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MEGLIO RICONOSCERSI IN GUERRA CHE CREDERSI IN PACE
di Alberto Abruzzese

NELLA LINGUA FRANCESE LA STESSA PAROLA DEFINISCE TANTO IL SOGGETTO DELLA SCRITTURA, DELLA NARRAZIONE E DELLA GUERRA QUANTO IL SUDDITO, TANTO CHI DOMINA QUANTO CHI E’ DOMINATO. DUNQUE IL SOGGETTO PUO’ ESSERE TOCCATO DA COLORO A CUI TOCCA ESSERE DOMINATI: MA ANCHE IL SUDDITO PUO’ TOCCARE IL FONDO DEL SOGGETTO A PATTO DI NON SERVIRSI DELLE SUE STESSE ARMI.

Vorrei fare funzionare questa mia nota sulle guerre del presente anche per il senso che la vostra rivista assume in tempi non di scrittura ma di non-scrittura come quelli che stiamo vivendo. Meglio riconoscersi analfabeti che credersi scrittori.

La guerra vista in TV ha fatto fuori tutte le dubbie interpretazioni e deontologie che si lamentano di un Potere che non “fa vedere” le sue guerre, non mostra le ferite e i cadaveri dei suoi amici e più ancora dei suoi nemici, non mette in scena la tragedia delle “nude vite”, “vite senza armi”, che ne sono devastate. Questa guerra la abbiamo vista tutti. Giorno dopo giorno. Per quanto dirlo possa risultare paradossale, si è “avuto il coraggio” di farla vedere ad una opinione pubblica di spettatori che, cittadini dei consumi e del benessere, non amano le guerre (e non sono, dunque, solo i “tanti-ma non abbastanza” che, in ogni piazza del mondo, hanno manifestato per la pace). Sapevamo che i luoghi di guerra permanente o periodica sono nel nostro pianeta innumerevoli, innumerevoli gli esseri umani che muoiono per arma da fuoco o per fame. Tutto ciò accadeva nella “distrazione” dunque nel “divertimento” dei media globali e nazionali verso le attrattive della pace. Ma ora siamo posti di fronte ad una nuova sintesi tra verità e censura. L’immagine del crollo delle Due Torri è bastata a legittimare  la formula di guerre che “debbono essere viste”, in quanto guerre che per loro vocazione – voce dello spirito di sopravvivenza e autoconservazione dei sistemi moderni – hanno la necessità di legittimare non la pace che promettono ma la morte che producono. Sono guerre “ostentative” e “dimostrative”. Guerre da affidare a media “attenti alla sostanza” e non “distratti dal benessere”. Debbono abituarci alla loro natura di progetto post-moderno: non salvano o distruggono nazioni e popoli ma controllano il mondo, scelgono le zone di guerra a cui dare un senso per legittimare questa necessità di controllo al di là delle nazioni e delle moltitudini.

È finito il tempo della pace. Esso non c’è mai stato (per un autentico pacifista un solo motivo di morte e un solo morto dovrebbero essere inammissibili), ma la lezione televisiva di questi giorni vuole educarci ad ammetterlo e abituarci a questa brutale ammissione. Ci insegna che ogni scelta e ogni progetto sociale appartengono a regimi di guerra e non di pace. Ci dice che non siamo “uomini di pace” che tentano di costruire una loro posizione critica nei confronti della guerra, ma semmai “uomini di guerra” che tentano di costruire una loro posizione nei confronti della pace. Lo spirito progressista della civilizzatori moderni sembra ora convinto che il tempo della globalizzazione non possa tenere separato l’abitare dalla sua distruzione. Ha dato inizio alla grande messa in scena planetaria di una “civiltà” che ha ripreso in mano l’uso illusivo della guerra invece che quello della pace, le insegne della giusta causa piuttosto che del giusto vivere. Una guerra e una milizia che agiscono nei modi non più dell’intervento chirurgico (questa parola della medicina occidentale è scomparsa dal vocabolario dei belligeranti ed è stata interamente messa a carico dei terroristi) ma di quello omeopatico: terapie sociali (la guerra è sempre modello avanzato di nuove pratiche sociali) che usano il veleno per abituare al veleno, per imparare a sopportarlo. Non a eliminarlo: avvelenati in vita. Terapie che promettono guarigioni ma dopo somministrazioni di lungo periodo. Tanto lungo da far dimenticare il tempo della guarigione e il male da cui si desiderava essere liberati.

Non può meravigliarci che il sapere custodito dalle culture nazionali e dalle diplomazie internazionali – tutto fondato su criteri di separazione tra tempo di guerra e tempo di pace, di controllo e distribuzione concordata tra le loro diverse spaziature e motivazioni – risulti muto almeno quanto la viva voce di chi, pur abitandolo, manifesta il proprio dissenso dal mondo-guerra. Nello spirito delle nazioni e dei popoli si agita la credenza collettiva di essere arrivati al punto culminante della civiltà (quello in cui l’essere umano non può che essere in pace). Al contrario, nella logica dell’impero si apre l’idea di assoggettare tutti i mondi che la civiltà non ha ancora ridotto alle proprie norme e dunque si afferma la decisione di avviare la “vera” civiltà (quella in cui l’essere umano non può che essere in guerra). Tutto ciò è terribile, ma tuttavia dovremmo avere almeno l’onestà di sostenerne lo sguardo e capirne sino in fondo il diabolico meccanismo. Per non autocensurarci: né restando in silenzio, né facendo coro con gli “innocenti”. Cominciando a ripensare il mondo dalle periferie dell’impotenza.

Ed ecco il senso falsamente innocente che la vostra rivista rischia di assumere. Invece di porvi in essere, in di-venire, come scrittori, interessati a occupare le culle, le bare e le lapidi dei vostri padri, testimoni e controllori della tradizione scritta, perpetuando la tradizione che vincola al proprio contratto sociale i lettori e i non-lettori, la sfida che oggi andrebbe tentata è quella di farsi disinteressati alla continuità del tempo e di non illudersi nelle seduzioni degli alfabetizzati. Se un esercizio di scrittura va compiuto – e nella vostra rivista ve ne è qualche traccia, pur involontaria – è quello di sceneggiare piattaforme espressive che appartengano all’impotenza dei sudditi piuttosto che alle forme della letteratura, all’abitare piuttosto che al Sovrano (anche nel suo travestimento di “re nudo” o “dio morto”), ai linguaggi del vostro corpo “così come è” piuttosto che al sapere di “ciò che dovrebbe essere”. Questo è un mondo di processi, flussi e zone, non di opere, pubblici e forme. Fate marketing dell’impotenza, della sua capacità di eccedere oltre la pagina scritta e oltre il libro, oltre le parole dette come parole. Se volete scrivere per scrivere sappiate farlo come fosse un vizio. Date ai vostri testi il senso della loro inutilità. E, da questa unica nuova frontiera di una scrittura fatta solo per scrittori-lettori e lettori-scrittori, ricavate altro. L’altro che siete e non quello che vorreste essere. L’altro che rischiate di inibire per una banale – sociologica – “svista” culturale.

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