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Il cuculo ha fatto il nido al Teatro Bellini | Rivista Origine

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Il cuculo ha fatto il nido al Teatro Bellini

Teatro Bellini
Qualcuno volò sul nido del cuculo dal 23/10/2015 al 01/11/2015
Uno spettacolo di Alessandro Gasmann

Potere ed individuo in luoghi di reclusione, segregazione volontaria o meno, individuo e Sua tara originaria, e Società, con sue regole di omologazione.
Potrebbe essere questa la chiave di lettura tematica del Qualcuno volò sul nido del cuculo (titolo originale One Flew Over the Cuckoo's Nest) che fù anche un film del 1975 diretto da Miloš Forman e vincitore di ben cinque premi Oscar. Ma se qualcuno va al teatro pensando di vedere il film, ha sbagliato luogo. Il teatro non è la sala cinematografica, e la sua emozione è unica, e non ripetibile come nelle repliche del film.
Gasmman, mette in scena una contaminazione tra Napoli e California, una doppia natura scenica, cinema, suono, musica ed infine teatro.
Lo spettacolo è un liberissimo adattamento in salsa napoletana, del romanzo omonimo di Ken Kesey, pubblicato nel 1962 e tradotto in italiano nel 1976 da Rizzoli Editore. L'autore scrisse il libro in seguito alla propria esperienza da volontario all'interno del Veterans Administration Hospital di Palo Alto, in California, ma ora l’ambientazione è il tristemente famoso Ospedale Psichiatrico di Aversa, e l’anno è il 1982. Tranne per la napoletanizzazione del personaggio di McMurphy che diviene al Bellini, il napoletano Dario Danise, un po’ wappo napoletano, un po’ maschera di bullismo. Lo spettacolo segue la trama e l’invenzione drammaturgica di Ken Kesey, confermando l’ottimo “arrangiamento” di Maurio De Giovanni, che per una volta, non ci propina il suo solito giallo folkloristico napoletano, ma prova ad entrare nella lingua viva di un ottimo napoletano quello dell’attore Daniele Russo. Autentico, vivo, bravissimo, nel ruolo del buono ma bullo, come altrettanto brava è Elisabetta Valgoi nel ruolo di Suor Lucia, il potere coercitivo e ipermoralista. Nonostante, però questa visione manichea che sembra più un’interpretazione in chiave favoletta di massa di De Giovanni che l’adattamento del grande Giovanni Lombardo Radice, lo spettacolo si fa vedere, tiene, ha ritmo, ha modi, e le 2 ore e 45 minuti, commuovono e rendono umano un rapporto sempre difficile, immutabile, e diacronico come quello tra Individuo e Società.
Gasmann tratta un argomento molto delicato come il disagio presente negli ospedali psichiatrici, denunciando il trattamento inumano cui sono stati sottoposti i pazienti ospitati nelle strutture ospedaliere statali, verso i quali è stato vigente un atteggiamento discriminatorio, alimentato dalla paura dell'aggressività che caratterizza in qualche caso la malattia mentale, ma non solo. Il tema diventa molto più complesso per la presenza in scena del personaggio di Dario Danise nella sua caratterizzazione napoletanissima e nella sua esuberanza, tipica sbruffoneria partenopea.
 
Sull'esempio di McMurphy-Danise, i degenti imparano ad essere persone e a esprimere liberamente le proprie necessità, contro l'austera disciplina imposta dalla caporeparto. McMurphy-Danise, tra tutti i pazienti del suo reparto, instaurata un'amicizia in particolare con Billy Bibit, un ragazzo introverso e affetto da balbuzie, e con Ramon (un nativo sordomuto di gigantesche dimensioni). I pazienti si rendono conto che, malgrado la propria malattia, sono comunque persone rispettabili e provano ammirazione per le aspirazioni libertarie di Dario Danise. Questi, però, si rende conto che l'ospedale psichiatrico non è un luogo adatto a lui e presume di potere andare via alla scadenza della pena; ma, gli altri internati gli spiegano che lui non è un’internato volontario ma coercitivo, il suo rilascio dipende dalla decisione della severissima suor Lucia.
Dario Danise scopre poi che il Gigante Buono Ramon si è, da sempre, finto sordomuto e che avrebbe anche la possibilità di evadere, ma troppo spaventato dalle conseguenze e dal mondo esterno; tuttavia riscopre nella figura ispiratrice di McMurphy la forza per andarsene. Danise decice di organizzare una festicciola notturna per dare l'ultimo saluto ai compagni, facendo persino entrare di soppiatto una donna di facili costumi Titty Love. L'irrompere del desiderio in scena. Lo spettacolo prosegue reale e vivo fino alla trovava di scena dell’adattamento del Bellini, la Caposala scopre il tentativo di fuga di Danise, ma invece di impedirlo, gli apre la porta e gli popone la fuga essa stesa. Nel momento in cui gli viene proposta la fuga dalla caposala Suor Lucia, accorsa sul luogo della festa e venuta a conoscenza del tentativo di fuga: Dario Danise decide sorprendentemente di non fuggire. Se proprio dobbiamo trovare una pecca alla messa in scena di Gasmann, è proprio in questa scena clou. Lo spettacolo diviene un’operazione intellettualistica che falsa la verosomiglianza del personaggio. Nella versione originale, è infatti, l'ubriachezza a vanificare la fuga e McMurphy che si addormenta sul pavimento, insieme a tutti gli altri, esausto per la troppa baldoria, qui in vece per De Giovanni il bullo, delinquentuccio non scappa perché troppo affezionato ai suoi amici matti conosciuti da appena qualche mese. Lo immaginiamo nei riformatori, e negli istituti di correzione prima e nel carcere poi, esperienze di cui parla il suo C.V. , e ci permettiamo di dire che ci sembra un pò ridicolo che non scappi perché “voi siete gli unici veri amici che ho incontrato in questa vita!”. E’ vero che nella rappresentazione di De Giovanni-Gasmman i personaggi-degenti sono più delle simpatiche macchiette che malati di mente, ma la motivazione strappalacrime della mancata fuga di Danise è più da libro cuore che da Ospedale Psichiatrico. Peccato per questi elementi sempre manichei e di “semplificazioni e facilitazione per le masse”, perché la messinscena, ed anche l’uso di luci e musica, oltre alla qualità della recitazione dello spettacolo è invece di alto livello.
La Caposala, Suor Lucia trova il reparto sottosopra e coglie molti degenti dormienti per terra e tra questi Billy a letto con una delle ragazze. Il ragazzo Billy nella versione originale, di fronte all'ennesima violenza mentale subita (la minaccia della caposala di denunciare il suo operato alla madre), è sgomento, ha paura, ed in preda ad un attacco di follia si suicida per la vergogna. Di fronte all'evidente responsabilità della Caposala, Dario ha un attacco violento e aggressivo e tenta di strangolarla, ma un inserviente lo stordisce. Di fronte a quest'ultimo episodio la commissione medica si convince che Dario Danise è un malato pericoloso e che questa sua aggressività vada curata con una lobotomia.
Mentre tutti i degenti si chiedono dove sia finito, una notte McMurphy-Danise – appena operato, istupidito, lobotizzato, viene ricondotto in reparto. Il gigante buono Ramon, spinto dai suoi amici, quando vede il suo amico in queste condizioni, senza più coscienza e forza di volontà, decide di non abbandonarlo al suo destino: lo uccide, soffocandolo con un cuscino. L’originale è spento, il singolo perde, non può andare diversamente, chi si ribella al potere muore. Ma lascia anche una traccia, una possibilità di libertà per gli altri. Ed allora ecco che il Gigante Buono Ramon, interpretato da Gilberto Gliozzi – l'italovenezuelano Gilberto Gliozzi è il gigante, alto 1,95, pesante 140 chili, nella vita reale fa la guardia del corpo – strappa da terra la pesante statua della Madonma (quello che lo stesso Danise, all'inizio, aveva cercato invano di sradicare), lo scaglia contro una finestra e fugge, correndo lontano verso non una fantomatica libertà, ma la riconquista di se stesso come individuo, della sua dignità.
Nonostante, il tocco a tratti kitsch ed alcuni passaggi della trama, il linguaggio dialettale napoletano, i modi di fare e di dire, soprattutto di Danise, il contesto temporale, sociale e culturale, a cui si fa accenno in diversi modi nel corso dello svolgersi della trama, rendono lo spettacolo contemporaneo e vicino al nostro mondo. Dario Denise grazie alla sua spavalderia ed al suo spirito di ribellione, diviene quindi il paladino di una battaglia contro Suor Lucia, metafora del sistema repressivo sociale, consentendo il riscatto sia dei suoi nuovi amici. Putroppo, per lui però non vi è riscatto, viene piegato dal sistema, lobotizzato, espulso come un corpo estraneo alle logiche borghesi. Un’inno alla personalità, alla forza e a non sentirsi inferiori in niente ed a nessuno, a credere sempre in se stessi, nonostante tutto.
 
MICHELE INFANTE

Scritto da:

Origine - genesi sociale degli immaginari mediali - Direttore MICHELE INFANTE

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