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Post-Human e Letteratura. La medicalizzazione del mal di vivere. Le forme delle tecnica. Origine n.16/2014

Origine n. 16/2014

POST-HUMAN & LETTERATURA
– la medicalizzazione del mal di vivere -

di Michele Infante

L’intensificazione dei processi di medicalizzazione, il ricorso alla farmacologia per risolvere disturbi e problemi non solo fisiologici, ma anche psichici legati alle alterazioni dell’umore, la trasformazione dello stesso corpo umano, tramite innesti di tecnologie ed interventi genetici e biotecnologici, la risposta a nuove malattie e nuovi modi per affrontare le problematiche relative alla sfera dell’uomo, ed il nuovo rapporto uomo, natura, mondo, stanno avviando una lenta ma ineludibile rivoluzione, anche dal punto di vista di una riflessione teorica, su cosa sarà l’uomo del terzo millennio e soprattutto su cosa sarà il suo sentire.
Interrogarsi su come si modificherà il sentire dell’uomo, come esso sarà alterato, modificato, come cambieranno gli scenari della sua vita quotidiana, e come questi si risolveranno nelle biografie e nelle scelte degli individui. Metamorfosi, artifici e ibridi, dal mito si stanno trasferendo all’immaginario scientifico e ciò rappresenta uno scarto di possibilità.
Centauri e sirene, fauni e meduse, sfingi e minotauri, visioni di sogni utopici e di animali antropomorfizzati, non mancano nel nostro immaginario e dalla nostra straordinaria capacità di poeisis che và dalle Metamorfosi di Ovidio fino a Topolino, ma che ai giorni nostri, con il clone, il doppio uguale geneticamente, o la possibilità e lo studio di innesti uomo-animale, registra il passaggio da fatto immaginario a fatto reale, o possibile.
A prescindere da considerazioni più squisitamente filosofiche, sociologiche, e altro, cercheremo in questo articolo di evidenziare i rapporti tra un nuovo scenario che definiremo per il momento post-human (che noi qui non intenderemo nel senso di un superamento dell’umano, ma bensì di un evoluzione o estensione dell’umano anche a componenti, materiali, sostanze, oggetti, animali e merci che non sono direttamente riconducibili alla sfera dell’umano) e la tradizione e l’elaborazione di immaginari, di mondi extra-umani, e di aspetti che hanno un immediato richiamo o relazione con la letteratura, per poi chiederci come la stessa letteratura racconterà e elaborerà tali scenari.
L’innovazione tecnica ha comportato la presenza sullo scenario mediale anche di nuove tecnologie della comunicazione, che non rappresentano tanto un cambiamento di supporto o di canale di trasmissione di contenuti, ma bensì cambiamenti cognitivi nel lettore. Le nuove tecnologie di comunicazione e la mercificazione del mondo sensibile in oggetti di consumo ed i loro linguaggi hanno ridisegnato i confini, i limiti, le funzioni della letteratura, rimesso in discussione la sua posizione privilegiata nell’elaborazione d’immaginari e scenari, ma anche aperto finalmente possibilità democratiche di partecipazione al letterario, e quindi di godimento e d’intrattenimento.
L’interrogativo di fondo che mi sono posto in questo articolo è perché la nostra società e la nostra cultura a differenza che in passato o in altre culture, ha scelto di rispondere alla melanconia (già prefigurata nella società greca, con “apatia”), al dolore, al senso della morte, alla sofferenza, alla malattia, alla perdita, alla stanchezza, all’ansia, l’impotenza fisica o sessuale, all’inquetudine e alla manchevolezza che è l’esperienza dell’umano, con i processi di medicalizzazione, con Prozac e sostanze dopanti, con il Viagra e la farmacologia medica. Riusciranno tali molecole di sintesi a sconfiggere l’umano, il troppo umano che da sempre la letteratura non risolve, non riesce a superare e registra nella ripetizione delle sue rappresentazioni di tragico, comico, insensato e mal di vivere?
Ma per fare ciò dovremmo ripercorre la storia dei tentativi di usare invece delle sostanze e delle cose, le parole per risolvere il troppo umano (anche Frued usava le parole infondo) e quindi ripercorre le tracce di alcuni generi letterari sviluppatisi all’interno del filone post-modernista e delle sue possibilità di contaminazione tra generi, verso la fine del Novecento: tra un postmodernismo colto, il ciberpunk, ed infine l’Avant-pop. Doveroso e inevitabile partire dal genere letterario che per eccellenza ha elaborato tali tipi di riflessioni, o meglio suggestioni, e a cui in un certo senso sia la scienza, sia la tecnica sono debitori, proprio per il suo carattere visionario: la fantascienza.

Crisi e superamento della fantascienza

“Gli scrittori di fantascienza percepiscono il mondo nella sua totalità. Alcune loro visioni ci sembrano magnifiche, altre non lo sono affatto, oppure sono molto bizzarre, ma è importante che ci rendano partecipi di ciò che hanno visto. Per questo gli autori di fantascienza sono personalità letterarie, e allo stesso tempo politiche e scientifiche. E anche qualcosa di piú” Philip K. Dick

La fantascienza si è affermata come genere nella seconda metà dell’800, ha incluso il primo gruppo di scrittori che ha avvertito e registrato la fine dell’umanesimo e l’esigenza di aprire l’uomo all’esperienza dell’Altro, un altro che è artificiale e non-umano, un altro da intendersi come Cosa, come Macchina, come Robot, come Mondo Extra-terreste, come mondo del non-uomo. E come se ci trovassimo di fronte ad un nuovo sconvolgimento, passando prima dal Teo-centrismo (Dio al centro) della concezione Medioevale, poi all’Umanesimo (centralità dell’uomo) e successivamente al “Cosa-centrismo” (l’inorganico, il tecnico, l’automa diviene il centro del lavoro della riflessione e di sfida conoscitiva).
Tra tutti i generi letterari che hanno una pretesa di fare o di avere uno sguardo sociologico, il genere fantascientifico è certamente quello più ambizioso, perché non vuole descrivere la società così come la si può vedere, ma bensì come sarà. Se già riuscire a cogliere qualche tratto, magari marginale o semplice del contemporaneo, sembra impossibile, pretendere di intercettare il futuro sembra un obiettivo presuntuosamente smisurato. Ma la fantascienza ha geneticamente quest’obiettivo e scopo visionario, ovviamente sempre smentito, e forse proprio la correlata irrealtà dei suoi scenari utopici e fantatecnologici non smette più di affascinare. Spesso, però, gli ambienti sovra-reali della fantascienza sono solo dei set per la solita storia. Si può scegliere di ambientare una storia in un preciso momento storico del passato oppure in un preciso e altrettanto inventato ed immaginario momento del futuro. Molta fantascienza non è altro che la solita fiction con ambientazione futuribile. Essa rimane però un genere letterario ambizioso e a suo modo totalitario, che ha attraversato ogni sorta di trasformazione, alternando una produzione pulp, bassa e popolare, a vertici letterari e sperimentali, mantenendo costantemente un’identità forte che l’ha fatta amare e disprezzare allo stesso tempo. Autrici e autori quali Herbert George Wells, Jules Verne, Isaac Asimov, Ursula Le Guin, Ray Bradbury, Arthur Clarke, Robert Heinlein, Bruce Sterling, William Gibson, J.G. Ballard e soprattutto Philip K. Dick hanno messo a disposizione dell’immaginario collettivo un intero vocabolario d’idee e visioni che hanno profondamente segnato un’epoca. In questo senso la fantascienza è un genere cardine del Novecento, legato indissolubilmente a un approccio all’inizio ottimistico e pieno di meraviglia nei riguardi della rivoluzione scientifica e tecnologica che accompagna il suo sviluppo, per maturare poi uno sguardo sempre piú distaccato, critico e complesso, oppure, all’opposto, per proporre l’incanto di un’epopea sfavillante, tra azione e avventura, razze aliene e viaggi intergalattici, prodigi e misteri.
A partire dal XIX secolo questo genere letterario si è impegnato nel compito di scrutare il futuro, di percepire la realtà prossima ventura, di progettare un mondo.
Oggi, all’inizio del terzo millennio, si può affermare che la fantascienza si è in qualche modo compiuta: le sue intuizioni si sono travasate in altre forme espressive, in altri contesti, in linguaggi diversi, influenzando e contaminando ogni aspetto della realtà contemporanea, dal cinema al design, dalle arti visive alla progettazione industriale, dall’architettura alle scienze sociali. Disseminando le sue tracce fuori di sé, la letteratura di fantascienza non è scomparsa ma si è trasformata, ha approfondito e radicalizzato le proprie istanze sociali, le estrapolazioni scientifiche, i quesiti tecnologici; ha rivendicato la propria natura di fondamentale genere popolare e insieme elitario, trasformandosi a pieno titolo in una letteratura dell’immaginario futuro.
Accade allora che la progressiva deriva del sogno e dell’incubo fantascientifico abbia dato vita a una letteratura molteplice e diversificata, che può assumere la forma del thriller tecnologico, dell’erotismo, dell’utopia, ma anche dell’avventura e della fiaba. Si tratta di romanzi e di racconti che conservano le ambizioni primarie della science fiction tradizionale per prendere poi strade differenti, a volte in direzione di una rinnovata idea di letteratura popolare e romanzesca, a volte orientate a esiti piú letterari. La fantascienza racchiude testi di diversa ambizione e complessità, ma accomunati dalla stessa esigenza che un tempo portò alla nascita del genere: quello di anticipare, prevedere, sognare, leggere il futuro.

Verso il cyberspazio

La natura postuma dell’umanesimo, o almeno dell’umanesimo così come l’avevamo inteso durante i secoli precedenti, si recepisce con chiarezza, nella conflittualità letteratura-media generalisti che si è registrata sul finire degli anni 70’. Dà lì a poco apparirà anche in letteratura la consapevolezza della medialità televisiva, del ruolo sempre più predominante che essa stava assumendo in quegli anni, sia all’interno del sistema dei mass-media, sia nella società e nella vita degli individui, ovviamente negli Stati Uniti prima e poi negli altri paesi europei.
Nel 1984 appaiono due libri, quello dell’americano Don De Lillo, Rumore Bianco e Neuromante del canadese William Gibson, dove per la prima volta si trova il termine cyberspazio, atto ad indicare un luogo, o meglio come dirà l’antropologo Marc Augè, un non-luogo in cui ambientare storie, trame, fatti. Questo non-luogo si configura quindi come uno spazio tutto mediale, di una realtà altra. Sempre intorno a quegli anni s’intuisce che anche i nuovi media elettronici non sono solo uno strumento di comunicazione, ma un vero mezzo da abitare e dove si costruiscono linguaggi ed identità. Sostanzialmente però William Gibson non introduce nessuna rivoluzione sostanziale all’evoluzione di un genere, la fantascienza che ha ormai una sua una consolidata tradizione storica, anzi si può dire che negli anni 80’ la scince-fiction americana è ormai in una fase matura se non calante. Gibson ne registra in un certo senso la crisi, la fine, ma allo stesso tempo mentre rivela l’esaurimento del filone fantascientifico rilancia un nuovo modello, appunto quello iper-mediale. Don De Lillo invece anche se in toni apocalittici riflette sull’avvento mediale senza fuggire dalla realtà, senza fuggire dai suoi anni e dal suo tempo, senza inventare creature o personaggi cyborg, o mutanti, o innestati atropo-tecnici, Don De Lillo studia l’impatto mediale su di una semplice o rappresentativa famiglia americana degli anni ’80, sull’individuo e la sua quotidianità alla presenza dello strumento televisivo.

Crisi e stanchezza del post-moderno e sua frantumazione

Possiamo fare tutto, metterci dentro tutto ed ogni cosa. Possiamo andare avanti ed indietro nel tempo, possiamo lavorare con generi letterari diversi, con la sapienzialità, con il passato e il futuro, fare gli accostamenti più pretenziosi o assurdi. Lo scrittore post-moderno, in realtà è un grande conservatore della tradizione letteraria. Egli elabora labirinti di parole, include altri generi, conserva gelosamente una propria tradizione, e spesso la setaccia, la cita, la riprendere, o provvede a fare con essa un riassemblaggio; prova operazioni di make-up stilistico e di generi, prova a fare patchwork delle mode o degli stili, spesso opera dei pastiche, delle parodie o dei collage.
Ma il problema comunque rimane.
I tentativi di un post-moderno colto, che si rifà ad una tradizione letteraria stabile, sono sia quello di Borges, sia quello di Calvino e lo saranno poi quello di Umberto Eco.
Si può ancora oggi centrare la propria identità e il proprio stare al mondo rifacendosi esclusivamente a questo tipo di tradizione?
Lo scrittore post-moderno, che è una sorta di ultimo umanista, ed è già in se un umanista in crisi, un umanista smarrito, che rimane ancora fortemente ancorato in una dimensione di ritardo verso altri media, nuovi e più innovativi, che maturano più in fretta il loro linguaggio, e che vede quindi con preoccupazione ai fenomeni mediali oppure decide di inseguirli, e portare la letteratura verso i linguaggi delle culture popolari come nella proposta Avant-pop. La sfida a tali linguaggi è ibridarsi con essi, usare le loro tecniche, lottare con essi per strapparvi il lettore. L’umanista classico registra sempre con preoccupazione i processi di democratizzazione che si sono avuti sulla scena politica del secondo novecento, un aumento del tempo libero, l’incremento dei tempi del loisir, della cura del benessere psico-fisico, di hobby e passioni, dalle ricerche spirituali a quelle intellettuali di diverso genere. Lo scrittore post-moderno ha cercato di adeguarsi alle innovazioni di questi linguaggi (TV e cinema soprattutto), si è sottomesso alla spettacolarità delle immagini producendo egli stesso narrazioni competitive con il cinema (come quello di Tarantino), ha rotto i canoni classici delle partiture temporali, ha mischiato i generi letterari, ha attinto a vecchi generi ri-vitalizzandoli: giallo, noir, metafisico, storico, non-fiction, romanzo picaresco, romanzo di formazione, romanzo sperimentale, etc. fino ad approdare ad una letteratura “senza aggettivi” ma sempre più impossibile da circoscrivere all’interno della cornice dei generi letterari.
Se il rischio della rottura di genere, è fare d’ogni libro un sottogenere (dal giallo che va differenziandosi in giallo storico o giallo filosofico o giallo con elementi fantapolitica, fino al giallo sapienziale o erudito, etc.) il rischio di appiccicare vuote etichette e collocare ogni testo in una specifica categoria, come ha fatto molta critica fino a pochi anni orsono, sembra altrettanto inutile.
Niente più sorprende in letteratura, e tutto può essere facilmente etichettato.
La letteratura post-moderna porta già in se i segni di uno spaesamento e di una stanchezza.

Il tentativo dell’Avant-Pop

È importante ricordare il ruolo che l’Avant-Pop ha avuto negli anni 80’. Simile per certi versi alla risposta post-modernista, questo genere che nasce con l’intento di tracciare le coordinate di una nuova scena intellettuale e letteraria, ancora in larga parte sconosciuta in Italia. Una scena che nasce in quel calderone di sperimentazioni che è la cultura statunitense, sede di infinite contraddizioni e di vertiginose complessità, e si estende in Europa e in tutto il mondo in un tentativo critico e letterario di reagire alla società dello spettacolo. Avant-Pop presenta al pubblico una serie di opere che nel romanzo e nella scrittura trovano uno strumento di analisi e interpretazione del mondo contemporaneo, della cultura popolare e di massa. Le autrici e gli autori dell’Avant-Pop si collocano al crocevia dei generi letterari, coniugando tradizioni ed esperienze diverse, linguaggi alti e bassi, che vanno dalla fantascienza all’avanguardia, dal cinema ai classici. Le radici popolari dell’immaginario Avant-Pop danno vita a un realismo nuovo, visionario e fantastico, gotico e ironico, specchio di un presente mutevole e inafferrabile, che non è più possibile leggere in chiave tradizionale. Ma anche l’Avant-pop fallisce, ai linguaggi della cultura di massa non si riesce a contrapporre i linguaggi comunque sofisticati della riflessione, ponendo il lettore di fronte a prospettive di intrattenimento più tosto che rendere i testi capaci di esprimere diversi livelli di lettura. Il meta-testo rimanendo fuori dal testo.

Il lettore non è più lo stesso
- ritmi e tempi di elaborazione delle informazione

Leggere è un ritmo, una sorta di tempo della mente. Iniziare a leggere un libro, è sempre un’ esperienza di ritmo mentale e concetrazione, ritmi e tempi diversi rispetto sia al testo e alla sua difficoltà, sia al lettore, non importa che sia il solito best-seller all’americana letto dal portiere del palazzo o un raffinatissimo e coltissimo testo filosofico letto dal professore universitario, per entrambi è necessario questo silenzio della mente per astrarsi sia dai contesti pubblici, pensieri sui fatti collettivi, sia privati e auto-riflessivi dei propri pensieri utilitari e personali, e darsi completamente al testo. Ripeto, darsi completamente al testo e seguire il suo ritmo proprio di lettura. Ora, è oggi il nostro tempo mentale di elaboratori di informazioni uguale o identico a quella dell’uomo del secolo appena conclusosi? Possiamo gestire i ritmi diversi delle diverse modalità di esperire e interagire con i media? La crescita esponenziale dell’esposizione e dell’inserimento nei flussi comunicativi, come soggetti sia riceventi che emittenti di informazioni, fatti, racconti, storie, (storie a migliaia traboccano dalle librerie, dalla TV, dai blog, dai film, da Internet, dalle e-mail dei nostri conoscenti, etc.). A molti sembra che qualcosa si sia rotto, un vincolo ed un legame si sia spezzato, il legame unico, monogamo potremmo dire, tra lettore e cultura alfabetica (Abruzzese, De Kercove), tra un soggetto che si può definire lettore e la pagina di carta.
Molti ritengono che abbiamo assistito alla fine e ora ci troviamo sulle macerie di quello che si definiva essere stato il Regime della Scrittura Alfabetica.
La cultura alfabetica che è una delle grandi rivoluzioni tecniche dell’uomo, realizzata grazie all’astrazione del linguaggio, è legata al supporto da cui essa è veicolata e al modo con cui viene impressa sul supporto, ceramica, tavolette di cera, carta, stampa tipografica, fino all’hard-disck e allo schermo del pc. Ma fino a quanto la concretizzazione del linguaggio su di uno specifico supporto è ineludibilmente una trasformazione di questo linguaggio? Ne facciamo esperienza tutti i giorni, la nostra capacità di scrittura si confronta con nuovi apparati tecnici di riproduzione del linguaggio stesso. Diverso non solo è scrivere con il computer, ma diverso è scrivere per il display del nostro cellulare, come probabilmente non avremmo potuto avere Guerra e Pace su tavolette di argilla. Banalmente la tecnologia di riproduzione del linguaggio incide sul linguaggio, come hanno messo in evidenza e con lungimiranza la scuola di Toronto (Havelock, Ong, McLuhan) ma ciò, come sostengono alcuni esponenti avanguardisti di scritture mutanti o altro, non significa una rottura di un legame nel corpo del testo letterario. Se vi è una discontinuità essa non è nella produzione di scritture ma bensì nella capacità di lettura del reale, di sé e del mondo del soggetto/lettore contemporaneo. In altre parole, certamente è diverso scrivere un messaggino sul cellulare o un blog, un generico ipertesto mediale o un sito-web, ma questo corrisponde anche ad aspettative diverse da parte dei lettori. Un aforisma di Eraclito contenibile nei 120 caratteri e perfettamente trasmissibile nella integrità testuale, come spesso coltissime citazioni di poesie, il valore del testo scritto rimane tale al di la del supporto. Non è la natura del supporto, ma il fatto che il messaggio sia percepibile dal lettore per la sua natura privata o pubblica, che ne fa o frammento di letteratura o atto comunicativo semplice, perché la letteratura è per eccellenza un fatto di natura pubblica, cioè si rivolge ad una soggettività estesa. Quello che non ci sembra di condividere di tale filone di pensiero, e di una lagnosa fine dell’alfabetismo (in modo lamentoso e snobistico pensiamo a Giulio Ferroni), è che la specificità della scrittura non è sorpassata nella fruizione. Non è morto il racconto, non è finita la capacità di poiesis umana, di raccontarsi, di porre in modo sequenziale una narrazione di sé, di raccontare all’altro uomo una visione, mostrare il proprio dissenso politico o il proprio disadattamento, una propria ossessione, quindi comunicare per complessità alfabetica la complessità soggettiva. Confondere le potenzialità espressive che una determinata società in un determinato periodo storico permette e offre ai soggetti, ed è straordinario che oggi vi siano tante possibilità, con l’espressività che esse intrinsecamente conservano, sono cose ben diverse.

L’irrompere del vocabolario scientifico

Colpito fin da giovane da una grave diminuzione della vista, Adouls Huxley, rieducò i suoi occhi seguendo il “metodo Bates”, assai discusso in quegli anni, e pubblicò nel 1942 un libro intitolato L’arte di vedere (ora è ripubblicato dall’Adelphi) in cui egli formula che per vedere bisogna innanzitutto arginare l’invadenza dell’io cosciente, perché dice “quanto più c’è io tanto meno c’è Natura, cioè il funzionamento proprio e corretto dell’organismo”.

Se gli organi della vista sono incapaci di curare se stessi, se i loro difetti possono soltanto essere attenutati con mezzi meccanici, allora bisogna dire che l’occhio è qualcosa di totalmente diverso dalle altre parti del corpo. Godendo di condizioni favorevoli, tutti gli altri organi del corpo tendono a guarire da solo dalle loro imperfezioni. Gli occhi no.
Gli occhi difettosi sono, ex hypothesi, praticamente incurabili; manca ad essi la vis medicatrix naturae. L’unica cosa che l’oftamologia può fare è provvederli di mezzi puramente meccanici per neutralizzare i sintomi.
(Adouls Huxley, L’arte di vedere)

La quarta di copertina dell’edizione italiana, porta la scritta in riferimento al libro che «diventa quindi una sorta di esercizi dell’immaginazione, una guida sapiente a quella “vigile passività” che ci è preziosa per vedere in ogni possibile senso – e innanzitutto in noi stessi». Ora è molto probabile che con le nostre tecnologie oftamologiche quest’intero libro, quest’intelligente lavoro, non potrebbe essere scritto allo stesso modo, e il lavoro al limite della vista e della cecità, il lavoro su un limite umano, su di un handicap dell’apparato sensoriale potrebbe essere risolto con una semplicissima e banalissima operazione laser.
La stessa lingua viene ad essere superata dagli usi e dai tempi, dal linguaggio della medicalizzazione e della tecnica che va consolidandosi sempre di più in un bagaglio di conoscenze dell’essere umano. Provocatoriamente, ci si permetta di domandarci, é più possibile usare le espressioni “cuore” senza sembrare retro o post-romantici, nell’epoca del by-pass e del pace-maker?
Dietro alla banalità adolescenziale della frase “tu sei la luce dei miei occhi”, dopo che Eistein ha dimostrato nella teoria della relatività la doppia natura della luce, sia come onda sia come massa, come corpuscolo e come energia, dobbiamo leggere l’ambiguità e la natura complessa della teoria della relatività o una semplicissima metafora, tanto semplice che questa frase la si può sentire spesso in asilo nido detto dalla madri verso i loro bambini. La stessa espressione luce nel senso apollineo dei poemi omerici è oggi altra a partire dagli anni venti del XX secolo, la letteratura può ignorare la linguistica della scienza? Lo sguardo di Luciano de Rumbempré dall’alto delle colline che dominano Parigi nelle Illusioni perdute di Balzac non è come sostiene qualcuno lo sguardo metropolitano (Ilardi), ma è lo sguardo totalitario di chi crede di vedere il mondo, tutto il mondo, oppure possiamo dire la città, tutta la città, a quell’epoca e per Balzac, Parigi era il mondo. Oggi il nostro sguardo, o lo sguardo di uno scrittore contemporaneo non può più abbracciare tutto, non può avere uno sguardo totale, l’ambizione dell’ opera mondo, come direbbe Franco Moretti.
Letteratura cioè ha scoperto, dopo aver scoperto la complessità dell’individuo con Freud, ma anche con Pirandello, Svevo; anche la complessità del mondo fuori dalla finestra dello scrittore; ma allo stesso tempo, la letteratura per la sua specificità nel rendere la complessità del mondo la crea.
Gli interrogativi in una situazione complessa sono diversi dagli interrogativi in una situazione complicata. Nella prima non ci sono soluzioni onnicomprensive, e la letteratura ha sempre avuto forti accenti totalitari, nella seconda si accetta di non poter descrivere niente se non parzialmente.

Caratteristiche del post-umano e tendenze in letteratura

Le caratteristiche del post-umano sono due movimenti che avvengono contemporaneamente e che spostano il baricentro dall’uomo verso le superfici mediali; l’uomo si de-territorializza non vive più la sua dimensione fisica ma la dislocazione del proprio corpo nei palinsesti mediali, mentre un altro movimento và dall’uomo verso le cose, le reti, le interfacce, la bio-tecnica e la medicina.
Registriamo inoltre delle istanze che vanno dall’alto verso il basso (estensione delle superfici mediali), comporta una “letterarietà diffusa”, in altre parole, permettere ai media di fagocitare i linguaggi letterari, e di riproporli in modo stereotipati, l’altro che viene dal basso e va verso l’alto (estensione e crescita della soggettività nei lettori) comporta lo spostamento verso l’interno dei soggetti-lettori di alcune caratteristiche dei linguaggi letterari, che divengono poi modelli di agire e di essere che gli attori sociali rivolgono verso le cose. Quindi da un lato la scomparsa del letterario o delle sue capacità linguistiche dai libri o dai testi canonici ed il suo apparire in settimanali, in telecronache di partite calcistiche, in talk-show. Radio, Tv generaliste, film dozzinali, sport producono continuamente ministorie, parodie, fiction e semifinzioni, lavorano sui materiali esistenziali (pensiamo ai reality-show) producono e creano personaggi, che veri o inventati che siano spinti all’estremo, spinti al parossismo, divengono caratteristici, identificabili, arche-tipici. Dall’altro, il letterario ed il suo modello ricomparire nelle vite dei lettori li spinge verso l’eccezionalità nella vita (non si può escludere la spinta individualista-vitalista che la letteratura genera e conserva), la tensione verso un romanticismo veteroesistenziale, l’andare verso un divenire del lettore scrittore, e di fare della scrittura espressione dell’individualità, stile di vita, incontro, happining, evento.
L’inclusione del tecnico è l’inclusione del macchino, e comporta l’inclusione dell’inorganico sotto forma di altro e di merce, fino ad una visione meccanicistica della stessa vita umana.
In realtà, che i media abbiano fagocitato le avanguardie storiche in ambito artistico ormai è indiscutibile, ma nella seconda metà del secolo, essi hanno attinto e ri-interpretato anche modelli e soggetti derivanti dallo spazio della sperimentazione letteraria.
La letterarietà diffusa compare nei blog (una sorta di diario confessione che gli utenti mettono in Rete e a cui tutti possono accedere e perché no, anche interagire con l’autore) dove le esistenze virtuali si accrescono di vite virtuali. D’altro canto, il superamento della dicotomia alto e basso non avviene come erroneamente si ritiene facendo delle storie simili a quelle della cultura popolare, come nel tentativo dell’avant-pop.

Dall’invenzione dell’io e del suo linguaggio, alla completa esteriorizzazione dei processi identitari

La letteratura ha scandagliato tutti i motivi esistenziali, ha costruito il biografismo, e quindi ha dato un impulso alla filosofia esistenzialista, non a caso Camus e Sartre furono anche scrittori.
Noi viviamo nella società del Curriculum Vitae. Cos’è il C.V. se non anche un’invenzione letteraria come ci ricorda una bellissima poesia della poetessa polacca Wislawa Szymborska. L’idea che una persona è un personaggio, l’idea di guardarsi da fuori per parlare di sé in terza persona mentre compiliamo il nostro C.V., di selezionare, av-vincere e con-vincere il futuro lettore. Non è questo parlare di sé, togliendosi ed attribuendosi qualità ed esperienza, la tecnica dello “straniamento” così come fu formulata dai formalisti russi? La letteratura ha creato un linguaggio intimo, che poi si è legato ad un particolare tipo di poesia, quell’ermetica, che ha elevato a sistema il sensazionismo e le impressione soggettive dell’io poetante. Questo io poetante innalzato a massimo sistema, e forse l’unico vero linguaggio poetico del novecento, creando un’assonanza perfetta, tra il linguaggio interiore creato e quello che si va ad esprimere, autoriflessivo e non prosaico, esigente nelle sue scelte lessicale che sono lontano dai linguaggi dei media. Cosicché il poeta ingenuo che si esprime in versi, il ragazzino nel suo diario, è spontaneamente immerso nel verso libero e nello stile ermetico, anzi lo percepisce come naturale.
Nelle società occidentali con tassi d’analfabetismo prossimi allo zero, la nominalizzazione delle cose ha raggiunto livelli significativi. Dagli scontrini del supermercato onde vi è il nome di ogni merce con relativo prezzo, sistemi identificativi, numerici di prodotto ed identificativi del nome dl prodotto, vi sono per la frutta. La lettura magnetica di un codice a barre si tramuta in una nominalizzazione linguistica del prodotto stesso. Ecco l’intensificarsi delle liste nominali. I processi d’intelletualizzazione di converso e allo stesso tempo, vedono gli strumenti di scrittura e stampa domesticizzarsi, stampanti e computer-scriventi entrano nelle case, ovunque per produrre scrittura, testi. Il livello di scritturalità sposa le tecnologie di trasmissione s’impossessa della rete per motivi di economicità, praticità, convenienza. Portiamo in tasca schede con chip-informatici con all’interno circuiti dove è posta l’informazione, dal bancomat alla carta di credito, le scritture coprono e sono addosso all’individuo, definendoli soggetti identificativi e attivi. Lettori sono le macchine che immagazzino anche le storie di vita dei loro portatori, anche la lista movimenti del conto bancario parla di noi. Per molti osservatori ed intellettuali, non possiamo continuare a ragionare con armamentari letterari retrò nella società della tecnica!

Il futuro della letteratura è fuori dal libro?

La letteratura passa dal « punto di vista » al « punto d’essere » o se si vuole, sarà sempre più un’ esperienza tattile perché la si leggerà sulle merci e non solo nelle etichette ma anche sulle confezioni, nel package, fino al corpo stesso della merce che ci narrerà la storia della sua provenienza, della sua specificità. Le merci, i prodotti racconteranno la loro storia, il loro contesto sociale di fattori produttivi atti alla realizzazione, e già come avviene con i capi di vestiario ci inviteranno ad entrare nella narrazione-stile di vita che essi rappresentano. Leggeremo le merci che faranno di noi i protagonisti delle loro narrazioni?
La letteratura non è più monogama nella sua relazione con la parola scritta ma migra anche in altre esperienze, dai cataloghi della moda, alle confezioni di biscotti (proprio la narrazione d’uso ci dice che è per la prima colazione del mattino, ci dice quando consumare il prodotto), alle narrazioni che esprimono e trasmettono stili di vita (essere light) fino ai modelli identitari dove il racconto del consumo significa essere, e la letteratura chiamata a creare personaggi oggi viene chiamata a creare consumatori, viene stereotipata, e diviene strumento di kitsch e manipolazioni. Ma siamo sicuri che questo non sia il suo vero obiettivo? Siamo sicuri che il suo progetto di rappresentazione articolata e totale, omnisciente ed essenziale della realtà e della coscienza, non si sia oggi realizzato nel suo passare dal libro alle cose? La scrittrice austriaca Jelinek, premio Nobel 2004, lavora proprio per far esplodere questo paradosso nella costruzione mediale delle identità dei suoi personaggi.
La letteratura uscendo dall’involucro libro può oggi finalmente completare il suo progetto di esperienza tattile e di inclusione di non-lettori. Questo spiega anche perché individui che per anni non comprano libri poi si riconnettono al mercato librario per comprare il best-seller di turno. In realtà questi soggetti non sono mai usciti dal mercato della parola scritta e dal suo uso, si sono spostati solo sulle cose, spesso magazine di genere, settimanali, quotidiani, ma ancora più spesso sulla parola che accompagna la merce. Saremo parolieri cyborg o letterati diffusi nella rete, i blog sono letteratura diffusa, letteratura dal basso, surrogati letterari, ma sono più vicini alla letteratura di tutte le altre forme mediatiche, niente in Tv o negli altri media è più vicino alla letteratura di finzioni scritte da soggetti per veicolare essenzialmente se stessi. Quanta letteratura si nasconde e consumano a loro modo i videogames esistenziali o futuribili, quelli che muovono personaggi all’interno di contesti, (o che decidono di simulare il governo di una città o che decidono di simulare il successo nel progetto di vita di una persona) come potrebbe fare uno scrittore muovendo personaggi in un romanzo storico? Gli individui che frequentano i corsi di scrittura creativa cercando essenzialmente la forma d’individualità che si crea con la scrittura, l’alfabeto e la lettura silenziosa fatta nella propria mente, permettono un’esternalizzazione del sé sulla pagina, un’ assunzione di stile, di comportamenti, di modalità di intrattenimento, di discussione, cercano una cultura alternativa fatta da finzioni diverse rispetto a quelle dei media generalisti.

Come pensare ad una letteratura post-umana, dove essa trova fondamento?

Se alla base del processo intellettuale ed ideologico umanista vi è il rapporto tra Natura / Cultura, oggi si è consapevoli che questa dicotomia è infondata da un punto di vista ontologico. Il paradigma umanista dell’incompletezza: natura (leggi e vincoli), e cultura (libertà e trascendenza) e cioè tra Zoé / Bìos (natura e politico), viene superata dalla visione post-umanista che registra la fine del pensiero antinomico: natura/cultura, animale/uomo, materia/spirito, determinismo/libertà, etc. ..
La presunta insufficienza della biologia umana che presupponeva un correlato di perfezione ideale viene abbandonata a favore di una visione dell’incompleto che è tale solo se confrontato con l’ideale di perfezione (fissismo platonico); l’evoluzionismo sconfessa le teorie fissiste (la perfezione vuole un “fine”). Esiste una « percezione d’incompletezza », che nasce dal confronto con la prestazione, ogni acquisizione culturale determina un equivalente d’incompletezza. Un senso di inefficienza, di incapacità, di inquietudine e di ansia che la società produce non più come elemento di un negativo retaggio umano ma bensì diviene condizione naturale dell’Esserci.
La biologia, la ricerca evoluzionista dimostra sempre di più che quest’idea di uomo come mancanza, impotenza, incapacità è errata, l’uomo nasce già ibrido è per sua assenza in contaminazione con il contesto. Non esiste più un testo (umanità) perché l’uomo è di per se (contesto). Oggi la “Cultura” va intesa come un non-equilibrio creativo, come uno spostamento di soglia che facilita l’ibridazione (Marchesini) e “l’esternalizzazione”: strumentazioni tecniche e partnership con altre specie, attribuzione di significati, teorie, etc. in altri termini coniugazione con la realtà esterna. Post-umanesimo significa superare un’autarchia umanista che vede sempre con occhio aristocratico e spesso snobistico nuovi strumenti e nuovi linguaggi sviluppatisi da basso e proveniente non più dalla tradizione intellettuale e dalla conoscenza erudita, ma bensì dal basso dalle culture del corpo, caratterizzate dai linguaggi e dagli stili del comico, della fisicità, del folclore. Accettare culture altre e cercare con esse un’ibridazione, perché è proprio dalle ibridazioni che nascono funzioni nuove, inattese (McLuhan). L’umanesimo finisce con l’apertura del sistema uomo all’esterno – perché la società implica oggi processi dinamici d’ibridazione (nessuna “natura originale”): e l’ibridazione ha per sua natura un carattere non-omeostatico. Ogni sistema culturale è incarnato nella virtualità biologica (si tratta di creare nuove virtualità, non di superare vecchie imperfezioni). Per il post-umanesimo, “innato” e “acquisito” non sono antinomie: uno è funzione dell’altro per creare una “promiscuità ontologica”: e recepire l’ibridazione con realtà non-umane è l’espressione più autentica della soggettività.
Una delle funzioni principali che la letteratura ha avuto nella modernità tra settecento e primi del novecento, cioè quella di ripulire l’umano da ciò che è bestiale attraverso l’educazione e l’istruzione, è oggi superata perché non si concepisce più una natura bestiale o disumana dell’uomo.
Non è più la letteratura ad occuparsi dell’educazione dello spirito e della cultura dell’anima: si ricordi avversione di Petrarca contro i medici (conoscenza e cura dei corpi). La cultura antropocentrica viene non solo superata ma anche derisa dal sistema sociale stesso, superate le divisioni tra res cogitans e res extensa: “animus corpore utens” (Cartesio), da psyche e soma.
In altre parole, nessuno può oggi, con la quantità di conoscenza neuropsicologica sul cervello ed i meccanismi della corteccia celebrale che abbiamo a disposizione credere alla contrapposizione mente / corpo: ogni tecnologia è una psicotecnologia (de Kerckhove), e dunque una biotecnologia (Marchesini). La cultura è natura, in ogni senso.
Strumento come protesi, estensioni, ma anche vero e proprio elementi incarnati nel sistema uomo, modificano e trasformano il sistema sensoriale umano immergendoci in un mondo in continuo feedback informativo del corpo. “Tutto il sapere si installa negli orizzonti aperti dalla percezione” (Merleau-Ponty). Da “io penso che” a “io posso”. Gli strumenti tecnologici e i mezzi di comunicazione modificano l’equilibrio sensoriale (McLuhan). Le tecnologie comportano sempre trasformazioni delle strutture mentali (Ong). Dall’astrazione narcotizzante della scrittura all’oralità secondaria, i media elettrici (telegrafo, telefono, radio, televisione) con i loro sistemi di contrazione di spazio e tempo (il “villaggio globale”) fino a giungere forse alla metafora dell’elettricità o della rete telefonica o Internet, come una rete nervosa estesa su tutto il pianeta “il medium è il massaggio” (cinestesia).

Dall’umanesimo al trans-umanesimo?

“La letteratura cambia più lentamente della scienza”
(Charles P. Snow, Le due culture, 1959 Cambridge University Press)
Il transumanesimo sostiene l’uso della tecnologia per il superamento delle nostre limitazioni biologiche e per la trasformazione della condizione umana. Vero è però che da secoli, l’uomo si “potenzia”: la scrittura stessa ne è un esempio, visto che rappresenta un’estensione del nostro cervello. Ora sembra innocua, ma anch’essa ha avuto i suoi effetti collaterali: per esempio la scomparsa della tradizione orale. Nel prossimo futuro, le capacità umane saranno incrementate grazie alla genetica, a medicinali che incrementano la memoria, a sforzi collaborativi nel gestire il flusso d’informazioni, ad agenti intelligenti, all’incremento dell’intelligenza, ai computer indossabili e grazie a Internet. In un futuro non molto lontano, la continua accelerazione del progresso tecnologico porterà a prospettive rivoluzionarie, quali la creazione di intelligenze superumane e l’arrivo della nano-tecnologia molecolare. Da tempo esiste una relazione privilegiata tra droga e arte, tra consumo e potenziamento della percezione; e la letteratura ha fatto la sua parte. Baudelaire e l’hashish; Burroughs e le anfetamine, huxley e al messalina, lo stesso P. Dick e l’eroina, ma ciò non ha influenzato in modo determinante la potenza percettiva dell’intelletuale o lo scrittore in questione, non è quello che viene messo in discussione ma i loro personaggi e le forme di rappresentazione della loro scrittura, vista dal di dentro. Non è come la Biologia oggi, che interessando e toccando il cibo, la medicina, la procreazione, l’impotenza, la nutrizione, i fatti solidi e allo stesso tempo simbolici della vita, assume responsabilità, introduce rischi, sconvolge l’etica ed i valori. é pensabile oggi nei tempi del Viagra il Bell’Antonio di Vitaliano Brancati? Certamente si, l’impotenza esistenziale e sessuale esisterà probabilmente per sempre, ma così come fu scritta e elaborata dallo scrittore siciliano non è più rappresentabile.
La condizione transitiva del cyborg e del mutante (supera le distinzioni organico/inorganico, biologico/macchinico, etc.). Dalle reti elettriche alle reti digitali: ibridi tecnologici (rete telefonica + computer) in evoluzione digitale, il continuo processo di dematerializzazione, e superamento del dualismo (hardware/software, corpo/mente) estensione della deriva corporea: corpi virtuali disseminati nelle reti (Caronia) deterritorializzazione come disseminazione del corpo accoppiamento strutturale umano/non-umano. Le conseguenze di tali sviluppi potrebbero includere l’abolizione delle malattie e della vecchiaia; l’arricchimento dei centri del piacere in modo di ottenere un più vario panorama di emozioni; esperienze esilaranti e benessere fisico perpetuo; la sostituzione del corpo umano con più avanzati sistemi sintetici o a strumenti di guerra di alta tecnologia, come per esempio nanomacchinari autoreplicanti. Come la letteratura racconterà i suoi temi: la morte, la guerra, il desiderio, la passione tra amanti, il piacere, il potere? Potrà continuare a farlo con la stessa ottica o con la stessa visione o ideologia che ha usato fino ad ora? Un post-umano è “un individuo le cui caratteristiche di base sono così superiori a quelle di noi umani, da non essere più considerato umano secondo gli standard attuali” (definizione della World Transhumanist Association). Un individuo “con capacità intellettuali superiori, resistente alle malattie e all’età, che ha il controllo del proprio stato psico-emotivo, superiormente predisposto al piacere, all’amore, all’apprezzamento artistico, in grado di sperimentare stati di consapevolezza a noi sconosciuti”.
Un super-corpo è anche un super-uomo?
Ora io non riporterò le frasi di un libro di fantascienza, ma bensì le dichiarazioni che James Hughes, docente di Politica sanitaria al Trinity College di Hartford e direttore esecutivo della World Transhumanist Association, «è chiaro che i progressi maggiori – dice Hughes – arrivano laddove c’è convergenza di specialità diverse. Per esempio, il traguardo più vicino pare quello del potenziamento genetico, una variante della terapia genica in cui il pezzetto di Dna da inserire sarà veicolato da vettori microscopici, presi in prestito dalla nanotecnologia. Inizialmente sarà uno strumento terapeutico, ma poi la linea tra terapia e potenziamento sfumerà. Il primo impiego non clinico mirerà a rallentare l’invecchiamento». Francis Fukuyama, docente di Politica economica internazionale alla Johns Hopkins University, consigliere del Pcb e autore del libro Our posthuman future (L’uomo oltre l’uomo, Mondadori 2002): «È convinto che la nostra umanità sia definita da un qualche fattore X; e che, facendo a modo nostro, ce ne allontaneremo. Ma l’umanità non è condivisione degli stessi geni o degli stessi pensieri; è qualcosa di più, va oltre. Perché, potendolo fare, non dovremmo lottare per vivere di più, per diminuire i disagi degli anziani e i costi sanitari, per sentire meglio e pensare più lucidamente?». Come la letteratura affronterà, racconterà ci metterà in guardia dai pericoli della tecnologia, con quali strumenti ci affascinerà, incuriosirà e ci permetterà di sorprenderci. La malinconia, la tristezza, l’inquietudine, il dovere di scegliere magari un giorno un corpo o un additivo chimico o l’impianto di una protesi cambierà l’uomo?
Dovremmo aspettare il nuovo secolo in cui da poco ci siamo incamminati, per vedere le parole scritte e la lingua che da esse sgorga, affrontare una loro ennesima metamorfosi, e anche se il regime della scrittura e dell’alfabeto è stato rovesciato, ci sono macerie ancora cariche di energia.
Disse: “Lei si lamenta di non riuscire più a sentire bene. La schiena le fa male. Il suo corpo non smette un momento di ricordarle quanto al sua esistenza sia sofferente. Non le piacerebbe provare a cercare uan soluzione?
“Per questa vecchia carcassa mezza morta?” risposi.
“Certo. Cosa?”
“Che ne dice di darla via e prendersi qualcosa di nuovo?”
era un invito a cui non potevo dire di no, o di sì. Non c’era sicuramente una risposta semplice o diretta. Una volta ascoltata la proposta di quell’uomo, per quanto volessi respigerla come una follia, non riuscivo a smettere di pensarci. Per tutta la notte fui eccitato.

Ecco l’incipit del racconto “Il corpo” Hanif Kureishi (Bompiani, 2004) racconta di un uomo che decide invitato da un amico di sottoporsi ad un trapianto di cervello e quindi di personalità e identità in un nuovo corpo, un corpo più giovane. Allora insieme all’amico si reca in questa clinica dove potrà scegliere tra una montagna di corpi messi negli scaffali il Nuovo Corpo da indossare.

“Presto tutti ne parleranno. Ci sarà una nuova classe, un’elitè, una superclasse di supercorpi. Poi ci saranno negozi dove potrai andarti a comprare il corpo che vuoi. Ne aprirò uno io stesso, e nelle vetrine metterò corpi veri al posto dei manichini. Bingo!Chi vuoi essere oggi?”
Dissi: “se l’idea della morte stessa sta morendo, tutto il significato, tutti i valori della civiltà occidentale dal tempo degli antichi Greci sono cambiati. Abbiamo rimpiazzato l’etica con l’estetica” (pag. 133)

Conclusioni

Forse la letteratura, è il troppo umano che non trova soluzione, non trova pace, né nella pagina, né nella mente del lettore. La Letteratura è fatta da testi che ci disturbano e ci ossessionano, che siano ossessioni linguistiche dello scrittore o che vi siano elementi di problematicità morale o etica, sia che siano critiche feroci di contesti sociali o ansie di sistemi immaginari. Se la letteratura si compone di testi che ci toccano da vicino e ci fanno rendere conto delle nostre incapacità d’individui, sia privati che storici, se ci danno schiaffi piuttosto che carezze, essa non potrà non interrogarsi sul vano, l’inutile, il superficiale, il carattere e la tempra di personaggi a limiti della demenza o della follia ma che conservino una significatività rispetto al proprio tempo, non potrà non mettere in evidenza i buchi neri del kitsch, dello stereotipo, dell’alienazione nell’immaginario. Se la letteratura divenire sempre più un fenomeno complesso e multi-livello, che conserva al proprio interno più voci, più lettori, significa che i testi rimangono in alto, e bisogna arrampicarvisi, riempire i margini di punti interrogativi e di sottolineature. Se mettiamo in atto un atteggiamento critico mentre godiamo dell’intelligenza del testo, ci accorgiamo però che la medicalizzazione, la tecnica, la biotecnologia ed i suoi immaginari ipertrofici, non risolvono l’umano, non cancellano domande irrisolte e dolore, bensì spostano i suoi confini, ma questo spostamento se non è una rivoluzione, è comunque un cambiamento, un nuovo modo di fare esperienza di sé e del mondo. La letteratura non ha solo lo scopo di intrattenere o di creare immagini, non racconta solo delle storie, ma racconta soprattutto “il male”, l’Altro, la diversità, spesso la letteratura ha sconfinato nelle regioni dell’ossessione, del trauma, della causticità, della pazzia, della ribellione, della trasgressione, della trascendenza, ed oggi molto spazio per elaborare questi temi viene lasciato libero nei linguaggi mass-mediali, dove sono troppi gli interessi in campo per non velare il tutto di banale manicheismo o di becero “buonismo”, inutile inseguire sulla strada dell’intrattenimento altri media molto più capaci di un godimento e coinvolgimento nella leggerezza.
La letteratura si trova oggi per la prima volta nella sua storia a non proporre o anticipare o mettere in evidenza, non può fare più da battistrada ai processi, ma si trova a rincorrere la vitalità del tessuto sociale, perché oggi la scienza e la tecnica, la medicina e il sistema mediale vanno più veloci, se ne prenda atto, se ne accetti la sfida.
Si può anche oggi certamente usare la parola cuore o la parola anima nell’accezione romantica, ma oggi che conosciamo la natura fondamentalmente biologica della mente ed il cuore è ridotto a “organo-oggetto di trapianto” (si pensi alle anticipazioni concettuali di Artaud e poi Deluze, e l’idea di CSO corpo senz’organi) non possiamo ignorare anche i nuovi significati che l’area semantica riferita a queste due macrocategorie inizia avere nella mente delle persone e nella società.
Forse un’idea di dialogo della vecchia letteratura con quella nuova o nascente, potrebbe essere simile a quella tra due amanti che si rincontrano dopo anni, in tarda età.
- Ti ho sempre amato. Tu sei da sempre nel mio cuore!
- Ma non mi hai appena detto di aver avuto un trapianto?

Emblematicamente il controllo e la volontà sul corpo, sui suoi istinti, sulla sua capacità di sottrarsi alla volontà, segnerà il passaggio dallo stato cosciente o di coscienza allo stato indotto sul corpo. Ad esempio l’idea della crapula, della “Grande Abbuffata”, l’idea rablesiana del divorare tutto, della fame pantagruelica, è oggi con i famosi interventi di by-pass intestinale, che permettono agli individui di mangiare ma di non assimilare, fisicamente bypassabile come esperienza fisica, ma a livello metaforico, comico-tragico, o esistenziale questo motivo non ha perso la sua valenza, il suo valore conoscitivo e inquietante, abbiamo però bisogno di una nuova lingua.

Scritto da:Admin

Origine - genesi sociale degli immaginari mediali - Direttore MICHELE INFANTE