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LA STORTA
di Luciano De Crescenzo

Fortunata era alta un metro e dieci, massimo un metro e venti, e aveva le gambe a tal punto arcuate (a taralluccio diceva la gente) che gli scugnizzi di Santa Lucia, quando la incontravano, le lanciavano una palla di pezza giusto in mezzo ai piedi e gridavano goal ogniqualvolta la palla passava dall’altra parte. Tutti la chiamavano la Storta, anche perché quando camminava oscillava come un metronomo: tic tac tic tac tic tac. La poverina avrebbe potuto avere qualsiasi età: venti anni come cinquanta. Le rughe del viso le conferivano un aspetto da vecchia saggia, mentre gli occhi chiari, celesti, estremamente mobili, non potevano essere che quelli di una giovane. Il suo cognome, Dussich o Tusbich, suggeriva una origine slava e dava credito alle voci che la volevano fuggita da un baraccone di zingari dove, secondo i bene informati, si sarebbe esibita come “fenomeno vivente”.
Più che una strada Santa Lucia è un confine: divide le case dei ricchi da quelle dei poveri, i palazzoni del lungomare dalle casupole del Pallonetto, i negozi eleganti del marciapiede sinistro dalle bottegucce artigiane del marciapiede destro. 
La Storta abitava in un basso, un ex deposito di frutta, di proprietà di Armando Mezalengua, fruttivendolo del marciapiede dei poveri: brava persona, di animo gentile, religiosissimo. Mezalengua aveva una sola paura::: che si venisse a sapere in giro che lui era buono, ragione per cui chiese a Fortunatina di non rivelare a nessuno che non si faceva pagare per l’affitto. Il basso, essendo situato sotto una delle tante scalinate del Pallonetto, era poco più alto della sua inquilina e non aveva né servizi igienici, né energia elettrica: la cosa comunque non preoccupava la Storta più di tanto, anche perché, in caso di bisogno, c’era sempre Recchietella, il suo vicino di basso, più noto come ‘o Munnezzaro zuoppo, che le imprestava a seconda delle esigenze ora la toilette, ora il filo elettrico con la lampadina già accesa. Il mestiere di munnezzaro, da non confondersi con quello di scopatore, era all’epoca il livello più basso della Nettezza Urbana. Il munnezzaro prelevava l’immondizia direttamente nelle case dei cittadini, mentre lo scopatore si limitava a ramazzarla per strada. Il simbolo del munnezzaro era il sacco, quello dello scopatore la scopa. Inutilmente Recchietella aveva fatto presente che da ragazzo aveva avuto la poliomielite e che con quella gamba fasulla non sarebbe mai riuscito a salire e a scendere la scale con la necessaria rapidità. Gli fu risposto che la promozione la si poteva ottenere solo per anzianità e che lui era ancora troppo giovane.
Con il tempo li scambio di cortesie tra i due vicini di casa si andò intensificando: la Storta faceva trovare al Munnezzaro il suo basso sempre più in ordine, e Recchietella ricambiava lasciando per l’amica, di tanto in tanto, un “bronzo” o un “nikel” accanto al lumino della Madonna di Pompei. Finché un bel giorno Fortunatina sparì dal quartiere e nessuno la vide più in giro, né a chiedere l’elemosina fuori dalla parrocchia di Santa Lucia, né al borgo marinaro dove in genere caracollava, come uno scarabeo stercorario, tra barche a secco e pescatori, per farsi regalare qualche pesciolino di scarto.
Una sera Armando Mezalengua, passando accanto al basso di Fortunatina, percepì un lieve rumore, quasi un lamento. Bussò con forza e nessuno rispose. Chi stava rinchiuso nel basso della Storta? Un mendicante? Un cane? Un gatto? Un fantasma? Cominciarono ad arrivare i primi curiosi. Qualcuno accostò l’orecchio alla porta e, rivolto verso gli altri, disse: “Io sento un respiro, una specie di rantolo affannoso”. Allora Mezalengua, fattosi coraggio, forzò la porta del terranno e nel buio più fitto intravide Fortunatina sdraiata, al centro del locale, su un materasso di stracci e con una pancia enorme: era incinta!
Era accaduto l’incredibile: qualcuno aveva abusato della Storta! E non ci volle poi tanto a capire che poteva essere stato questo qualcuno. Il popolino di Santa Lucia “fece” subito i numeri: 11, ‘o Munnezzaro, 33 ‘a Storta e 56 la femmina incinta. Non ne uscì nemmeno uno, segno questo che la storia nascondeva altri significati.
“Ma perché non hai detto niente a nessuno?” le chiese subito Mezalengua. “Perché mi mettevo scorno per lui” rispose con candore la Storta. “Non volevo che si sapesse che aveva avuto il coraggio di fare l’amore con me.”
La paternità fece bene a Recchietella: nel giro di un paio di mesi fu promosso scopatore. Vederlo ramazzare su e giù per Santa Lucia era un vero piacere: la gamba rigida e la scopa procedevano all’unisono, ora divaricandosi a compasso, ora ritornando parallele, avendo come accompagnamento sonoro il ritmico alternarsi dei due struscii, quello dei rametti di saggina e quello della gamba fasulla. Nel frattempo tutta Santa Lucia si dava da fare per aiutare Fortunatina. Fu organizzata una riffa, con il ricavato della quale venne comprata una culla e un corredino per neonato.
Il bambino nacque sano e bello: aveva le gambe dritte e affusolate e gli occhi azzurri come la madre.
Scoppiò la guerra e Recchietella, che era iscritto al Partito Fascista, fu nominato caposquadra dell’UNPA, ovvero dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea, incarico di particolare responsabilità che consisteva nel far sì che tutti osservassero le leggi sull’oscuramento. Gli furono assegnati in dotazione un elmetto, una zappa, due sacchetti di sabbia, un estintore, una maschera antigas e un triciclo a motore. Finalmente ebbe modo di vendicarsi di tutte le umiliazioni che aveva patito da munnezzaro: quei portieri altezzosi che per anni gli avevano impedito l’uso dell’ascensore, con la scusa che il sacco “puzzava”, ora si vedevano multati alla minima infrazione. Una finestra delle scale lasciata aperta, un vetro non bene annerito, erano più che sufficienti per farli convocare in questura.
Anche Fortunatina era progredita nella scala sociale: ora non faceva più la mendicante sul sagrato della parrocchia di Santa Lucia, ma lavorava alle dipendenze di Tatonno ‘o Venticinque, così chiamato perché aveva cominciato la sua carriera di borsanerista vendendo cappetielli con venticinque chicchi di caffè. Fortunatina era addetta alle consegne. Essendo inimmaginabile che qualcuno avesse il coraggio di perquisirla, trasportava caffè, zucchero e olio a casa dei “signori”.
Tutto stava andando per il meglio quando una domenica d’agosto una tempesta di fuoco sconvolse la città di Napoli: una nave carica di esplosivi scoppiò nel porto, seminando ovunque morte e distruzione. Le ancore della nave furono trovate addirittura sulla collina del Vomero. Recchietella, proprio in quel momento, stava attraversando con la sua motoretta il Piazzale del Porto per andare alla prima comunione del figlio. Di lui non fu trovato più nulla, nemmeno la maschera antigas. Qualcuno andò in chiesa ad avvisare Fortunatina.
La Storta non disse nulla: prese il ragazzino e lo affidò al parroco, dopo di che si avviò piano paino, con la sua andatura sbilenca, verso il basso. Quelli che la seguirono raccontano che si chiuse la porta alle spalle e che, subito dopo, il basso si illuminò come se all’interno ci fossero stati cento lampadari da mille candele. Raggi di luce uscivano da ogni dove: dalla soglia e dalle fessure laterali dei portelli. Quando tutto tornò come prima la gente entrò nel basso e non ci trovò più nessuno: Fortunatina era sparita nel nulla.

Io sono nato in un quartiere così, un quartiere dove durante le notti d’estate, quando fa troppo caldo per dormire, le donne dei bassi raccontano storie come questa. Cominciano dicendo: “C’era una volta ‘na storta e ‘nu munnezzaro zuoppo, che si volevano tanto bene…” e finiscono con una frase che è più un desiderio che una convinzione “… e ora stanno tutti e due con gli angeli: sono alti e forti e corrono come ragazzini sui prati del Paradiso”

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