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DEL N. 6-7
La scrittura
nomade di Goffredo Parise
Conversazione con
Silvio Perrella
di Salvatore
Ferlita
Autore di un fondamentale saggio su Calvino e curatore del Meridiano
Mondadori che riunisce le opere di Raffaele La Capria, Silvio Perrella è
riuscito davvero, come dice Garboli, ad “accendere e a spegnere le luci
della vita” capricciosa e imprevedibile dello scrittore vicentino,
Goffredo Parise nel suo Fino a Salgarèda. La scrittura nomade di Goffredo
Parise. Perrella non ha fatto altro che interrogare la vita di Parise,
tirandone fuori il senso di una plausibile ermeneutica e consegnandocene,
in questo saggio struggente, le chiavi. Un "saggio-romanzo" l'ha
definito La Capria, costruito su cinque capitoli, che corrispondono ai
luoghi della scrittura di Parise: Venezia, Milano, New York, Roma e Salgarèda,
anche se ci sarà sempre in Parise, come scrive Perrella, "uno
slittamento tra luoghi scritti e luoghi vissuti, una non
coincidenza". Luoghi che, secondo il critico, sono le vere
"chiavi" per entrare nell'universo di Parise, nell'officina di
questo "poeta dell'addio" segnato dalla stimmate della nascita
illegittima; luoghi intesi come tappe di un lungo viaggio che si concluderà
appunto a Salgarèda.
Ne abbiamo parlato con l’autore.
Dal libro viene
fuori il Parise nomade, irrequieto, desideroso di costruirsi una casa, ma
continuamente alla ricerca di un altro luogo. Il nomadismo, in pratica, e
di conseguenza la solitudine e l'estraneità, per lei diventano la chiave
di lettura per entrare nel mondo di Parise.
Sono stato in dubbio fino alla fine se usare come sottotitolo non La
scrittura nomade, ma Movimenti remoti, come suonava il titolo di una sua
opera che sembrava essere andata perduta e che
è invece riemersa dalle carte dell'Archivio Parise di Ponte di
Piave, un cui frammento ho letto al recente convegno romano. Esistono
molti modi di essere nomadi e quello di Parise potrebbe essere definito un
nomadismo stanziale. Muoversi nello spazio e nella geografia visibile del
mondo significa scuotere la psiche. Parise va nel lontano, ma ha spesso in
mente il punto di partenza. La sua vita espressiva, vista dalla distanza
del poi, ha un movimento circolare. Da Vicenza - dov'era nato nel 1929 -
torna, dopo varie tappe, nel Trevigiano, prima a Salgarèda e poi a Ponte
di Piave. E' un cerchio, ma non perfetto, piuttosto una spirale. Scrivendo
ho cercato di rappresentare questi movimenti remoti, facendoli diventare
la struttura stessa del libro.
Parise, lei dice, quando scriveva non dimenticava mai di possedere un
corpo. Un corpo con cui toccare il mondo, un corpo con cui sciare. Tanto
che, a un certo punto, la sua mente crea un nesso fortissimo tra i due
verbi, scrivere e sciare.
Amava la neve e amava sciare. Le sue frasi a volte sembrano sciare sulle
pagine. Sono frasi veloci e scattanti (soprattutto quelle dei Sillabari),
hanno movimenti che ricordano la repentinità di chi si lancia giù lungo
una dorsale innevata. Parise non ha mai voluto rinunciare all'avventurosità,
alla conoscenza come imprevedibile conseguenza di un gesto. Era il suo un
modo per ricordare che non contano solo i nostri pensieri, ma è
necessario porsi in ascolto del mondo esterno.
Per Parise, che
come Gadda ha letto Darwin, c'è un rapporto strettissimo tra la biologia
e la letteratura. Questo nesso è ampiamente sviluppato nel suo libro,
tanto da sospettare che sia anche e forse soprattutto il suo modo di
intendere i libri e la vita di chi li scrive.
Forse è così, non so. Non posso negare di avere un interesse per le
forme, siano esse letterarie o umane. Il Dna è, tra le scoperte
scientifiche del secolo scorso, quella che più possiede un certo valore
narrativo. Ognuno di noi abita in un racconto biologico, costituito dal
proprio corpo. E ogni corpo ha una sua forma diversa dalle altre; una
forma che s'intona spesso ai nostri pensieri e agli umori più segreti.
Estrapolare i racconti da noi stessi è il lavoro che fanno gli scrittori.
Leggendo le loro opere, a volte intuiamo per un attimo la forma del nostro
destino, e un attimo dopo, per fortuna, la dimentichiamo. E' un fulmine di
conoscenza.
Perché per Parise
era importante difendersi dall'accumulo libresco? È vero, secondo lei,
che tra lui e il mondo non c'erano libri? Può l'autore de Il prete bello
essere definito uno scrittore che nelle sue opere brucia, nega, il
post-moderno?
Parise ha intuito il postmoderno con Il padrone alla metà degli anni
Sessanta, e ancor prima viaggiando in America. Ma se ne è presto
allontanato, andando nella direzione opposta, quella di un recupero del
rapporto primario con il mondo. Ciò non significa che Parise non fosse
consapevole che riabilitare la naturalezza del vivere fosse difficile e a
volte impossibile. Ma ci ha provato, non solo cambiando la sua scrittura,
ma cambiando se stesso come uomo. E per cambiare se stesso si è difeso
dai libri, dall'accumulo cartaceo. Si spiega così il perché della sua
pulsione a buttare via le lettere ricevute, a disfarsi della carta in
sovrappiù. Per fortuna qualcosa è rimasto, ma per merito di chi riceveva
le sue lettere".
Pare di capire che il miglior Parise sia in quei libri in cui la sua
"rabbiosa forza fisica" si traduce in una "lingua
semplificata e ragionativa". È vero?
Non sempre. E' vero ne Il padrone e ne L'odore del sangue. Ma c'è anche
il Parise dell'abbandono e della conoscenza sensuale. In lui l'analisi
della ragione e la sintesi della percezione sono sempre fenomeni in
comunicazione. Dipende da come si mescolano e dalla loro mescolanza
nascono i diversi salti stilistici di Parise.
Parise è stato uno scrittore che ha imbarazzato i critici: quando vide
la luce L'odore del sangue, libro analitico come lei dice, che martirizza
la ragione, si parlò quasi esclusivamente del Sillabario. Forse che il
tema del romanzo, ossia la presenza di Priapo, la fascinazione del fallo
"nella sua nuda potenza", erano da censurare? Ma quasi nessuno
si era accorto che quel libro, come lei scrive, era "il testamento di
un uomo adulto che dice addio sia alla vita sia alla letteratura".
L'odore del sangue è un libro nato dalla necessità e dal dolore. Forse
neanche lo stesso Parise ne aveva un percezione precisa. Non gli è stato
dato il tempo di poterlo vedere fuori di sé come qualcosa di autonomo.
Quando lo lessi la prima volta, in dattiloscritto, non seppi cosa pensare.
Mi piacque e non mi piacque. Oggi mi affascina molto. E' come se il tempo
gli avesse donato dimensioni che solo i libri nati dalla necessità
possiedono. Sempre più spesso incontro persone che sono state segnate
dalla lettura de L'odore del sangue. Uno di questi è il regista Mario
Martone, che poi ne ha girato anche un film. Ma si tratta ancora di
lettori singoli, che non hanno creato un'attenzione comune e pubblica
intorno al libro, com'è invece avvenuto per Petrolio di Pasolini.
Ogniqualvolta
Parise scrive una voce dei Sillabari, pare di capire, rinomina il mondo,
come se fosse il primo uomo a farlo. Si può parlare di una innocenza di
Parise, di una sua purezza? Un'innocenza e una purezza che lo portavano ad
amare la montagna, la brina, la legna, gli uccelli.
Non lo so. Credo che Parise non credesse nella purezza. Essendo vittima di
malattie precoci, aspirava alla salute, questo sì. Sembra che quando ha
finalmente incontrato il vero padre, gli abbia chiesto soprattutto se
avesse malattie ereditarie. Ma una particolare forma di innocenza Parise
la possedeva, forse ha ragione lei. Era nel suo sguardo, che non aveva mai
dimenticato cosa prova un bambino quando scopre il mondo visibile. Parise
è stato un precoce adulto-bambino, e in questa dicotomia risiede, credo,
la radice della sua originalità.
Dietro a ogni
libro di Parise sta un preciso sentimento della vita che si trasforma in
esattissimo stile di scrittura. Quando, secondo lei, non avviene nelle sue
opere questa trasformazione, e perché?
Non avviene quando a prevalere è la ragione, quando Parise non si sente a
suo agio nello spazio della pagina e non sa come abitarla. A volte capita
in alcuni passaggi de Il prete bello, o nei racconti de Il crematorio di
Vienna. Fu lui stesso a imputarsi, in alcuni casi, un eccesso di
razionalismo, e dunque una mancanza di poesia. Al contrario, Parise è a
suo agio quando prova un sentimento preciso. Allora scrive quasi con
noncuranza, cercando di arrivare il più presto possibile alla fine. Tutto
procede veloce e prende un ritmo dispari, con improvvisi scarti. Mi
piacerebbe molto sapere come camminava Parise, che andatura aveva. C'è
una frase della Ginzburg che può fare intuire qualcosa di Parise,
scriveva la Ginzburg: aveva stampata la solitudine nel corpo,
nell'incedere del passo. Vorrei sapere come camminava perché credo a
quella "teoria dell'andatura" di cui parlava Balzac. E credo
anche che gli scrittori usino la punteggiatura non in senso grammaticale,
ma per dare alle frasi un'andatura, e che quest'andatura abbia qualche
rapporto misterioso e inspiegabile con il loro modo di camminare. Ma
essendo tutto così difficile da dimostrare, ho lasciato questi pensieri
fuori dal mio libro.
A suo avviso, come riusciva Parise a essere uno scrittore dei
sentimenti, uno scrittore vicino alle persone che hanno il cuore e che
vede il cuore palpitare, standosene lontano dal sentimentalismo?
Ci riusciva non dimenticando la ragione. Non si pensa solo con il
cervello, ma anche con il cuore. Raffaele La Capria ha detto che Parise
possedeva l'intelligenza del cuore. E' vero. E ne derivano molte cose non
solo letterarie. So quanto la parola cuore sia stata sottoposta ad usura
dai sentimentalisti, ma corro il rischio di pronunciarla lo stesso perché
non ne trovo un'altra. Certo, è sempre più raro trovare all'opera questo
tipo speciale di intelligenza. Negli ultimi anni mi è capitato
soprattutto con i due ultimi film di Almodovar, Tutto su mia madre e Parla
con lei. La scena in cui canta Caetano Veloso mi sembra l'emblema di ciò
che qui sono riuscito solo ad accennare.
La scrittura di
Parise, nei suoi libri migliori, sembra illuminata da quella luce
dell'alba che lui tanto amava. Dalla luce che solo la neve sa riflettere.
Da qui forse il mistero che investe le sue pagine, quella magia che le
attraversa?
C'è la luce
dell'alba di cui lei parla in alcuni Sillabari, ma c'è anche la luce
cruda e notturna de L'odore del sangue. Pochi scrittori hanno visto la
luce della fine come Parise; pochissimi hanno saputo dire addio come lui.
Parise, grazie al suo libro, sembra come rinato, avendo dismesso la
veste del pessimista atrabiliare e del misantropo irrecuperabile, e
svelando la sua vera natura di artista che scruta il reale senza
infingimenti. Anzi, lei dice che il suo esempio oggi può tornare più
utile anche di certe geniali intuizioni di Pasolini.
Sì, mi sembra così.
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