. Tenere porte e finestre aperte. Anzi: uscire di casa e camminare a lungo, passeggiando a piedi e facendo prendere aria alle idee.
CACOPARDO: Guardare ai giorni in cui viviamo. All’affarismo, al dominio del denaro e alla corruzione delle coscienze. Al decadimento del senso democratico all’ingaglioffimento di politici e cittadini. Non a Bini e Cossi ma a Vasavasa e a Berlusconi, chiamando le cose con il loro nome e cognome senza paure.
CILENTO: Sentire. Non c’è altro da fare. Sentire, esistere. Lo scrittore esiste in un contesto, non esiste per la sua anima bella. Se si cammina per strada, si vive, ci si relazione con gli altri, non si rimane chiusi in casa davanti allo schermo del pc, prima o poi la realtà arriva e dà urti. E’ inevitabile raccontare la propria esperienza e portarla agli altri. La complessità del Sud, le contraddizioni, i suoi mali, tutte queste belle parole che i giornali ripetono, sono un fatto concreto, sono le modalità con cui ci relazioniamo io e il mio fruttivendolo, un’associazione culturale e una biblioteca, un taxista e i suoi clienti, la gente comune e gli autobus. Sono i modi di dire che diventano non più colore dialettale ma stile di esistenza, resistenza dell’interesse privato, chiusura alla condivisione. Personalmente, ho cercato di raccontarlo nel libro di Sironi: una parentesi nel mio percorso di scrittura o forse una nuova strada, di certo un’esigenza che sta toccando, in scala e modalità differenti, tutti gli scrittori meridionali.
CONSOLO: Cosa deve fare ? Leggere, leggere e leggere. Partire dai sacri e imprescindibili testi della letteratura universale, dai sacri testi della nostra letteratura. Partire anche dalla storia, dalla sociologia, dalla politica…E guardare, osservare il mondo in cui si è trovato a vivere per cercare di capire. Capire per poi esprimere. Ma i giovani scrittori oggi mi sembrano impazienti, ansiosi di raggiungere rapidamente e in ogni modo facili e falsi approdi.
FRANCHINI: Anche qui. Credo che uno scrittore non debba porsi l’obiettivo di uscire dal proprio personale orizzonte. Ci deve riuscire naturalmente, portato dall’opera, dall’urgenza che ha di raccontare, non dalla volontà. Ci si affida alla volontà a scuola, per scrivere un accettabile tema in classe.
LA CAPRIA: Essere se stesso, raccolto in se stesso, ma ogni tanto affacciarsi alla finestra del proprio studio e sentire il rumore del mondo. E poi malgrado lui stesso, anzi direi più inconsapevole ciò avviene, meglio si riesce a raccontare il mondo che è fuori dalla finestra. La vera arte non deve mostrare lo sforzo, né quello verso il sociale né quello verso la politica, tutto deve essere assorbito dall’opera e come ho detto, implicito.
MONTESANO: Prima di tutto esercitare la curiosità, intesa come attrazione per tutto ciò che è diverso da lui, incomprensibile, enigmatico, oscuro. Si tratta di evitare sia il compiacimento, sia l’eccessivo distacco, andando contro il pensiero che dice: tutto è sempre uguale, niente di nuovo sotto il sole, il tempo non esiste. Invece il tempo e la Storia esistono e sono esattamente ciò di cui uno scrittore che lo voglia o no, è obbligato a nutrirsi. Non è detto che sia un nutrimento piacevole, certo: ma quando mai la conoscenza è stata una cosa piacevole.
PASCALE: Deve guardarsi attentamente l’ombelico. Cioè mettere a confronto con onestà, sincerità, e con travaglio, le sue motivazioni personali e le conseguenze di queste motivazioni sul mondo intorno. Le volte che siamo vittime del mondo e le volte che, di questo mondo, siamo i carnefici.
REA: Ogni scrittore sa quel che deve fare per cercare di raccontare tutto questo. Per lo meno lo sa ogni vero scrittore. Non vi sono regole, tranne una, fondamentale: guardare dentro di sé, in profondità, consapevoli che il viaggio che si sta per intraprendere non riguarda altri – i personaggi della nostra fantasia assolutamente docili nelle nostre mani – ma riguarda prima di tutto noi stessi, noi con le nostre inquietudini, i nostri fantasmi, i nostri rammarichi, le nostre nostalgie, i nostri dubbi. Il tempo che viviamo – costume, abitudini, tic, pulsioni, conflitti, odi – è dentro di noi; la realtà che ci circonda sta dentro di noi e ha la forma dei nostri variegati sentimenti: rabbia, dissenso, rimpianto, passione… Un libro, per quel che ne so, è tanto più efficace e convincente quanto più riesce a rispecchiare una tensione profonda dell’autore, un suo irrimediabile cruccio. Lei sembra chiedermi un consiglio, ma io non so come si fa. Al più posso dire come faccio io. La mia ricetta è semplice: tutto comincia intorno a un rovello, a un pensiero o sentimento che si fa ossessivo fino a raggiungere la mia immaginazione, a scuoterla, a spronarla. Pian piano, nella mia testa, l’ossessione si trasforma allora in personaggio, storia, intreccio. Ovviamente si tratta ancora di materia opinabile, di pura congettura, fantasticheria. Bene. Arrivato a questo punto io parto. Proprio così: faccio la valigia e me ne vado. Dove? Dove so che la mia storia, il mio intreccio, il mio personaggio esistono veramente e, per così dire, mi aspettano.
SANTANGELO: Non sentirsi un’isola, appunto. Il mondo, oggi più mai, non tollera confini. Bisogna che ci si inventi un linguaggio e uno sguardo il più possibile libero da stereotipi culturali o letterari. Bisogna che ci si metta lì ad auscultare il proprio tempo o, come dice Canetti, a fiutare come cani negli angoli.

6. Qual è il suo rapporto con le forme dialettali ancora così diffuse nel nostro Sud? Le considera una ricchezza linguistica, un patrimonio dal quale attingere?

ALAJMO: Sì. A patto di non abusarne.
CILENTO:Una ricchezza infinita, il tessuto del nostro pensiero, una fonte d’invenzione continua. Quando ho dovuto inventare per “Una lunga notte” una lingua seicentesca ho usato calchi dal dialetto e invenzioni linguistiche a partire dal mio dialetto casalingo a non finire. In “Non è il Paradiso”, invece, considero il dialetto nei suoi aspetti usurati e abitudinari, che degradano il pensiero e rappresentano l’assenza di crescita della città. Il dialetto è la nostra parola infantile e come tale si presta a ogni balbettio della fantasia. E’ la lingua della verità o delle apparenze, dipende da come la si usa. Difficile usare il dialetto per esercitare un potere. Di sicuro, però, il napoletano è un dialetto che si difende: che difende un’appartenenza, un orgoglio, una cordialità che sa come richiudersi. Un dialetto bello, perché è estetico, ma che può anche essere molto, molto povero
CONSOLO: Oh, quello della lingua è un problema antico quanto la nostra letteratura italiana. Saggi e saggi sono stati scritti sul registro linguistico che ogni volta un autore è costretto a scegliere per esprimersi. Da Dante, a Castelvetro, ad Annibal Caro, a Foscolo, a Leopardi, a Manzoni, a De Amicis, a Pasolini… (per citare solo alcuni dei poeti e dei narratori che sulla lingua italiana hanno scritto). Il rapporto di un autore con il dialetto è spesso ambiguo, rischioso. Può essere , quella dialettale, una scelta regressiva (soprattutto nel Sud), una imitazione o riproduzione delle regressioni dialettali dei contesti teatrali e televisivi (il macchiettismo folclorico dei comici). E’ quel dialetto una corruzione della lingua italiana. E’ esistita da sempre invece una scelta linguistica che è tutt’altro che regressiva, è la scelta espressiva o sperimentale (da Le roman expérimental di Zola) che parte dalle radici profonde della lingua (delle lingue) per approdare al codice centrale, alla lingua di comunicazione. A questa linea io appartengo, a quella vale a dire che parte da Verga (dal suo italiano “irradiato di dialettalità”) e arriva giù giù fino al polifonico Gadda, Mastronardi, a Meneghello, a Pasolini, a D’Arrigo…
CACOPARDO: Una grande ricchezza alla quale attingo prima di tutto mentalmente, ma anche nella scrittura. Serve a contestualizzare una vicenda, una persona, un carattere, una situazione.
FRANCHINI: Le considero come considero quasi tutto, un’opportunità e un limite. Dipende da come uno le usa.
LA CAPRIA: Il dialetto è la terra da cui la lingua prende i suoi succhi. Il dialetto è qualche cosa che arricchisce la lingua, perché è di un luogo ed ogni luogo contribuisce a dare un apporto alla lingua nazionale. Adesso solo con la Tv si è creato un italiano, medio, comune, ma grigio e di base. Prima se dovevi far parlare un operaio in un romanzo più o meno naturalista, dovevi distinguere un operaio piemontese da uno siciliano che parlava in modo completamente diverso. Lo stesso operaio oggi, si è imborghesito e si è adeguato al consumismo, cosicché che anche la lingua ha subito un processo analogo di omologazione. Solo l’artista ha il compito di renderla viva ed espressiva.
MONTESANO: Ovviamente sì: la strana poesia contenuta nel dialetto, la sua prossimità a tutto ciò che è corporale, sono certamente affascinanti. Ma non è detto che l’italiano non possa succhiare energia al dialetto, trasformandosi e arricchendosi.
PASCALE: Io spesso penso in dialetto, dunque sono portato a usarlo. Ma anche questa è questione complessa. Il dialetto casertano è diverso da quello napoletano, cambia anche nei quartieri napoletani. Anche qui è questione di particolarità e competenza. Sono invece più scettico sull’uso pregiudiziale del dialetto: ossia come forzata ricerca linguistica, contaminazione ecc. Spesso il dialetto usato in questo modo mi sembra un omaggio alla teoria e non alla pratica.
REA: I dialetti oggi sono archeologia, perché il mondo si evolve verso l’omologazione: ciascuno aspira a essere uguale all’altro, anche sotto il profilo linguistico. Ciò non toglie che quando si scrive un libro la lingua diventa strumento di rappresentazione della realtà e oggi, un po’ dappertutto, il dialetto ha ancora un peso rilevante. Personalmente non ho un rapporto di particolare frequentazione con le forme dialettali: soprattutto a Napoli il dialetto in letteratura è stato sempre usato in forma caricaturale e folkloristica, per accreditare le peggiori cartoline della città, per celebrare pseudo valori a cominciare dalla qualunquistica e furbesca bonomia di Pulcinella. Detto questo, non escludo affatto l’uso ancora oggi di forme dialettali in letteratura, purché fortemente motivate.
SANTANGELO: La diversità anche linguistica è certamente una ricchezza. Ogni lingua, ogni dialetto porta con sé sguardi e sentimenti del mondo differenti. L’importante è che non diventi un carcere, il segno di un’identità coatta e provinciale, come vuole il mediocre federalismo che infesta oggi l’Italia. Io, per quel che mi riguarda, uso poco il dialetto, ma questo, ripeto, credo sia dovuto alla natura della narrativa che ho espresso almeno fino a oggi. Non è una scelta, dunque, pregiudiziale.

7. Esiste oggi una classe intellettuale meridionale, e quali valori, idee o logiche incarna? Ha una reale influenza sulla società civile, sui fenomeni politici ed economici?

ALAJMO: Esiste, ma è come il mediterraneo, dove la civiltà sedimentata non è una, ma sono molte, sovrapposte e certe volte contrastanti. Le traiettorie di ognuno sono diverse. A volte parallele, spesso divergenti. Credo che comunque le possibilità di incidere sulla realtà siano minime. Non per questo tuttavia bisogna smettere di provarci.
CILENTO: Se la classe intellettuale meridionale è rappresentata dai nostri politici e assessori esprimo solo il desiderio che battendo tre volte le scarpette rosse essa si dilegui o si sciolga come neve al sole. Ciò che vedo è penoso, ma di sicuro esprime, purtroppo, con esatta realtà la società civile che la elegge.
Non mi va di scaricare colpe su qualcuno, credo nella responsabilità individuale. Ci vorrebbe un bell’esame di coscienza, una bella psicoterapia collettiva, visto che mandiamo a governarci ladri, ladri ricchi e ladri che si arricchiscono, camorristi, finti democratici e neo fascisti.
CONSOLO: Esiste, e come, una classe intellettuale meridionale che incarna i valori di sempre della civiltà, vale a dire dell’etica, dell’equità sociale, del rispetto delle regole del vivere, delle leggi dello stato democratico…Questa classe ha avuto ed ha ancora i suoi eroi, i suoi martiri. Penso ai magistrati, ai politici, ai giornalisti massacrati dalla mafia e dalla camorra. Ma, ahimè, questi intellettuali di oggi non hanno più, in questa nostra società frastornata, alienata, ascolto come prima: dal tempo dei Pasolini e degli Sciascia sembra che sia passato un secolo. Oggi imperversano ed hanno ascolto, sui giornali, alla televisione, i “portaparola” e i “portagesti” del potere, i famosi Cocò o paglietta, di cui diceva Salvemini, i famosi avvocaticchi che oggi siedono in Parlamento.
CACOPARDO: Dispersa, colpita da un senso di sconfitta ineluttabile, ma esiste. Basterà poco per rivitalizzarla e condurla di nuovo sul proscenio per collaborare al recupero di valori resistenziali e democratici. La sua influenza nel ‘civile’ mondo dedito al denaro è modesta. Ma c’è tanta parte della popolazione che dal denaro è esclusa e nel denaro non crede. Questa parte della gente è il riferimento strutturale del mondo della cultura.
FRANCHINI: Vivo al nord da troppi anni. Ho molti rapporti con molti intellettuali del sud, ma non riesco a generalizzare.
MONTESANO: Esiste, ma è una sorta di proletariato intellettuale disparato e disperato, e la sua influenza sulla realtà è sostanzialmente prossima allo zero.
LA CAPRIA: C’è sempre stata una classe intellettuale al Sud, con una forte tradizione culturale. Oggi questi intellettuali dovrebbero fare uno sforzo maggiore per uscire dalla loro autoreferenzialità.
PASCALE: Una classe intellettuale che si rispetti è una classe che non solo ha praticato un tormentato esame di coscienza a partire da se stessa, ma sia stata anche capace di accorgersi di quanto accadeva fuori dal proprio mondo. Se la domanda è: che influenza questa classe ha avuto su di me, in quanto persona del sud, devo rispondere che ne ha avuto, ma me ne sono accorto da poco. Mi sono accorto di quante persone serie il sud avesse nelle sue file e di quanto forte fosse la mia distrazione verso di loro: Rossi Doria, Salvemini, La Capria, Galasso ecc
REA: Esistono intellettuali, ma non so se si possa parlare di “classe intellettuale” nel senso di gruppo più o meno omogeneo di pressione e di orientamento. Vi sono intellettuali dissidenti e intellettuali conformisti, intellettuali famelici e intellettuali appartati e dediti severamente al proprio lavoro. Naturalmente i furbi e i conformisti sono quelli più visibili, quasi sempre in vetrina. Comunque escludo che riescano a esercitare una qualunque influenza sulla società civile, buoni o cattivi maestri che siano.
SANTANGELO: Non parlerei di “una classe” intellettuale. Non ci sono cenacoli o gruppi coesi di intellettuali che lavorano insieme a un progetto culturale. Ci sono singoli intellettuali che credo stiano riscoprendo il senso dell’impegno, un impegno che non coincide direttamente con un progetto politico, ma con una forma piuttosto di resistenza, resistenza al pressappochismo sempre più spacciato per vivacità intellettuale, alla dittatura della cultura di massa propinata come espressione di cultura democratica. E c’è anche un bisogno sempre più diffuso di portare la letteratura non a livello di una presunta “semplicità” della gente, ma “tra” la gente per fare sentire tutta la vertigine, la sfida, la demistificazione di cui si nutre anche il gesto di scrivere, e per moltiplicare il numero di lettori consapevoli. D’altro canto, anche per capire il proprio tempo bisogna imparare a leggere ciò che si nasconde nella trama degli accadimenti, no?

8. Qual è stata (se c’è stata), e come giudica la politica culturale per il Sud degli ultimi governi, prima quelli del centro-sinistra e poi l’attuale, quello di Berlusconi?

ALAJMO: Assistenzialistica e opportunisticamente maldestra. Ti danno la bombola di ossigeno, ti mettono il respiratore e poi tengono il piede sul tubo. Ogni tanto lo tolgono e in questo modo riescono persino a ottenere la tua gratitudine. Del governo di centrosinistra ricordo soprattutto l’assenza di variazioni memorabili, se non sul piano delle intenzioni. A posteriori però devo ammettere che nella scelta fra orribile e miserrimo, essere solo miserrimi dev’essere un punto d’orgoglio
CACOPARDO: Considero la politica culturale per il Sud inesistente. Penso che il Sud ha fatto bene da sé quando ha potuto-voluto, un esempio, il premio Napoli e tutto ciò che ha rappresentato come mobilitazione del mondo culturale. Merito di Bassolino e di Ermanno Rea, merito di un partecipazione civile imponente. Bisogna convenire che Bassolino a Napoli e Orlando a Palermo rappresentano una modalità di riscatto culturale e civile da sostenere e riprendere ovunque possibile.
CILENTO: Non credo ci sia stata alcuna politica per il Sud. Forse tiepidi tentativi. Del governo Berlusconi poi non si può dire nemmeno che sia un governo, figuriamoci se si occupa del Sud. Quest’ultimo governo mi fa vergognare fin nei calzini di essere italiana e meridionale. Ciò che c’è stato prima, la gestione di centro-sinistra, è stato come ogni buon governo democratico in Italia: comincia bene e finisce male. Porto solo l’esempio di Napoli, che mi è vicino. Con Bassolino, nei primi due anni, tra il ’93 il ‘95, era iniziato qualcosa che si è interrotto. E l’interruzione, lo ribadisco, dipende dal naturale conformarsi della società napoletana, dai personaggi che abitano le stanze del Comune e ora della Regione o della Provincia, che, con rarissime eccezioni, sono tutti legati a un unico sistema di conservazione del potere e consumo delle risorse comuni a fini personali. E questo a dispetto di qualsiasi gestione, anche di sinistra. Non oso pensare cosa farebbero scatenati da una gestione di destra. Ma il male minore non è, mai, un bene.
CONSOLO: Lasciamo andare, lasciamo andare… Politica culturale? Politica in culturale piuttosto, politica d’ignoranza, di stupidità. I nostri caporaletti di sinistra non so quali e quanti libri abbiano letto nella loro vita. Anzi lo so. Sono figli anche loro della cultura televisiva. Sanno solo di canzonette e di divismo televisivo. Basta sentire del resto come parlano, leggere cosa scrivono. Basta vedere la miseria culturale dei famosi Festival dell’Unità. La politica culturale della destra è quella dello spot pubblicitario (del nuovo fascismo), è quella della più trucida ignoranza, della violenza, della distruzione di ogni più prezioso patrimonio culturale, artistico, urbanistico, ambientale…Le famose “sparate” di Berlusconi sono del resto l’esempio lampante dell’incultura di destra.
FRANCHINI Come per la 7.
LA CAPRIA Io starei attento ad una cultura promossa dall’alto, dalle istituzioni, ci potrebbe essere sempre un “voler qualcosa in cambio…”
MONTESANO: La politica culturale per il sud è stata nulla. Di fronte alla cultura, in Italia, destra e sinistra dimostrano la stessa meschina e disastrosa indifferenza.
PASCALE: Non sono portato a giudicare le politiche sociali come qualcosa di avulso da noi. Se il sud non va bene, la colpa è nostra. Manchiamo di senso della civitas e non vogliamo mai sviluppare un pensiero collettivo: al sud esistono poche, pochissime cooperative. Non ci importa la cooperazione, non ci associamo, ognuno di noi si crede meglio dell’altro. Le politiche economiche sbagliate non cadono dal cielo, sono il riflesso del suddetto atteggiamento.
REA: Non credo che vi sia stata una politica culturale per il Sud prima di Berlusconi né tanto meno quando è arrivato lui. E poi quale politica? Nel Mezzogiorno, ma mi pare di averlo già detto, vi è una sola grande battaglia da vincere: quella della legalità, e si tratta proprio di una battaglia innanzi tutto culturale, civile, di intima e perfino struggente convinzione.
SANTANGELO: Come dicevo, c’è stata un Primavera, in Sicilia almeno, in cui si è cercato di spezzare l’isolamento, di inventarsi una politica culturale che ha provato a combattere il degrado (anche architettonico e sociale, oltre che culturale) con un’opera di capillare diffusione di attività culturali di vario genere nel tessuto urbano più degradato (certo si è fatto di più nel centro storico che nelle periferie urbane, cosa su cui si dovrebbe riflettere e che si dovrebbe in parte ripensare). C’è stata una stagione, insomma, di grande vivacità intellettuale non solo autoctona. Oggi si torna a una visione provinciale della cultura, e cosa ancor peggiore si tende a intralciare il lavoro di chi ritiene che la cultura per sé stessa sia una forma di resistenza e di difesa della dignità, oltre che dell’unica vera libertà: quella nutrita di intelligenza, di indipendenza umana e intellettuale.

9. Stretto nella morsa tra ataviche limitazioni e recenti devastazioni, come pensa che il Sud possa tentare un riscatto dai suoi mali? Che ruolo immagina o auspica per la cultura, e in particolar modo per la letteratura, in questo tentativo di rinascita?

ALAJMO: Vedi risposta alle domande 4 e 7.
CACOPARDO: Sono pessimista. La devastazione passata sta per tornare protagonista del territorio. La cultura deve essere impegnata, non disertare: ogni parola d’evasione è una parola perduta nella battaglia per il riscatto culturale del paese, di cui il Sud è il paradigma, e per la difesa dei suoi valori ambientali, artistici e antropologici.
CILENTO: Ci vorrebbe un risveglio, una presa di coscienza degli errori di ognuno, una vera crescita, più che tante finte rinascite. Una maturazione. Basta con il “tiramm’a campà”. Basta con il “e che putimmo fa?”. Basta con l’intrallazzo pubblico e privato e il tirare acqua al proprio mulino. Basta con l’attesa dell’aiuto che arriva dall’alto. Chi ricorda il film di De Sica, “Il giudizio universale”? Era un film dove all’improvviso una voce tuonava sul cielo nuvoloso di Napoli e annunciava per le diciotto l’inizio del giudizio universale. Ognuno si affrettava a concludere i propri affari o perseguiva i propri interessi nella certezza che il giudizio fosse solo un evento pubblicitario, salvo pentirsi alla fine. Ecco, il Sud spesso fa così, aspetta che arrivi un padrone, un punitore, un controllore, il re, il presidente, il vigile, qualcuno che lo costringa ad allacciarsi la cintura di sicurezza che, poi, non visto, slaccerà. E invece bisognerebbe cambiare la nostra cultura e dirci che ognuno è responsabile di sé e degli altri, del bene comune e che tutto comincia dalle nostre azioni minime e quotidiane. La letteratura è un mezzo degli scrittori? Gli scrittori cominciano col diventare responsabili di ciò che scrivono e cercano di guardare meglio, con occhio più fino, se possibile.
CONSOLO: Riscatto del Sud, liberazione del Sud dagli atavici e più recenti mali ? No, non ho nessuna speranza di riscatto del nostro Sud. Spero soltanto che il riscatto -sociale, culturale, civile – ci possa venire da un Sud più a sud del nostro, dall’immigrazione di disperati del terzo o quarto mondo. Questi immigrati che riusciranno a stabilirsi nel nostro Sud, a Napoli o a Palermo, sfuggendo alla morte per acqua, salvandosi dai naufragi, porteranno da noi nuove memorie, nuova fantasia, nuova energia: ci arricchiranno e credo che finalmente così potremo riscattarci.
FRANCHINI: E’ banale, ma difficilmente smentibile che, da un certo punto di vista, peggio vanno le cose per la società e per la politica, meglio vanno per la letteratura.
LA CAPRIA: (non risponde)
MONTESANO: Mentirei se dicessi di avere una qualche soluzione verosimile. Finché l’azione culturale non andrà di pari passo con l’azione economica, nessun cambiamento è possibile. Se mai resuscitasse, tanto per dire, qualcosa di simile alla filosofia di Olivetti, allora si potrebbe anche provare a immaginare spazi e compiti reali per la cultura: ma se la cultura sarà, come è, un sottoprodotto della politica localistica avrà il ruolo classico del servo sciocco.
PASCALE: E’ sempre un problema di responsabilità individuale. Per amministrare ci vuole un senso pratico e onesto della civitas, ma anche notevole fantasia. D’altra parte, la cultura, quella che mi convince, è una unione fortunata tra sguardo empirico quotidiano e fantasia. E’aperta, pronta a recepire le critiche, attenta a quello che si muove. Proprio come dovrebbe essere la società civile.
REA: Ripeto ed insisto: non potrà esserci rinascita senza legalità (parola magica che poi significa mille cose insieme, ora minute e apparentemente trascurabili ora complesse e perfino drammatiche: un’immensa trama che avvolge tutta intera la nostra quotidianità). Quanto a letteratura e arte (ma diciamo a cultura in generale) non dovrebbero avere altro ruolo che quello che da sempre il genere umano ha loro assegnato: penetrare nelle coscienze, svelare a noi stessi chi siamo, illuminare angoli prima bui o in ombra della condizione umana. Soltanto che dovrebbero assolvere a questo compito con più forza di persuasione, in maniera più incalzante e incisiva di quanto sia avvenuto sino a oggi. Non c’è tempo da perdere: bisogna far capire a tutti che il Sud è già in fondo a un pozzo e che potrebbe bastare un qualunque ulteriore gesto di illegalità a rendere impossibile, nel tempo breve, la sua risalita.
SANTANGELO: La letteratura non risolve problemi, e purtroppo non salva il mondo. Mi sembra che il suo ruolo più specifico sia quello di difendere, appunto, l’intelligenza, come tentativo di comprendere le contraddizioni storiche ed esistenziali al di là di ogni mistificazione, e di rivendicare anche con coraggio il valore dell’indipendenza intellettuale, che oggi mi sembra sia più che mai sotto scacco. Essere più liberi e consapevoli significa anche compiere scelte non occasionali. Il senso stesso del valore della libertà di scegliere un qualche futuro, ecco, questo credo manchi oggi al Sud.

10. Firmerebbe una petizione per un “Cassa Culturale del Mezzogiorno”, che preveda incentivi e sovvenzioni per un’educazione alla lettura, dibattiti, iniziative, mostre e cinema di qualità?

ALAJMO: Fatemela leggere, prima
CACOPARDO: Non so se questa sia la strada. Inevitabilmente una Cassa del genere andrebbe in mano al ceto politico dominante interessato più a uccidere la cultura che a promuoverla. Preferirei che le regioni e i comuni democratici autonomamente destinassero risorse a questo fine, delegandone la gestione alle forze culturali presenti nel territorio, di sinistra o di destra che siano, purché legate alle realtà popolari, ai quartieri, ai piccoli comuni, fuori perciò dai giochi della politica politicante. In particolare mi piacerebbe vedere sorgere dovunque, ma soprattutto nei centri ad alta intensità criminale, scuole di teatro sull’esempio di quelle fondate a Marsala a Palermo e altrove da Michele Perriera. Il teatro ha una forza di penetrazione importante e allontana i giovani dalla criminalità e dalla mentalità mafiosa o camorristica. La diffusione del teatro come preparazione alla cultura e alla vita mi sembra una partita da giocare con impegno.
CILENTO: Per le ragioni che spiegavo, e che cioè troppi soldi che piovono sul Sud alimentano poche tasche e un atteggiamento dipendente e latitante, non firmerei. Preferirei che l’iniziativa dei singoli si svegliasse e che la politica si limitasse a non mettere il bastone fra le ruote di chi fa, negando sovvenzioni minime o ignorando ciò che andrebbe valorizzato. E’ inutile portare denaro a chi non ha imparato a utilizzarlo per il bene collettivo.
CONSOLO: Sì, firmerei una petizione per una “Cassa Culturale del Mezzogiorno”, a patto che nel Mezzogiorno s’includano i Paesi del Mediterraneo, dall’Egitto alla Palestina, alla Tunisia e al Marocco
FRANCHINI: No, non mi fido delle istituzioni culturali. A livello centrale avranno una loro inevitabilità, ma poi basta.
LA CAPRIA Beh. Oggi mi sembra che vi sia più che in passato un tentativo di promozione culturale, forse si cerca di rispondere alle carenze del sistema scolastico
MONTESANO: Perché no. Sperando però che non diventi come la Cassa del Mezzogiorno.
PASCALE: Non lo so, bisognerebbe studiarsi il progetto di firmare
REA: Pur non pensando, come il buon Socrate, che la virtù basta conoscerla per applicarla, ritengo che il conoscerla sia già qualcosa, un primo passo. Sì, firmerei la sua petizione.
SANTANGELO: C’è gente che già fa questo senza dover attingere a casse culturali del mezzogiorno. I finanziamenti a pioggia hanno per troppi anni favorito una cultura dell’assistenzialismo che al Sud ha fatto solo male. Quel che bisognerebbe fare, forse, è sviluppare una politica che, in generale, riconosca il valore della cultura letteraria nelle sue più diverse manifestazioni, così come della ricerca, della divulgazione scientifica o della formazione in genere. Significa favorire e sviluppare, ad esempio, un’imprenditoria editoriale che al Sud, a parte isolate esperienze pregiate, è pressoché inesistente. Questo comporta, certo, rendere più ricchi i capitoli di spesa relativi a tali attività, ma non credo sia sensato pensare che sia solo una questione di fondi. Bisognerebbe insomma ripensare la centralità della cultura, nelle sue più diverse manifestazioni, nella consapevolezza che una società più colta è anche una società più libera e sana. Il problema è tutto, dunque, e più universalmente politico.

Intervento passionale su domande non personali
FRANCESCO PICCOLO

PICCOLO: Le domande che mi ponete mi creano un serio problema per le risposte o meglio, la risposta. Perché sono articolate e coprono tutte le questioni, intime, letterarie, politiche, che ci si può porre di fronte a questo concetto così concreto e inestirpabile che definiamo Sud.
Il “serio problema” ha a che fare con il fatto di essere una persona e uno scrittore che ha ormai ammesso con se stesso di avere al centro della sua vita la questione meridionale intesa nel senso più intimo – si potrebbe definire “esistenziale” – che ci gira intorno spesso, che ne fa oggetto diretto e indiretto delle sue storie e delle sue riflessioni. Che ha da molto tempo desiderio di scrivere di questo, in modo più compiuto. E scrivere vuol dire in pratica rispondere a queste domande, più o meno. E quindi l’urgenza, l’interesse e lo stimolo che pongono queste domande, in maniera paradossale rendono impossibile per me rispondere a queste domande. Come se mi sentissi schiacciato da tutte le questioni che ponete, e sentirsi schiacciato è il punto di partenza per riflettere e tirare fuori quel che si ha dentro: racconto, riflessione, esperienza, posizione politica. Ma ci vuole tempo e la lentezza della chiarezza. Cioè, ci vuole scrittura. In poche parole, non rispondo ora. Non ci riesco. Forse risponderò un giorno. A lungo, compiutamente. Forse. E questo forse è concreto perché ha a che fare con l’unica cosa che ora so dire, cioè che la questione Sud mi mette adesso in una posizione che definisco di “meridionale antimeridionale”, cioè insofferente e contrario a ogni cedimento emotivo, assistenziale, complice. È come se fossi nel tempo adolescenziale della ribellione al padre. Solo, con la coscienza nitida che il giorno della perdita del padre tutta la resistenza crollerà e io scoprirò chi sono. Mio malgrado. Quindi non ho nessuna voglia di guardare dritto in faccia alla realtà. E quindi non ho nessuna voglia di scrivere un libro, adesso. Cioè: non posso fare a meno di scriverlo e non voglio scriverlo.
Come vedete, lo schiacciamento è totale.

Scritto da:

Origine - genesi sociale degli immaginari mediali - Direttore MICHELE INFANTE

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