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5 DOMANDE DISCRETAMENTE LETTERARIE. LETTERATURA CHE VIENE, LETTERATURA CHE VA.


1. “Il mondo è pieno di gente che scrive benissimo, di tutto, ma non è questo che ci guarisce” (Flaiano). Altri parlano di “cattiva buona-letteratura” (La Capria – sull’ultimo numero di questa stessa rivista). Quali sono gli strumenti di cui si può avvalere il lettore qualsiasi che si avvicina alla narrativa degli ultimi anni, per distinguere ciò che è letteratura da ciò che non lo è?

ERALDO AFFINATI: Ogni lettore dovrebbe trovare la sua strada dentro di sé pescando nel suomondo interiore. Solo leggendo si scoprono gli autori che poi diventaranno i compagni spirituali della nostra vita. I cosiddetti ‘fondamentali’ non te li può insegnare nessuno. Certo: conta l’esercizio, il saper prendere appunti, riuscire a mettere a frutto l’esperienza estetica attraverso proficue contaminazioni, a tutto questo ci si può anche addestrare, ma se non possiedi il sacro fuoco, ossia un’attitudine specifica, che peraltro non ti verrà mai certificata, sarai sempre influenzabile, per non dire manovrabile, dalla visione del mondo prevalente
BRUNO ARPAIA: Sarebbe bello saperlo e poter trasmettere la ricetta al lettore. Scrivendo, sono stato spessissimo mozzicato dal dubbio se i caratteri con cui inguacchiavo la schermata del mio computer fossero o meno letteratura. Un dubbio salutare, a cui, però, temo non ci sia risposta, o per lo meno, non ci sia una risposta univoca e definitiva. Forse letteratura è quella che, utilizzando il linguaggio, è capace di intrattenere e di trasmettere allo stesso tempo “esperienza”. E il romanzo è il genere che sfrutta a fondo la propria capacità di meticciato (che è quasi inscritta nel Dna del genere, fin dai tempi del Chisciotte), per “inventare” una propria realtà raccontando una storia che contribuisca, appunto, anche a trasmettere “esperienza”. Già Benjamin, più di cinquant’anni fa, aveva parlato dell’uomo moderno come di “un uomo derubato della propria esperienza”. La letteratura, dunque, dovrebbe avere allo stesso tempo una funzione di intrattenimento (non ci vedo nulla di male in questo) e una funzione conoscitiva, legata alla responsabilità dello scrittore, che è soprattutto etica. Spetta, però, a ogni lettore decidere se queste due funzioni convivono in ciò che legge. E tuttavia, come giustamente diceva il Flaiano citato nella domanda, «non è (nemmeno) questo che ci guarisce».
FILIPPO LA PORTA: Vi propongo una mia definizione, molto poco rigorosa, di letteratura: è letteratura tutto ciò che viene detto in modo interessante. Dunque, è letteratura, poniamo, il libro di Portelli sull’attentato di via Rasella o l’inchiesta recente di Leogrande sulle Puglie e non i 2/3 dei romanzi italiani usciti quest’anno…Ora, chi definisce il “modo interessante”? I lettori, o meglio una parte di essi, una comunità, entro la quale si stabilisce un accordo su ciò che è appunto interessante. Così si forma anche un gusto, e naturalmente l’accordo è frutto di argomentazioni e confronti. Dato che esistono molte microcomunità, si danno anche molteplici gusti. Tutto sta avere una propria comunità di riferimento…no “dritte”: consigli di amici e conoscenti.
TOMMASO PINCIO: Magari esistesse davvero un simile strumento. Quando si cerca di stabilire cosa conferisca a un testo dignità letteraria, prima o poi salta fuori la solita idea per cui la buona letteratura dovrebbe, a seconda dei casi o delle esigenze, consolarci, ispirarci, redimerci, aprirci gli occhi, renderci migliori e chissà cos’altro. Ma non è affatto escluso che si possa raggiungere le stesse cose anche leggendo un romanzetto qualunque. A mio avviso la capacità di riconoscere la “vera” letteratura dalla presunta spazzatura non è poi così importante.
Ben più proficuo è capire se un determinato testo possa parlarci, al di là del posto che occupa nella scala dei valori e dei canoni. Personalmente uso ancora il vecchio metodo di sfogliare il libro leggendo qualche frase a caso nella speranza di trovarvi una voce che
Tocchi qualche corda. E’ un metodo tutt’altro che infallibile: spesso si prendono cantonate anche notevoli. Ma per quanto inaffidabile, è l’unico che mi sento di consigliare. Oltre a quello ovvio di leggere quanti più libri possibile.
EMANUELE TREVI: non è una distinzione che potrà mai essergli utile. Un lettore può solo capire ciò che gli serve e ciò che non gli serve – identificando con la “letteratura”, appunto, ciò che gli serve. Georges Bataille diceva che gli unici libri che contano solo quelli che qualcuno è stato costretto a scrivere, lo stesso, credo, vale anche per la lettura. la critica aiuta in questo ? La critica c’è sempre stata perché, come spiega northrop frye, paradossalmente la letteratura, in quanto tale, è un oggetto muto, non comunica nulla di sé. personalmente, mi sono sempre molto orientato con quelle che a roma si chiama”dritte”: consigli di amici e conoscenti

2. Immagini di dover tenere un corso in una scuola di educazione alla lettura, e che la prima lezione riguardi la narrativa italiana degli anni ’90. Cosa farebbe leggere ai suoi alunni?

AFFINATI: Non comincerei mai un corso di educazione alla lettura dalla narrativa italiana degli anni Novanta: prima farei leggere la tradizione romanzesca otto-novecentesca, senza la quale sarebbe perlomeno incongruo avvicinare gli scrittori contemporanei. Solo dopo aver conosciuto i grandi maestri del passato, diciamo da Manzoni a Fenoglio, ci si potrebbe avvicinare agli autori di oggi. E ognuno dovrebbe scegliere i suoi preferiti senza altro ausilio che il proprio intuito.
ARPAIA: Onestamente, non lo so. Dovrei pensarci molto, e dipenderebbe anche dallo scopo della scuola. “Educare alla lettura” può voler dire molte cose, e i testi da sottoporre agli alunni dovrebbero variare a seconda degli intenti didattici.
FILIPPO LA PORTA: Sandro Veronesi(Gli sfiorati, e tutti i reportage), Andrea Carraro(Non c’è più tempo), Claudio Piersanti(Luisa e il silenzio), Luca Doninelli(Talk show), Antonio Pascale(La città distratta), Niccolò Ammaniti(Non ho paura), Massimo Carlotto(uno dei suoi noir), Antonio Franchini(Cronaca della fine)
PINCIO: Solo “Rondini sul filo” di Michele Mari del cui valore non ho alcun dubbio. Per il resto mi sento un po’ in imbarazzo. Devo ammettere di avere una conoscenza molto parziale della narrativa italiana recente. In questo ultimo decennio i miei interessi mi hanno spinto a osservare gli Stati Uniti. Non intendo farne un merito né una scusante. E’ semplicemente la mia storia personale. Qualunque altra considerazione mi concedessi sarebbe macchiata da incompentenza o comunque scarsa conoscenza. Forse potrei aggiungere che per farsi un’idea di come è cambiato il modo di intendere la letteratura nel nostro paese non si può prescindere dagli scrittori che un tempo venivano chiamati cannibali nonché dai Wu Ming.
TREVI: “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti.

3. E se la seconda lezione riguardasse la narrativa straniera (sempre degli stessi anni)?

AFFINATI: Stesso discorso. Prima i caposaldi e poi i vari Richard Ford, Cormac, McCarthy, Tobias Wolff, Michael Herr, Edmund White, Abraham B. Yehoshua, Ian McEwan, Martin Amis, Javier Marias, Alice Munro, Murakami Haruki…
ARPAIA: (come prima)
LA PORTA: Philip Roth (Pastorale americana), Jonathan Franzen(Le correzioni), Amos Oz (Fima), Abraham Yehoshua(Un divorzio tardivo), Yakov Shabtai (In fine), Bret Easton Ellis(Glamourama), James Ballard (articoli e saggi raccolti da Baldini & Castoldi), Bruce Sterling(Il sacro fuoco), qualche saggio sparso di Vargas Llosa
PINCIO: Limitandomi alla scena statunitense e procedendo cronologicamente, il catalogo ridotto all’osso è questo: “Vineland” (1990) di Thomas Pynchon; “Le vergini suicide” (1993) di Jeffrey Eugenides; “Storie di Farfalla” (1993) di William T. Vollmann; “Infinite Jest” (1996) di David Foster Wallace; “Fight Club” (1996) di Chuck Palahniuk; “Underworld” (1996) di Don DeLillo. Altri inserirebbero anche “Pastorale Americana”, che è senz’altro un ottimo romanzo ma nulla di più. Philip Roth scrive molto bene, perfino troppo bene, ma la sua importanza è sopravvalutata e comunque non ha a che fare con ciò che di nuovo si è letto negli anni ’90.
TREVI: i libri di Agota Kristov.

4. Ci sono secondo Lei tendenze, scuole, tematiche che intercettano meglio di altri questi anni del nuovo secolo?

AFFINATI: Come sempre esistono soltanto i singoli scrittori e il loro tempo. Gli inquadramenti manualistici sono utili, in modo particolare per un giovane, ma non essenziali. Credo che oggi la letteratura americana giochi un ruolo di primaria importanza soprattutto nell’analisi dell’uomo contemporaneo posto di fronte alla deflagrazione del desiderio nella grande metropoli occidentale.
ARPAIA: Per un certo periodo, diciamo a partire dagli anni Ottanta, credo che il “noir”, o meglio, il “nuovo romanzo d’avventura”, come l’ha definito lo scrittore messicano Paco Ignacio Taibo II, si sia assunto il compito di provare a raccontare una realtà che si faceva sempre più intricata, che a prima vista sembrava più finta di qualunque fiction. Secondo Paco Taibo, il “nuovo romanzo d’avventura” nasceva dall’incontro tra alcune correnti del romanzo d’azione che vengono dalla tradizione del XIX secolo, il romanzo popolare, e le possibilità offerte dal romanzo storico o dalla buona fantascienza, soprattutto quella che si occupa di utopie e antiutopie. A ciò si aggiungono, come un basso continuo in sottofondo, elementi tipici del poliziesco e della letteratura urbana: la città come personaggio, il fascino e la forza dell’intreccio come motivazione alla lettura. Adesso mi pare che la funzione “esplorativa” del “nuovo romanzo d’avventura” si sia un po’ appannata, visto che sono in molti ad avere applicato la sua lezione, e nuove tendenze si stanno affacciando sulla scena letteraria. Del resto, non credo che sia molto importante identificarle. La letteratura va dove la portano i buoni scrittori. E di buoni scrittori se ne possono trovare in ogni tendenza, in ogni genere, in ogni “scuola”.
LA PORTA: Non mi piace ragionare in termini di scuole, come invece tende a fare l’avanguardia. Esistono solo gli individui, gli scrittori come individui. Quanto alle tematiche diciamo che gli scrittori americani sono un po’ avvantaggiati, trovandosi là, nel punto più avanzato della Storia, dove il futuro è già immanente. Però, dato che sappiamo che la Storia è anche una grande illusione direi che la verità del nostro tempo si può trovare benissimo nella pagina di uno scrittore apparentemente periferico, magari coreano o della Costa d’Avorio.
PINCIO: Mi viene in mente una frase di Jack Kerouac: “L’amore è amaro, la morte è dolce”. Potremmo discutere in eterno sull’opportunità di ribaltare i termini, ma comunque la si voglia vedere, la letteratura continua a brancolare negli stessi buchi neri di un tempo: dolcezza e amarezza da un lato, amore e morte dall’altra. L’elemento nuovo è che si tende a imbellettare la morte più del dovuto, se non a rimuoverla del tutto. Si è fatto anche in passato, perché la morte non è una bella prospettiva per nessuno. Ma la disinvolutura e l’ostinazione con cui si elude o si pensa di risolvere questo sgradevole incoveniente hanno pochi precedenti. Pensadoci bene, non è che all’amore sia toccata una sorte migliore. Purtroppo ci dobbiamo confrontare sempre più con l’ingombrante consapevolezza di essere inevitabilmente individui in un mondo dove, malgrado le buone intenzioni, ci si preoccupa molto poco di come stanno gli altri. Ho la sensazione che questa consapevolezza sia il tema dominante assieme alla dipendenza verso tutto ciò che può ottudendere la coscienza di essere soli e mortali in questa epoca di capitalismo avanzato e new economy. Mi riferisco a televisione, psicofarmaci, culto dell’immagine, evasione a tutti i costi e tutte quelle altre cose che sono ormai diventati i veri protagonisti di molti romanzi.
TREVI: no, sono cose che si fanno in solitudine. Esistono solo i singoli artisti. e perché è così bello “intercettare” ?

5. La trasfusione dei generi (noir, fantascienza, romanzo storico, giallo, non-fiction) all’interno delle forme del romanzo contemporaneo ha ampliato il terreno delle possibilità espressive. Come giudica questa tendenza? E in virtù di questa ibridazione e contaminazione come immagina il romanzo del futuro?

AFFINATI: Ritengo il genere romanzesco una delle forme espressive più vitali della nostra epoca. E’ in continua metamorfosi, pronto ad assorbire il mondo come una spugna. Se vuoi conoscere ciò che sta accadendo dentro e fuori di te, devi rivolgerti, oggi come ieri, alla narrazione creativa.
ARPAIA: Ho già detto che il meticciato, l’ibridazione, sono nel Dna del romanzo, fin dai tempi del Chisciotte. La genialità di Cervantes consiste, infatti, nel fagocitare le diverse modalità narrative della sua epoca per creare un artefatto la cui travolgente originalità deriva in gran parte dal suo essere una specie di enciclopedia dei generi letterari. Il romanzo, dunque, nasce come genere di generi, che non possiede uno statuto proprio e che, proprio per questo, è infinitamente proteico e flessibile, capace di adattarsi alle esigenze narrative di ogni società. Perciò il romanzo deve continuare a mescolare e ibridare scritture. A esplorare realtà e a inventarne. A immaginare. A raccontare storie. A trasmettere esperienza, bene di cui siamo molto carenti. A cercare, in tempi in cui sembriamo essere sempre così bene informati, di rispondere alla domanda: «Che cosa può dire il romanzo che non possa essere detto in nessun altro modo?». A raccontare (diversamente dall’epica che parlava di mondi chiusi) mondi che si stanno facendo o che devono farsi, mondi in movimento, che cambiano continuamente. Perché il romanzo è un genere per sua natura dialogico, polifonico, che non può adattarsi alla “voce unica” che tenta di risuonare sul pianeta. Perché è il crocevia fra le singolarità e la lingua comune del mondo. Perché raccontare storie si occupa di una cosa evidente: che siamo fatti di tempo e che con il tempo dobbiamo fare i conti. Da sempre, scrivere o leggere implica la necessità di affrontare questo tema, ma oggi la questione si pone, se possibile, con maggiore forza: mai come oggi viviamo uno schiacciamento, un appiattimento del tempo sul presente, sull’istante. Scrivere storie può contribuire a farci recuperare un senso del passato e del futuro, a ordinare le nostre vite nell’arco di un racconto e a ritrovarne, appunto, il senso. Per tutto questo il romanzo deve avere le orecchie e gli occhi bene aperti alle tensioni, ai conflitti, deve collegare cose distanti o apparentemente inconciliabili. Insomma, le strade che il romanzo ha davanti a sé sono tante, e spesso ancora inesplorate. Ce n’è, di lavoro da fare.
PINCIO:La manipolazione dei generi non è un fenomeno specificamente letterario. Il cinema, che per molti versi ha preso il posto occupato fino ai primi decenni del ‘900 dal romanzo, è stato il vero arteficie di questi sconfinamenti. Non mi rifersico solo alle produzioni meramente commerciali. Anche autori quali Jim Jarmush con “Dead Man” e “Ghost Dog”, i fratelli Coen con la loro filmografia al completo, Lars von Trier con “The Kingdom” o l’ultimo Kubrick di “Wide Eyes Shut”, si sono avventurati nel sottobosco del genere conseguendo risultati importanti. Questa tendenza all’ibridazione, cui peraltro non sono affatto estraneo, evito di giudicarla perché è parte di un processo complesso e inevitabile di cui sia la letteratura che il cinema fanno parte in modo marginale e ben poco rilevante. Il vero punto è che l’avvento dell’informatica ha conferito poteri senza precedenti alle realtà virtuali, qualunque sia la loro forma e in qualunque ambito esse operino.
Proseguendo lungo questa strada rischiamo di valutare problemi di drammatica attualità solo in termini di simulazione, dati statistici e intrattenimento. Anzi, sotto molti aspetti direi che è già così; per rendersene conto è sufficiente guardare un telegiornale o peggio ancora una di quelle che, con terminologia tecnica e sinistra, vengono definite “trasmissioni di approfondimento”. In questo senso il futuro dell’umanità mi preoccupa molto più di quello del romanzo. Gli scrittori, in fondo, non hanno fatto altro che addattarsi a questa.
LA PORTA: Ho detto in varie occasioni che oggi la sperimentazione più interessante ha a che fare non tanto con il terreno della lingua – già ampiamente dissodato – né con pratiche di trasgressione – tv e pubblicità sono molto più trasgressive di qualsiasi esperimento letterario – ma proprio con una libera commistione di generi, a patto che questa non si cristallizzi in una ideologia letteraria, ma che sia mossa dall’esigenza di ritrovare un rapporto con la realtà. Ora, se questa commistione debba sfociare per forza nella forma-romanzo o meno, beh, non porrei limiti e non prescriverei scelte formali obbligate. Ad esempio la saggistica autobiografica, ricca di elementi narrativi e di invenzioni metaforiche, di Raffaele La Capria, non ci fa sentire alcuna nostalgia del romanzo… nuova situazione. La maggior parte dell’umanità, invece, la sta subendo. Il che è molto diverso.
TREVI: il romanzo è un’enorme “spugna” culturale, assorbe un po’ di tutto, poesia compresa. personalmentèe, non amo né il concetto di “genere” né quello di “letteratura di serie A”, la loro debolezza risiede proprio nel non esistere l’uno senza l’altro. sia nella serie A che nel genere, insomma, esiste un numero relativamente limitato di capolavori e un cacco di spazzatura. quindi quando uno scrittore riesce a fare un’opera bizzarra e rivoluzionaria, insomma “bella” per qualche motivo, può essere partito da qualunque premessa culturale – conta poco che abbia scelto il romanzo borghese o la storia di vampiri. infine, per immaginare il romanzo del futuro, ammesso che questa cosa abbia un senso, bisogna immaginare i lettori del futuro, perché la letteratura, per quanto male se ne possa dire, è pur sempre l’espressione di un bisognoumano, una specie di “servizio”. l’unica cosa che riesco a immaginare, pensando a questi lettori e all’influenza di internet sul processo stesso della lettura, è una tendenza sempre


979 risposte a “5 DOMANDE DISCRETAMENTE LETTERARIE. LETTERATURA CHE VIENE, LETTERATURA CHE VA.”

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