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HIROKO
di Daniela Raimondi

Lo trovava irritante, con quel suo accento spagnolo, il fare trasandato, quella mania di parlare da solo e di andare sempre in giro per casa a torso nudo. Bell’uomo, sicuramente, ma troppo latino, troppo disordinato e decisamente troppo eccentrico. 
Lo aveva sposato due mesi prima. Hiroko aveva messo un annuncio sul “Time Out” e la sera dopo si erano incontrati in un bistrôt di Angel: lei con una proposta di matrimonio; lui, José Luis, un po’ ansioso, sbarbato di fresco e con il grande pregio di un passaporto della Comunità Europea. 

Lui l’aveva trovata bella, indubbiamente bella. Esile, con due occhi obliqui e una bocca dal taglio perfetto che di tanto in tanto si mordicchiava, lasciando sul labbro inferiore l’impronta dei denti e un irresistibile velo di saliva. Irritante però, con un modo di fare un po’ troppo sicuro per i suoi gusti, e quei capelli neri e lisci che tormentava continuamente con le dita.
Ma le cinquemila sterline che lei gli stava offrendo avrebbero permesso a José Luis di mollare il lavoro per qualche mese e finire il romanzo. Avrebbe potuto dedicarsi interamente a scrivere: in fondo, che gli costava? Un matrimonio farsa. Dovevano solo convivere per un po’; poi, assicurata la permanenza di lei nel Regno Unito, avrebbero divorziato. Tutto qui. 

Tre settimane dopo erano il signore e la signora Mendoza. Lui aveva traslocato nell’appartamento di Hiroko, ma contrariamente alle sue previsioni la convivenza non si era rivelata difficile. 
Alla mattina bevevano il caffè insieme. La sera, di tanto in tanto uscivano per andare al cinema, oppure lui aspettava il ritorno di lei con una bottiglia di vino ghiacciata nel frigo. Chiacchieravano, cucinavano insieme gazpacho, spaghetti in scatola o strani piatti giapponesi, e se il romanzo procedeva bene festeggiavano andando a cena in qualche ristorante di Soho. 

Una sera, verso mezzanotte squillò il telefono. Hiroko ebbe paura che fossero quelli dell’Emigrazione, ma lo vide sorridere. José Luis iniziò a parlare con una voce bassa, melodiosa. A volte stava in silenzio per lunghi momenti, oppure sussurrava qualcosa di incomprensibile, ma incredibilmente dolce. 
Quando la telefonata ebbe termine, si vestì con insolita cura e la salutò. 
Quella notte non tornò a casa. 
Lei ne fu infastidita, come per una sorta d’inspiegabile stizza. 
Andò a dormire di malumore. 
Per lunghe ore, si rigirò nel letto. 
Si addormentò che era quasi l’alba. 
Passò una domenica d’inferno. 
Uscì per passeggiare nel parco. 
Andò a vedere un film stupidissimo. 
Fece la via del ritorno, correndo. 
Correndo. 
Correndo. 
Trafelata, salì le scale pregando che lui fosse lì, ad aspettarla. 

Seduto sul divano, davanti alla televisione, lui la salutò col sorriso sulle labbra.
Cercando di non far trapelare l’emozione, lei chiese se avesse voglia di mangiare qualcosa. 
Ma lui rispose: “No, esco.” 
“Di nuovo?”
“Scusa?” José Luis sembrava sinceramente stupito della domanda.
“Credi di essere in un albergo?” domandò lei.
“Ma che stai dicendo?” 
“Dico che tratti casa mia come un albergo, e questo non mi piace per niente.”
Si sentì preso in contropiede, ma seppe reagire con tempismo. Col suo solito modo ironico di fare, le fece notare che non pensava di aver sottoscritto, insieme al contratto matrimoniale, anche un vincolo di castità. 
“Non fare lo spiritoso” insisté lei. “Non sarebbe la prima volta che quelli della Home Office piombano in casa senza preavviso. Mi dici che gli invento? Che mio marito è andato con una, ma non so bene chi?” 

José Luis diede un pugno sul bracciolo del divano: “Sentimi bene: fammi il favore di non usare mai più quel tono, per favore. Casa tua o casa mia ci siamo dentro fino al collo, tutti e due. Quindi vediamo di evitare queste scenate da donnetta isterica. Sono stato chiaro?” 
Poi si alzò, diretto in camera sua, senza una parola di più.

Fu in quel momento che lei sentí nascere il desiderio. 
Rimase immobile. Vulnerabile. Respirò il suo odore nell’aria, attaccato al tavolo, alla sedia, alla tazza di caffè che lei accarezzò piano, passò lentamente sul viso, sfiorò con le labbra. 

Da quella sera, quasi non si parlarono.
Troppo offeso lui per cercare una tregua.
Troppo orgogliosa lei per abbassarsi e chiedergli scusa.
Ma ogni volta che José Luis usciva Hiroko si sentiva morire dentro.
Lo desiderava. Lo desiderava al punto da fare sciocchezze da adolescente. 
Rimasta sola, entrava nella sua stanza, si guardava intorno, sfiorava i suoi vestiti, leggeva le bozze del romanzo di lui; poi si spogliava e scivolava tra le sue lenzuola. 

Una mattina di agosto sua madre la chiamò dal Giappone, per dirle che sarebbe venuta a trovarla. Hiroko ebbe un tremito. Quella visita significava solo una cosa: José Luis avrebbe dovuto passare la notte con lei, nella sua stanza. Non c’erano alternative. Mai e poi mai avrebbe ammesso con i suoi genitori che si era sposata per avere un permesso di soggiorno nel Regno Unito. 
Per dirglielo attese, con l’angoscia addosso, un momento in cui si trovavano entrambi in cucina. Temeva che le avrebbe fatto un’altra scenata.
Lui non si arrabbiò. 
Non alzò la voce.
Passò del tempo, prima che rispondesse.
Poi disse, semplicemente: “D’accordo.”

La prima notte José Luis si presentò sulla porta con un pigiama che lo copriva dal collo in giù e aveva ancora l’odore del cellophane. L’aveva abbottonato completamente, cosa dannatamente spiacevole per uno che dormiva solitamente nudo. 
La temperatura, nella stanza, era sopra i trenta gradi e non avevano mai pensato ad acquistare un condizionatore.
Si rifugiarono ognuno nel proprio angolo, ai bordi opposti del letto. Erano sudati, nervosi, attenti a non girarsi troppo spesso. Passarono una notte insonne, consapevoli del respiro dell’altro, del desiderio increspato sulla pelle che li tenne svegli fino all’alba, come una febbre leggera. 
La seconda notte Hiroko era così stanca che lesse sí e no tre righe di un libro, poi si addormentò di colpo. José Luis si spogliò e si coricò sul letto. La fissò in silenzio, avvicinando il suo viso fino a pochi centimetri da quello di lei. Poi prese il libro che Hiroko aveva abbandonato sul letto quando si era addormentata.
Lo stava sfogliando rapidamente, quando gli cadde lo sguardo su una frase sottolineata a matita: 

"...Questa notte ero con quell'uomo. Sono andata con lui nella camera sopra il bar. Gli ho chiesto di fare con me come avremmo fatto se la morte non avesse pervaso il nostro spirito. Ho chiesto a quell'uomo di lasciarmi dormire vicino a lui per un po’. Gli ho chiesto di fare certe cose su di me, ma di cominciare a farle solo durante il mio sonno, e appena appena. Gli ho detto anche di non preoccuparsi di sapere se, nonostante l'attenzione che metteva, mi fossi svegliata. Perché in quel caso la privazione sarebbe stata molto lenta a dichiararsi, come un'interminabile e meravigliosa agonia..." * 

Rimase in silenzio. Il libro tra le mani. In silenzio. 

Si addormentò pensando a lei. 
Si risvegliò pensando a lei. 

Nel sonno, Hiroko si era appoggiata contro la sua schiena. José Luis sentiva l’alito tiepido sulla spalla, il respiro regolare di lei, la piccola nuvola di vapore catturata fra le labbra e la sua pelle. 
Si girò piano. 
La fissò per un lungo momento. 
Passò una mano sulla sottoveste di seta. 

Cominciò sfiorandole il braccio, il seno, e poi giù, verso la vita di lei, a scivolare con dita leggere sulla seta, a raggiungere la curva dei fianchi; senza quasi contatto, senza rumore. Proseguì lungo la gamba, verso l’interno delle cosce dove la pelle è più sottile; e poi su, lentamente, a ripercorrere quel corpo di pesca e di tepore. 
La attirò a sé. Lei emise un piccolo sussulto ma restò inerte, con gli occhi chiusi, mentre sentiva tutto il corpo di lui contro il proprio; il braccio di José Luis che le passava dietro la testa, la mano di lui che le strofinava piano dietro l’orecchio, le accarezzava il collo, intrecciava le dita fra i capelli. 
L’accarezzò, per un tempo interminabile e senza nessuna fretta, senza fare altro, fino a che la sentì vibrare fra le dita in ogni sua fibra, in ogni sua terminazione nervosa. 
Solo allora iniziò a baciarla. 
Prima le palpebre chiuse, poi passò le labbra e la lingua sul viso, sul collo. Afferrò con la bocca la spallina della sottoveste. Sollevò piano la testa fino a che vide ondeggiare il seno. Tirò la sottile striscia di tessuto, tenendola fra i denti, fino a inumidirla con le labbra . Un filo di saliva scese sulla spalla nuda. E allora le baciò il seno attraverso la sottoveste, a lungo, mordicchiando il capezzolo eretto. 
Continuò fino a che giunsero in una zona oscura e soffice, ora inquieta ora infinitamente lieve, dove fluttuarono senza più limiti fra l’io e l’altro.
Sensi e respiro. E poi nulla.

Hiroko si svegliò che era già passato mezzogiorno. La luce del sole entrava nella stanza e cadeva sulle pieghe del lenzuolo. Lei sorrise e allungò il braccio.
Trovò il letto vuoto. Si alzò di scatto presa da un affanno inspiegabile, nero e freddo come un pozzo senz’acqua. 
Corse nel soggiorno, nella cucina, nel bagno: sua madre era uscita; nessuna traccia di José. 
Tornò in cucina respirando a fatica, senza capire, senza quasi più vivere. 
Vicino alla macchina del caffè trovò una busta con sopra il suo nome. 
L’aprì tremando. 
Conteneva un assegno di cinquemila sterline mai incassato, e una frase: 

“Chiamami se quelli della Home Office ti facessero storie. Sai dove trovarmi. Mi manchi.” 


* Occhi Blu Capelli Neri - Marguerite Duras.


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