<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Rivista Origine</title>
	<atom:link href="http://www.rivistaorigine.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.rivistaorigine.it</link>
	<description>diretta da Michele Infante</description>
	<lastBuildDate>Tue, 22 Nov 2011 17:20:07 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.1.1</generator>
		<item>
		<title>EMMA di Monica Mazzitelli</title>
		<link>http://www.rivistaorigine.it/racconti/emma-di-monica-mazzitelli/</link>
		<comments>http://www.rivistaorigine.it/racconti/emma-di-monica-mazzitelli/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 14:29:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rivista Origine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistaorigine.it/?p=1435</guid>
		<description><![CDATA[Inverni lunghi, freddi, umidità appesa a filari di pioppi che finiscono solo perché finisce anche l’orizzonte. La casa-cascina perduta in tutto questo silenzio, tra Imola e Lugo. Costruita da Giuseppe, il padre siciliano, terza elementare, uomo di tre parole al massimo, diventate due dopo l’incidente a Franco, il secondo figlio. Complicazioni al parto, anca rovinata&#160;<a href="http://www.rivistaorigine.it/racconti/emma-di-monica-mazzitelli/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Inverni lunghi, freddi, umidità appesa a filari di pioppi che finiscono solo perché finisce anche l’orizzonte. La casa-cascina perduta in tutto questo silenzio, tra Imola e Lugo. Costruita da Giuseppe, il padre siciliano, terza elementare, uomo di tre parole al massimo, diventate due dopo l’incidente a Franco, il secondo figlio. Complicazioni al parto, anca rovinata e stampelle a vita, una stanza della casa trasformata in un’inutile palestra.<br />
Quando suo padre muore, con la schiena strapazzata su un ettaro di terra vigliacco, Giuseppe vende casa e terreni e dalla Sicilia sale nell’imolese a cercare sopravvivenza più che fortuna, imparando a fare il muratore, con il sogno di ricomprare un po’ di terra e riscattare il padre e la sua schiena dall’alto di un trattore.<br />
A Imola tramite un compare trova Renza, contadina minuta e timida, occhi acquosi facili al pianto. Anche lei a disagio al sabato in balera, più contenta tra galline e conigli. Stanza in affitto, poi 33 metri quadri tutti per loro: c’é Emma in arrivo. Dopo qualche anno di risparmi, finalmente un pezzo di terra, un trattore, e anche la licenza per costruire la casa, quella vera, che con qualche prestito per il materiale piano piano viene sù, il mattone della domenica su quello del sabato, e l’estate anche quello del lunedì fino al venerdì. Unica eccezione, i giorni dei gran premi di Formula Uno, con un amore autentico e viscerale per la Ferrari. Lacrime vere per giorni dopo la morte di Villeneuve, come se fosse stato un caro amico di famiglia. La Renza fa notte a cucire un drappo nero sulla bandiera del cavallino, che alla successiva vittoria di Maranello viene sostituita con una bandiera nuova, mentre quella a lutto la fanno incorniciare a giorno e la mettono all’ingresso, con dentro una piccola foto in primo piano di Gilles.<br />
Intanto Emma cresce e va a scuola, con i suoi occhi blu normanni, non brilla ma va bene, fa sempre i compiti ed è molto ordinata, una della quale non c’è mai bisogno di preoccuparsi. Le insegnanti se la dimenticano, così come le sue compagne, a parte la Piera, con cui divide il banco dalle elementari al quinto ragioneria. Migliaia di chilometri su autobus blu di linea per campagne tutte uguali, orari mandati a memoria, ore a fissare di fuori, poco da raccontare anche a Piera, solo frasi dette e ridette, risatine stiracchiate, autisti a cui danno del tu.<br />
Il sabato pomeriggio sullo struscio a Imola, fino a 15 anni solo a guardare e a ridacchiare, dopo invece a andare con qualche ragazzo al cinema pomeridiano, e più tardi in discoteca. Nessun vero amore, solo baci e toccatine, lingue salate di popcorn o dolci di liquirizia, profumi dozzinali spruzzati per nascondere un odore di campagna di cui si vergogna, e che in realtà non c’è.<br />
È gustosa la Emma, piccolina e rotondetta, due belle tette grandi che cerca di nascondere, ma è impossibile su un corpo di solo un metro e 50. Piacerebbe, perché ha il tipico corpo da porca che i suoi coetanei arrapati cercano per fare pratica sessuale, ma chissà perché fa un po’ pena, con i suoi vestiti di maglina acrilica comprati alla bancarella del mercato del paese, le scarpe col tacco da signora sempre con due anni di ritardo sulla moda, rossetti troppo vistosi per quella bella bocca da baci. Un suo compagno di classe le ha scritto un bigliettino che quando si tira una sega pensa sempre a lei che glielo suga. Emma non ha fatto una piega, ha fatto finta di farsi una risatina e l’ha buttato nel cestino. Non gliene importa molto, fa più per fare, per essere come tutti, per avere qualcosa da dire alla Piera, sull’autobus la mattina.<br />
Domeniche a casa, ad aiutare la mamma con Franco, il fratellino zoppo, a cui vuole un bene dell’anima. Si illude che migliorerà, hanno sentito parlare di un’operazione in Svizzera. Intanto anche lei tifa Ferrari, con il padre e il fratello. Comprano almeno una rivista a settimana, anche in pieno inverno, quando non ci sono neanche i test. A tavola si parla solo di Ferrari e, se proprio mancano gli argomenti, di automobilismo in generale. È un’esperta la Emma, ricorda tutto: date, nomi, cognomi e soprannomi, riconosce i piloti dal casco fino alla formula tre. Non capisce tanto di motori, a lei interessano le persone. Gli amici maschi non parlano troppo volentieri di Formula Uno con lei, si sentono meno virili per il fatto che lei che è donna ne sa più di loro, e alla fine Emma ne parla soprattutto con gli attempati frequentatori del Bar Sport, dove va a prendere il latte, aspettando che il Gianni le dica “Vieni mo qua Emma che mi spieghi come mai…”<br />
Ma la sua vera dimensione di F1 la vive al GP di Imola: da quando c’è, l’evento a casa Izzone viene vissuto come una festa religiosa. Se ne parla da tre mesi prima a un paio di mesi dopo, e la vita di tutti i giorni gira su questo futuro o passato avvenimento. Da un pezzo Emma lavora all’autodromo nei giorni del gran premio. Figurarsi che la pagano anche, lei che pagherebbe per essere lì! Ha iniziato al controllo pass dell’ingresso Est, da dove passano anche tutti i piloti e i team managers. Chissà perché ma si ricordano il suo sorriso un po’ triste, e le ricambiano i saluti. Dopo un po’, iniziano a salutarla loro per primi. Fa tenerezza, fa simpatia, così tranquilla e serafica nel suo involontario e inadatto corpo da porca, esercita un’attrazione un po’ magnetica con le sue gran tette, gli occhi celesti e le labbra carnose. Su tutti, anche sull’organizzatore, che la conferma di anno in anno, fino a farla lavorare al controllo interno per l’accesso alla sala stampa e alle terrazze VIP, dove c’è il passaggio migliore. Piloti e Managers delle squadre ormai la riconoscono, e lei chiede &#8211; e ottiene &#8211; sempre qualcosa: autografi, adesivi, spille, fiammiferi, portacenere e anche qualche maglietta.<br />
Ma il suo grande amore è Arnoux. Anche lui sempre gentile. Le piace tanto così bassetto, come lei, col suo accento francese. Da meccanico a pilota, si è fatto da solo, da zero, come il suo babbo. Fa da tantissimo tempo elaborate fantasie d’amore con lui, della loro prima volta, di giri in macchina (guidando piano però, che Emma in macchina ha paura, e infatti non ha la patente) e passeggiate mano nella mano sul lungomare di Montecarlo, a scegliere lo yacht che lui le avrebbe regalato per il fidanzamento, celebrato dopo l’operazione felicemente portata a termine all’anca di Franco. È stato tanto carino l’anno prima, quando l’ha vista le ha addirittura chiesto “Come stai?”. Capito? Proprio a lei, di persona.<br />
Emma è ancora vergine, e in un certo senso è un po’ imbarazzata ad esserlo, ma ha deciso che non riesce a immaginarsi di fare l’amore con nessuno dei ragazzotti un po’ grezzi che ci sono in giro, vuole qualcosa di meglio, vuole il sentimento e anche un po’ di romanticismo. Ha deciso che lo farà con Lui, che lo farà innamorare, in occasione del prossimo GP. Deve essere René il Primo, un francese, che sedurrà e da cui si lascerà sedurre con tutto lo sdilinquire delle sue erre mosce. È un anno che l’ha deciso, dopo quel “come stai”, ed ora lo attende con ansia al controllo pass, con tutta l’aspettativa di un anno di fantasie. Eccolo che arriva, con la tuta già addosso. L’ha vista, sì, l’ha vista, ma non l’ha neanche guardata negli occhi, ha solo alzato di fretta una mano, col viso buio e le spalle girate. Emma conosce i suoi motivi di malumore, li ha seguiti tutti sulla stampa, ma la delusione è grossissima, come se lui l’avesse insultata o presa in giro. Si sente arrossire dall’imbarazzo con gli altri ragazzi del controllo, a cui aveva raccontato di quel “come stai” aggiungendo molti particolari, anche inventati, ma non veramente inventati, solo aggiunti, perché la storia fosse appena un po’ più carina, perché ci fosse qualcosa di personale, qualcosa in più da dire sui quei 10 secondi di gloria dell’anno prima. Le bruciano gli occhi, cerca di fare un sorriso convincente, come se non gliene fregasse niente, e dice qualcosa sulle previsione del tempo per la domenica.<br />
Per quel giorno non lo rivede più, e dall’energia di desiderio accumulato per quell’uomo in tutti quei mesi di fantasie anche erotiche le è venuta fuori una grossa carica di provocazione rabbiosa, e dalla vergogna con i colleghi una grande spavalderia. Si mette a fare la civetta un po’ con tutti, e quando alla fine della giornata di prove passa un altro pilota francese, L., le scappa detto al collega “Questo si che è un bel figo, non quel nanetto di Arnoux”. Allora il ragazzo trattiene il pilota per la manica e gli dice “Visto che belle tette? Facci sopra un autografo!” Ridono tutti, anche Emma, sempre spavalda, e si avvicina al pilota con fare invitante e la penna. Mentre scrive l’autografo, lui le tiene il seno da sotto con la mano aperta, e nel suo italiano da Clouseau le dice “questò bello tavolò per escrivere”. Lei sorride cercando di farsi vedere navigata, e magari un po’ indifferente .<br />
La mattina dopo, Arnoux passa di corsa senza neanche guardarla, e lei si gira dall’altra parte facendo finta di non averlo visto. Ieri è stata la prima sera in cui a letto non ha potuto fare le sue belle fantasie, il giocattolo le si è rotto in mano.<br />
L. invece le fa un bel sorriso, passandole due volte molto vicino. La seconda, lei ha la chiara sensazione che abbia fatto un movimento con la mano apposta per sfiorarle di nuovo il seno. Qualsiasi cosa per non sentirsi come il giorno prima con Arnoux. A fine giornata, quando ormai non c’è rimasto quasi più nessuno in giro, anche Emma inizia a prepararsi al ritorno a casa. Si toglie la casacca bianca e rosa dei controllori, e resta con il suo vestito di maglina bordeaux. Ha avuto tanto caldo con quel vestito quasi invernale addosso, ma è il vestito che le sta meglio, quello che le toglie di più la pancia. È ancora delusa dal suo René ma è il GP di Imola, e non si può essere tristi dopo averlo atteso tutto l’anno. Si avvia verso l’autobus di casa, con i piedi stanchi su quei dannati trampoli, con la suola troppo sottile per quel ghiaino maledetto. Appena passato l’ultimo cancello sente un colpo di clacson alle spalle. Si scansa, credendo di aver intralciato qualcuno, ma non passa nessuno e il clacson suona ancora. Si gira e in macchina c’è L. da solo, le offre un passaggio a casa. Emma si mette a ridere “Se mi accompagni finisce che ti perdi”. “Bien, allora vieni a bere un aperitivo con me!”.<br />
Troppa fortuna, davvero non se l’aspettava, ma come è possibile che le stia succedendo davvero? Accetta e mentre lui si allunga ad aprirle la portiera, senza scendere dalla macchina, lei si raddrizza un po’ il vestito, mentre la bocca le si secca improvvisamente dall’emozione. Una volta seduta, non ha quasi coraggio di guardarlo in faccia, ma accetta subito di andare al suo Hotel per bere qualcosa. Chissà cosa, visto che Emma è astemia. Lui prende un bitter e lei lo stesso. È un po’ alcolico, se ne accorge subito, ma è tardi per cambiare e lo beve piuttosto in fretta, anche perché non sa cosa dire. Lui parla dell’Italia e delle belle donne italiane, non snob come le francesi, e racconta di una vacanza che ha fatto a Porto Cervo, lasciando intendere di grandi prestazioni. Lei non sa che dire, fa solo finta di essere stata anche lei in Sardegna, ma i suoi collant neri troppo opachi non le reggono il gioco, e si sono raggrumati sul tallone dove batte la scarpa. Nasconde il piede dietro la poltrona, apre ma poi richiude la sua borsa, mentre sull’appiglio Francia-Italia inizia a millantare amicizia con Ducarouge, il “Duca” (che le ha solo regalato due belle magliette per disfarsene), tanto per dire qualcosa, ma la conversazione non decolla, ed è quasi sollevata quando lui guarda l’orologio. “Si è fatto tardi” dice lei prima che lo possa dire lui, ma invece lui la guarda e le fa “Non vuoi salire un attimo?”.<br />
Non sa bene che fare. È un po’ stordita, niente a che vedere con il poco alcol del bitter. Vorrebbe pensare ma le pulsa troppo il cervello. In qualcuna delle sue fantasie con Renè c’era un pezzo in cui lui la invitava a bere qualcosa in albergo, ma non ricorda più le sue battute, solo che lei era sicura di sé ed aveva un vestito nero molto elegante.<br />
D’altronde pare che L. non sia molto interessato alla conversazione, le fa solo un sorriso e mentre si chiudono le porte dell’ascensore le sfiora con l’indice il sedere. Nella stanza, lei gli dice che ha bisogno del bagno, e solo quando si guarda allo specchio capisce che è impaurita. La mano che reggeva la tracolla della sua borsetta simil-pelle ha i segni delle sue unghie sul palmo. Però è decisa. Si farà. Si annusa le ascelle ma non puzzano, e non ha resti della piadina del pranzo tra i denti. Si vergogna quasi un po’ delle mutandine troppo sexy che aveva messo la mattina, pensando cosa?, si chiede adesso, quasi che fossero inadatte a una vergine. Si sente improvvisamente un’impostora, esce piano da bagno e lui si è gia messo a suo agio sul letto, con indosso solo gli slip. Lei arrossisce, grata alla penombra della stanza. Le fa cenno di avvicinarsi. Lei si siede bordo al letto. Lui si fa una risatina e si tira su, mettendole la lingua in un orecchio. La lingua nell’orecchio le è sempre piaciuta. Anche Arnoux gliela mette sempre. È un buon inizio, cerca di rassicurasi ma le trema un ginocchio. Inizia a spogliarla, lei capisce che è il caso di fare qualche gemito. Lui apprezza. La bocca continua a essere secca, e quando lui finalmente la bacia le sembra di stare ingoiando un polpo. È secca anche tra le cosce, troppo impegnata a pensare a come dirgli che è vergine. Non sa bene che fare, lui gioca coi suoi seni, delicato ma un po’ meccanico. Di nuovo l’orecchio, le scappa un altro gemito, questa volta quasi vero. È rimasta solo con quelle ridicole mutandine di pizzo nero. Lui inizia a passarci sopra l’indice, fa un’altra risatina molto francese, e poi gliele toglie con abbastanza decisione. Emma allarga meccanicamente le cosce e mentre lui le si fa sopra inizia dire “devo avvertirti che sono…”. Ma la parola “vergine” le si strozza in un urletto di dolore che spiega immediatamente anche a lui la situazione. Si tira indietro un po’ sorpreso, le chiede quanti anni ha e se ha voglia di farlo. “19” e “sì” gli sembrano risposte più che sufficienti, quindi continua con qualche precauzione in più. Lei non prova quasi più dolore, ma nessun piacere. Le gambe restano aperte, non è più neanche tesa, non gliene importa più quasi niente. Lui per fortuna é bene attento a non venirle dentro, poi salta quasi fuori dal letto, prende un po’ di carta per sé e poi le lancia il resto del rotolo. Un’occhiata all’orologio e poi le fa “Certo questi italiani non capiscono proprio rien de rien di ragazze, eh?”.<br />
Lei gli risponde con un debole sorriso e inizia a rivestirsi. Lui, sempre l’occhio all’orologio, le fa “Vuoi prendere una doccia”. “Sì, e me la porto a casa” pensa lei. “No grazie, vado a casa”. “Hai bisogno di un passaggio?”. “No grazie, stai pure tranquillo te”.<br />
In ascensore pensa “meno male che ho il vestito bordeaux, così se perdo altro sangue quando scendo dall’autobus magari non si vede. Quanto sarà durato tutto? Sono solo le 7, al massimo un’oretta. Faccio ancora in tempo con quello delle 19 e 26, e stasera pollo alla cacciatora”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistaorigine.it/racconti/emma-di-monica-mazzitelli/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>55 SECONDI di Luca Masali</title>
		<link>http://www.rivistaorigine.it/racconti/55-secondi/</link>
		<comments>http://www.rivistaorigine.it/racconti/55-secondi/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 14:24:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rivista Origine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistaorigine.it/?p=1427</guid>
		<description><![CDATA[È una bella giornata di primavera. Come sempre, del resto. Sono quasi sessant’anni che presto servizio qui. Ventiduemila mattine di primavera. In questi anni, per fortuna non c’è stato molto bisogno di me. Oggi però mi tocca. Non so chi stabilisca chi deve stare dietro il bancone, o come faccia a sapere che c’è bisogno&#160;<a href="http://www.rivistaorigine.it/racconti/55-secondi/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È una bella giornata di primavera. Come sempre, del resto. Sono quasi sessant’anni che presto servizio qui. Ventiduemila mattine di primavera. In questi anni, per fortuna non c’è stato molto bisogno di me. Oggi però mi tocca. Non so chi stabilisca chi deve stare dietro il bancone, o come faccia a sapere che c’è bisogno di qualcuno di noi. Ma sono molte le cose che non so.<br />
Cosa sono sessant’anni, in fondo?<br />
Un’occhiata all’orologio mi dice che sono le 16,40. È pomeriggio, quindi. Naturalmente questo non vuol dire nulla per me. Fuori dall’ampia vetrata leggermente fumé, il sole è sempre quello delle undici del mattino, l’aria è sempre fresca e frizzante, con un leggero odore di fiori e di mare. Mi piacerebbe vedere il mare. È la cosa che mi manca di più. Ma devo accontentarmi del leggero aroma di salsedine.<br />
Ogni tanto mi piace sognare ad occhi aperti, prendere una bicicletta e seguire il nastro d’asfalto della pista dell’aeroporto, finché non si perda in una spiaggia di sabbia. Mi piacerebbe togliermi le scarpe, camminare a piedi nudi coi granelli caldi tra le dita dei piedi. La pista è coperta da un leggero strato di rugiada, e si perde all’orizzonte verso est e verso ovest. Nessuno sa quanto sia lunga, naturalmente. Io sono convinto che sia infinita, ma naturalmente è una fantasticheria. Ai bordi della pista, sono allineati aeroplani di tutte le nazioni e di tutte le epoche. Lucidi nei colori allegri delle compagnie di bandiera, o opachi sotto le livree mimetiche delle aviazioni militari. A elica, a reazione, alianti, tutti insieme negli ampi piazzali di parcheggio. Pronti al volo, ma da che sono qui non ho mai visto partire un aeroplano. E neppure atterrare, se è per questo.<br />
Sono le 16,42. I passeggeri sono arrivati: li vedo dalla finestra dietro il bancone, sono un centinaio. Eccitati come chi sta partendo per le vacanze, con i carrelli pieni di valige. Aspettano. È il destino di chi viaggia in aereo, aspettare. Credono di aspettare un decollo, invece aspettano una risposta. Ecco, arrivano le hostess e gli steward. La sala d’aspetto non è vicinissima, ma riconosco i foulard dell’Air France. Una hostess per caso guarda nella mia direzione. È una ragazza giovane, fiera di un incarico prestigioso. I suoi occhi scuri incrociano i miei. Mi chiedo se loro mi possano vedere, come li vedo io. È quasi ora. Sciacquo i bicchieri, voglio che tutto sia perfetto. Fare il barista mi piace. Credo.<br />
Il bar è vuoto, i tavolini sono perfettamente allineati, senza un granello di polvere. Ecco, sono arrivati. Verso due martini, ma i due uomini non sembrano accorgersi di me. Sono piloti dell’Air France. Ecco perché è toccato a me accoglierli. Quello più vicino a me ha ricamato sulla manica i galloni del secondo pilota. È anziano, per non essere ancora comandante. Quasi mi avesse letto nel pensiero, si rivolge al primo pilota che lo accompagna.<br />
- Sai che avrei potuto avere un comando tutto mio da anni?<br />
L’altro sembra triste, non risponde neppure.<br />
- Ma io volevo volare così. Amavo quell’aereo… Puoi capirmi, vero? Non sono come te, sempre al centro dell’attenzione. &#8211; Prende una manciata di pistacchi dal piattino, e continua: &#8211; Io non sono il tipo da attraversare l’Atlantico in windsurf… ma amavo quell’aereo. Il più bell’uccello del mondo, lo chiamavamo. Ti ricordi?<br />
L’altro mormora qualcosa, a bassa voce. Il secondo mastica un pistacchio, con lo sguardo perso sulla pista infinita.<br />
- Quando qualcuno di noi lasciava la squadra, e prendeva il comando di un aereo normale, gli facevamo una festa di addio. Come uno che va in pensione. Capisci? Loro lasciavano la squadra per fare carriera, in fondo. Per diventare comandanti. Ma per noi era come se la loro storia fosse finita. Non avrebbero più attraversato l’Atlantico viaggiando al doppio della velocità del suono. Non avrebbero mai più visto dal finestrino la curvatura della terra. La curvatura, te la ricordi? Hai mai guardato fuori dal finestrino corazzato? Ti sei mai sentito un po’ astronauta anche tu?<br />
Il comandante sembra accorgersi solo ora del suo collega.<br />
- Saremmo atterrati a pieno carico. Ho dovuto farlo, capisci?<br />
- Tu hai fatto quello che ritenevi giusto.<br />
- Arrivare a New York con centocinque persone, e tutto quel carburante. Tu cosa avresti fatto?<br />
- Non è stato il reverse. Non è stata colpa tua.<br />
- Non volevo partire, lo sai. Lo sai, vero? Cinquantacinque secondi… Mio Dio, cinquantacinque secondi!<br />
- Andava tutto bene, i segnali erano verdi… ricordi? Mentre ti leggevo la check list, tu pensavi al reverse. Me ne sono accorto, sai? Quell’inversore che avevamo fatto montare, prendendolo da un altro Concorde. Ma ho notato che una parte di te prendeva nota di tutto quello che ti dicevo. Ti osservavo, eri preoccupato ma tutto andava bene, i computer dicevano che quel volo si poteva fare. Ricordo di aver anche scherzato, di averti detto che nessun Concorde era mai caduto, e non saremmo stati certo noi i primi.-<br />
- La check list, certo… E la hostess che è venuta a chiederci se volevamo il caffè. Una brunetta carina, non avevo mai volato con lei. Tu l’hai voluto forte, senza zucchero. Come se ti preparassi a un volo lungo, su un Jumbo. E invece non sono stati neanche cinquantacinque secondi.<br />
- Dal secondo uno al secondo dieci la macchina rispondeva come un orologio. Ho appoggiato la mia mano sulla tua, mentre spingevi le manette in avanti. Come vuole il regolamento, certo… Perché tu non ti sbagliassi, perché non mi sbagliassi io. Da manuale. Ma volevo anche dirti non preoccuparti, va tutto bene. Il reverse non ci tradirà, vedrai che quando arriveremo in America freneremo in un fazzoletto. Come sempre.<br />
- Nei primi secondi la pedaliera era molle, il timone non aveva autorità. Eravamo un autobus, sai? Un grosso autobus con le ali.<br />
- Il timone non ha mai autorità, prima del secondo dieci.<br />
- E quando tu hai annunciato ad alta voce la V1, la velocità di non ritorno, eravamo un autobus che corre a trecento all’ora. Troppi per un autobus. È stato allora che la torre ci ha chiamato.<br />
- Li sento ancora nelle cuffie… “Concorde, avete fiamme! Fermatevi!”<br />
- Non potevamo fermarci, lo sai. Tu avevi chiamato la V1, dovevamo staccare. Dal cielo si governa meglio. Finché si è in cielo non può succedere nulla. Tu mi hai gridato “abbiamo un motore in panne!”, ma me n’ero già accorto, sai? La pedaliera non era più molle, l’aereo tirava tutto da una parte. Avevamo spinta asimmetrica, mentre il motore perdeva pezzi e li scagliava da tutte le parti.<br />
- Quando ho chiamato la V2, la velocità di decollo, ho capito che non ce l’avremmo fatta. Mi chiedo dove hai trovato la forza di staccare, di portare in aria un aereo che bruciava come una torcia.<br />
- Allora pensavo ancora di salvarlo, sai? Mi sono detto “facciamo un centoottanta gradi a destra, e atterriamo sulla pista militare”. Con un motore in fiamme potevo riuscire, lo sai? Potevo salvare la macchina.<br />
- Ma non potevi sapere che le palette del compressore si sarebbero piantate come raffiche di mitra anche nel motore vicino. Quando l’ho spento, ho sentito che venivamo giù. Tu hai acceso i postbruciatori degli altri due motori… Me ne sono accorto dal rumore. Postbruciatori progettati per funzionare a duemila chilometri all’ora e ventimila metri di quota. Ma noi eravamo a venti metri da terra, e superavamo di poco i quattrocento chilometri all’ora.<br />
Il comandante si aiuta con le mani, per mostrare l’assetto del Concorde.<br />
- Ti ho gridato: “Dammi ancora sessantacinque chilometri all’ora, per la virata”. Ma non dicevo a te, in realtà. Credo che stavo pregando.<br />
- La virata, già… Avevamo una coda di fiamme lunga duecento metri. Tutto kerosene che bruciava come un rogo, quando abbiamo attraversato l’autostrada. Tu eri pallido, mi hai guardato e hai chiesto “dov’è l’ospedale”? Non lo sapevo, non sapevo nemmeno dove eravamo noi. I passeggeri li hai sentiti?<br />
- Forse. Ho sentito delle grida. Ma lontane. Sapevo che c’era l’ospedale, da qualche parte davanti a noi. E ho lasciato che la macchina si inclinasse un po’ nella direzione dei motori morti. Come insegnano a scuola, quando fai il brevetto sui bimotori a pistoni. Piede morto, motore morto… Dai un po’ di timone dalla parte opposta. E se ti manca solo un motore su quattro, la macchina è salva.<br />
- Ma noi avevamo già perso due motori, al secondo trenta. Si vola ancora, con due motori.<br />
- Stavamo bruciando. Dovevo scendere, trovare la pista militare. Ma dovevo fare quella virata. Ancora sessantacinque chilometri all’ora, solo sessantacinque. Avevamo ancora il carrello fuori, al secondo quaranta.<br />
- Erano esplosi i pneumatici, ricordi? Lo sforzo di contrastare la spinta asimmetrica. O magari l’incendio, chissà. Oppure è stato il carrello che è esploso per primo e ha fracassato il motore.<br />
- Non potevo scaricare il carburante, con quella coda di fiamme. Eravamo pesanti, lenti, senza potenza. Tutto vibrava, e abbiamo avuto il primo stallo, al secondo quarantasei.<br />
- Uno stallo con il Concorde! Nessuno ne aveva mai vissuto uno, prima di noi. L’ala è caduta di colpo, sulla destra. Tu l’hai ripreso, credo.<br />
- Non so. Credo di sì. Dovevo virate! Dovevo, capisci? Davanti c’era la città.<br />
- Non potevi virare, senza stallare l’ala interna. Lo sapevi tu, lo sapevo anch’io. Ma non potevamo nemmeno andare avanti. Ho spinto le manette dei motori supersititi avanti, a fondo corsa. I postbruciatori urlavano, urlavano come uomo torturato.<br />
- Urlavano anche i passeggeri. Ricordi?<br />
- I postbruciatori urlavano così forte che non ho sentito l’avvisatore di stallo, quando tu hai impostato la virata. Mi hai solo detto “reggiti, viro!”<br />
- Ti ho detto che stavo virando? Veramente ti ho detto questo?<br />
- Lo sai anche tu. Avresti potuto dire “tieniti, che precipitiamo”. Non potevi virate, in quelle condizioni. Lo sapevi anche prima che stallasse l’ala interna.<br />
- Il secondo stallo. Ma il primo non ci aveva ucciso, l’avevo ripreso!<br />
- Era uno stallo in volo livellato. Davvero credevi di riuscire a controllare uno stallo in virata, col Concorde che bruciava, a quaranta metri di quota e senza velocità?<br />
- Dovevo virare. C’era la città, davanti. La pista militare…<br />
- Sapevi che non potevi virare. Ma stavamo perdendo quota, c’era l’ospedale davanti. Se non viravi facevi una strage. Se viravi, stallavamo.<br />
- Al secondo quarantotto, l’ala interna è partita in stallo. L’ho sentito di colpo che partiva, è come cadere dagli sci. Un attimo prima sei lì che voli, male ma voli, l’aereo brucia ma voli, i passeggeri urlano ma voli. L’attimo dopo non sei più un Concorde. Sei un autobus scagliato nel cielo a quattrocento all’ora… Quattrocentosessantacinque e viravamo. Ma ne avevamo solo quattrocento.<br />
- Al secondo cinquanta, il naso è schizzato verso il cielo. Come se il Concorde volesse portarci via dalla terra, su, nella troposfera, dove è abituato a volare. Al Concorde non piace volare nell’aria densa, dove ci sono le nubi e la nebbia. Vuole l’aria pulita e rarefatta delle alte quote, per i suoi motori. Al secondo cinquantadue, il naso è tornato verso terra. Tu hai visto l’albergo?<br />
- Io guardavo l’orizzonte artificiale. La pallina è diventata tutta azzurra, poi tutta marrone. Non mi sono stupito, mi sono solo chiesto come dev’essere morire.<br />
- Hai pensato ai passeggeri?<br />
- Ho pensato a mia figlia. Forse. Non so, non ricordo. Ho pensato al reverse guasto, ho pensato che una volta a terra avrei protestato con la compagnia. Non mi va di volare su un Concorde che non è al massimo dell’efficienza. Ho pensato che era ora di andare in vacanza, che avrei portato mia figlia al mare. L’orizzonte artificiale era tutto marrone. Vuol dire che il naso del Concorde puntava dritto a terra. Ho pensato… Beh, ho pensato che era strano.<br />
- Che cosa era strano?<br />
- Non avevo mai notato che l’orizzonte artificiale aveva un graffio sul vetro.<br />
- Io non ho sentito arrivare lo stallo. Sapevo che sarebbe arrivato, lo sapevo da quando avevo capito che avresti virato. Ero così pronto a riceverlo che non me ne sono neanche accorto. L’ho vissuto dieci volte nella mente, e quando è arrivato quello vero non me ne sono accorto. Ho pensato che una volta mi sarebbe piaciuto comandare un Concorde. Ma ero troppo vecchio, bisogna cominciare la carriera prima dei trent’anni per arrivarci, e ne avevo già cinquanta. Non avevo più i riflessi giusti, tanto che non sono nemmeno riuscito a sentire lo stallo. Ma ho visto l’albergo, sai? Ho pensato che non era giusto, con tutto lo spazio proprio lì dovevano costruirlo?<br />
- Cinquantacinque secondi. Il volo più lungo della mia vita.<br />
Il secondo sorseggia il suo martini, e anche il comandante lo imita.<br />
- Cinquantacinque secondi… Potevo riuscirci, sai? Sessantacinque chilometri all’ora in più non sono molti. La pista militare non era lontana, con un motore in fiamme potevo salvare la macchina.<br />
- Due.<br />
- Due cosa?<br />
- Due motori, e un incendio. E un carrello guasto. E un ospedale da evitare, e una città davanti. Non è stata colpa tua.<br />
Tossicchio per attirare l’attenzione dei piloti. Mi guardano come se mi vedessero per la prima volta. Sono pallidi, con l’espressione smarrita che hanno sempre i clienti di questo bar aeroportuale. Il secondo mi fissa incerto.<br />
- Signore, ci conosciamo? &#8211; chiede con voce incerta. È ora che io mi presenti.<br />
- Mi chiamo Antoine De Saint-Exupery.<br />
Il comandante si illumina. &#8211; Oh. Ho letto Vento, Sabbia e Stelle…-<br />
Il secondo non lo lascia finire. &#8211; Il pilota autore del Piccolo Principe! Ma voi non siete morto? &#8211; Arrossisce, e abbassa lo sguardo. &#8211; Perdonatemi, è una domanda sciocca.<br />
Sorrido, mio malgrado. &#8211; Le domande sciocche sono quelle che più difficilmente hanno una risposta. E voi, avete una risposta?<br />
Mi guardano senza capire. Indico loro i passeggeri, gli steward e le hostess che aspettano chiacchierando rilassati nella sala d’aspetto. A loro si sono aggiunte anche altre persone, gente che era in un albergo e si sta chiedendo che cosa ci fa in un aeroporto vuoto.<br />
- Loro aspettano una risposta da voi.<br />
- Da noi? &#8211; Chiede il comandante. &#8211; Ma noi non sappiamo cosa rispondere.<br />
Verso un altro liquore ai piloti, e dico: &#8211; Lo so. Nessuno di noi ha mai una risposta. Ma vi aspettano.<br />
Il comandante vuota d’un sorso il suo Martini, e si avvia verso la sala d’aspetto. Il secondo lo segue senza una parola. Le domande sciocche sono come quelle essenziali. Non hanno mai una risposta, perché bisogna porle a chi sa. Il difficile è sapere chi è.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistaorigine.it/racconti/55-secondi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>INTERVISTA A VALERIO EVANGELISTI di Davide L. Malesi</title>
		<link>http://www.rivistaorigine.it/conversazioni/intervista-valerio-evangelisti/</link>
		<comments>http://www.rivistaorigine.it/conversazioni/intervista-valerio-evangelisti/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 14:09:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rivista Origine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conversazioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistaorigine.it/?p=1423</guid>
		<description><![CDATA[Valerio Evangelisti è nato a Bologna nel 1952. Dopo avere pubblicato cinque volumi e una quarantina di saggi di storia, si è dedicato interamente alla narrativa. Nel 1994 è uscito il suo primo romanzo, &#8220;Nicolas Eymerich, inquisitore&#8221;, che ha vinto il Premio Urania. Sono seguiti &#8220;Le catene di Eymerich&#8221; (1995), &#8220;Il corpo e il sangue&#160;<a href="http://www.rivistaorigine.it/conversazioni/intervista-valerio-evangelisti/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Valerio Evangelisti è nato a Bologna nel 1952. Dopo avere pubblicato cinque volumi e una quarantina di saggi di storia, si è dedicato interamente alla narrativa. Nel 1994 è uscito il suo primo romanzo, &#8220;Nicolas Eymerich, inquisitore&#8221;, che ha vinto il Premio Urania. </p>
<p>Sono seguiti &#8220;Le catene di Eymerich&#8221; (1995), &#8220;Il corpo e il sangue di Eymerich&#8221; (1996), &#8220;Il mistero dell&#8217;inquisitore Eymerich&#8221; (1996); &#8220;Cherudek&#8221; (1997), &#8220;Picatrix, la scala per l&#8217;inferno&#8221; (1998), &#8220;Il castello di Eymerich&#8221; (2001), pubblicati da Mondadori. L&#8217;antologia &#8220;Metallo urlante&#8221; (1998) e il romanzo &#8220;Black Flag&#8221; (2002) sono stati pubblicati da Einaudi.<br />
Nel 1999 è uscito in tre volumi, anch&#8217;esso presso Mondadori, &#8220;Magus. Il romanzo di Nostradamus&#8221;, tradotto in nove lingue e in tre continenti. Nel 2000 L&#8217;Ancora del Mediterraneo ha pubblicato la raccolta di saggi &#8220;Alla periferia di Alphaville. Interventi sulla paraletteratura.&#8221;<br />
I romanzi incentrati su Eymerich sono tradotti in Francia, Spagna, Germania e Portogallo. Hanno valso all&#8217;autore, nel 1998, il Grand Prix de l&#8217;Imaginaire e, nel 1999, il Prix Tour Eiffel: i premi più prestigiosi riservati in Francia alla letteratura fantastica e di fantascienza. Il quotidiano Le Monde ha pubblicato un racconto di Evangelisti in un supplemento speciale. Il Venerdì di Repubblica, nel 1996, ha proposto un suo romanzo a puntate.<br />
Attualmente, dopo avere conseguito nel 2000 il Prix Italia per la fiction radiofonica, scrive sceneggiature per radio, cinema, televisione e fumetti. Ha fatto parte della delegazione ufficiale degli scrittori italiani al Salon du Livre di Parigi del 2001.</p>
<p>Tu hai raggiunto la popolarità grazie all´inquisitore Eymerich, un personaggio dai tratti fortemente antieroici, che nemmeno la fantasia più sbrigliata può interpretare come un &#8220;eroe positivo&#8221;. Credi che questa sia la dimostrazione che i luoghi comuni della narrativa (per esempio, il fatto che &#8220;la gente ama il lieto fine&#8221;, come scrisse Edmund Wilson a Scott Fitzgerald) siano luoghi comuni e basta?</p>
<p>Valerio Evangelisti: Sono luoghi comuni ma con un fondo di verità, se per &#8220;lieto fine&#8221; intendiamo un ristabilimento degli equilibri turbati. Questo, di solito, il lettore lo cerca. Invece non credo che cerchi un finale zuccheroso. Romanzi immensamente popolari, come per esempio la trilogia dei moschettieri di Dumas, hanno epiloghi cupi e drammatici. Il mio caso è diverso, perché chi trionfa è un personaggio ambiguo, e non si sa se l&#8217;equilibrio ristabilito abbia alla base il bene o il male.</p>
<p>Tu sei considerato, a torto o a ragione, uno scrittore di fantascienza. Non ti dispiace l´etichetta di &#8220;scrittore di genere&#8221;?</p>
<p>No, non mi dispiace, data anche l&#8217;enorme libertà e la ricchezza di potenzialità che il &#8220;genere&#8221; possiede. Dubito però che ciò che scrivo io sia definibile come fantascienza. E&#8217; piuttosto narrativa fantastica, comprendente anche elementi di science fiction.</p>
<p>Pensi che la fantascienza abbia un futuro? Il panorama letterario, a livello internazionale, non è entusiasmante. Anche gli autori più interessanti, come il francese Serge Lehman, non sembrano avere il nerbo di colossi del secolo scorso come Ray Bradbury, Kurt Vonnegut o Philip K. Dick.</p>
<p>La fantascienza letteraria avrà un futuro se tornerà a imboccare la via della complessità, altrimenti perderà il confronto con altri media più agguerriti sul piano dell&#8217;impatto sull&#8217;immaginario. Nel momento attuale sono questi ultimi a dominare il campo della science fiction, mentre la narrativa, specie anglosassone, sembra cercare di imitare il loro linguaggio.</p>
<p>Cosa ti spinge a raccontare una storia? Da dove vengono le idee per un tuo romanzo?</p>
<p>Il più delle volte le idee mi vengono da un&#8217;immagine o da una musica, o anche da un libro che mi ha suggestionato.</p>
<p>Fai leggere brani del tuo romanzo ad altri prima che sia terminato? C&#8217;è un fortunato anticipatore del correttore di bozze?</p>
<p>No, nessuno deve vedere il mio romanzo prima che sia completo, e dopo non accetto che interventi marginali. Se qualcuno riesce a leggere contro la mia volontà pagine del libro in elaborazione, sono capace di distruggerle. È già successo più di una volta.</p>
<p>Quando scrivi vorresti ti leggesse più gente possibile o la gente migliore possibile? Conta di più il successo di critica o quello di pubblico?</p>
<p>Senza un successo di pubblico, è ben difficile che la critica ti consideri. Diciamo che auspico la presenza, tra quel pubblico, anche di persone intelligenti e preparate.</p>
<p>C&#8217;è un libro che secondo te rappresenta il paradigma del romanzo, l&#8217;esempio perfetto di questa forma letteraria?</p>
<p>Forse &#8220;Il conte di Montecristo&#8221;, del già ricordato Dumas. Raduna tutti gli elementi della tragedia antica in una forma narrativa fluviale e coinvolgente. Grandioso.</p>
<p>Che giudizio hai della narrativa italiana di questi ultimi anni? Vedi qualche faro o solo stelle cadenti? Nella prefazione dell´antologia &#8220;Tutti i denti del mostro sono perfetti&#8221; si percepisce, da parte tua, un forte entusiasmo per il panorama dei giovani scrittori italiani.</p>
<p>Dei &#8220;giovani scrittori&#8221; che elogiavo in &#8220;Tutti i denti del mostro sono perfetti&#8221; solo pochi sono sopravvissuti al passaggio all&#8217;età matura. Ma, detto questo, non mi sento di dare un giudizio sulla narrativa italiana recente, perché me ne capita troppo poca tra le mani. Nemmeno riesco a cogliere un profilo netto che la renda omogenea.</p>
<p>Come consideri, invece, lo stato di salute dell&#8217;editoria italiana?</p>
<p>È un altro campo di cui so poco. Si è sempre detta in crisi e continua a dirsi tale. Può darsi che la crisi sia la sua condizione normale di esistenza.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistaorigine.it/conversazioni/intervista-valerio-evangelisti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un classico da riscoprire Un diario che diventa ossessione – La chiave di Junichiro Tanizaki letto da Davide L. Malesi</title>
		<link>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/junichiro-tanizaki-davide-malesi/</link>
		<comments>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/junichiro-tanizaki-davide-malesi/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 14:04:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rivista Origine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistaorigine.it/?p=1421</guid>
		<description><![CDATA[La chiave di Junichiro Tanizaki è un libro erotico. Non perché, in esso, abbondino le minute e/o appassionanti descrizioni di atti sessuali (che non ci sono proprio); né perché i protagonisti si abbandonino a chissà quali esperienze acrobatiche, sul fronte della sessualità (di volta in volta riusciamo a intuire, più o meno, l’entità e la&#160;<a href="http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/junichiro-tanizaki-davide-malesi/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La chiave di Junichiro Tanizaki è un libro erotico. Non perché, in esso, abbondino le<br />
minute e/o appassionanti descrizioni di atti sessuali (che non ci sono proprio); né<br />
perché i protagonisti si abbandonino a chissà quali esperienze acrobatiche, sul fronte<br />
della sessualità (di volta in volta riusciamo a intuire, più o meno, l’entità e la densità<br />
delle trasgressioni compiute dai personaggi: vale a dire ch’essi ci raccontano di<br />
aver vissuto un’esperienza particolarmente intensa, magari, ma poi questa esperienza<br />
non viene descritta, bensì appena suggerita). Ne La chiave si parla di erotismo<br />
non nel senso più “funambolico” o “descrittivo” del termine, bensì nel senso de “il<br />
complesso delle manifestazioni dell’impulso sessuale sul piano psicologico, affettivo,<br />
comportamentale” (come ci dice il De Mauro-Paravia). Ovvero: ne La chiave, questo<br />
complesso di manifestazioni domina ogni azione dei protagonisti, ne pervade ogni<br />
gesto, insomma ne detta il comportamento. Ciò che i personaggi fanno, lo fanno<br />
perché spinti da una molteplicità d’impulsi di ordine sessuale. In questo senso, La<br />
chiave è un libro terribilmente erotico. Com’è un libro erotico, per dire, Le relazioni<br />
pericolose di De Laclos. Ed è un libro, nella sua brevità, dotato di certe qualità importanti<br />
(importanti per un romanzo come questo, mi pare). Cioè: grande attenzione al<br />
profilo psicologico dei protagonisti, asciuttezza della lingua (dove spesso i libri erotici,<br />
veri o presunti tali, si perdono in barocchismi e ampollosità), un equilibrio del<br />
testo pressoché perfetto nel “non dire” piuttosto che nel “dire”: col risultato che<br />
tutto ciò che il libro nasconde diventa intensamente desiderato dal lettore: a riprova<br />
(se mai ce ne fosse bisogna) del fatto che in materia d’erotismo, meno si vede e<br />
meglio è. Si aggiunga che il libro è in forma di diario, un diario che (diversamente<br />
da ciò che accade con molti romanzi “diaristici”) interagisce col mondo: vale a dire<br />
che viene nascosto, spostato, preso, chiuso, aperto, serrato col nastro adesivo affinché<br />
non venga letto. Perché, da parte di chi scrive il diario (e di diari ce ne sono, qui,<br />
ben due: quello di un uomo di mezza età, e quello della moglie di dieci anni più giovane)<br />
esiste il timore (o il desiderio, o tutt’e due le cose) che l’altro coniuge possa<br />
leggere il proprio diario intimo.<br />
Cerco di dirvi qualcosa della storia, senza per questo sottrarvi alcun piacere o rovinarvi,<br />
inavvertitamente, questo o quel colpo di scena. C’è, in questo romanzo, una<br />
coppia di coniugi giapponesi. Ciascuno tiene un diario, in cui annota essenzialmente<br />
vicende relative alla propria vita di coppia, e alle proprie fantasie, o esigenze, sessuali.<br />
Questo aspetto di “descrizione dell’immaginario erotico” è, all’inizio, più spinto<br />
nel marito che nella moglie: dacché lui è descritto (anzi, si descrive da sé) come<br />
un uomo animato da inquietudini erotiche, mentre lei (o vorrebbe essere) il ritratto<br />
della moglie tradizionale giapponese, ancorata ai tradizionali valori della famiglia e<br />
dell’obbedienza al marito. In realtà, si capisce da subito (e per questo non esito a<br />
scriverlo qui) che quella della signora è un po’ una posa: e ch’ella, ben lontana dall’essere<br />
una moglie docile e acquiescente, si serve spietatamente del ruolo che<br />
impersona, per appagare le proprie fantasie più morbose.<br />
Mi rendo conto che qui ci vorrebbe un esempio: e cerco di farlo, anche questo,<br />
senza rovinarvi il gusto del libro. Uno degli episodi più intriganti del romanzo, è<br />
quello in cui la signora – mentre si trova in apparente stato d’incoscienza – viene<br />
fotografata nuda dal marito. La signora, in realtà, non è del tutto incosciente: si<br />
accorge degli scatti del flash e, a un certo punto, capisce quel che le sta accadendo.<br />
Ma non fa nulla per evitare che il marito ripeta, più volte, quello stesso gioco:<br />
“se mio marito desidera farmi ubriacare per poi fotografarmi nuda mentre sono in<br />
stato di semincoscienza”, è – in sintesi – il pensiero di lei, “è meglio ch’io sia obbediente:<br />
è mio dovere di brava moglie giapponese. Certo, se provasse a farlo mentre<br />
sono padrona di me glielo impedirei: ma visto che prima si accerta ch’io sia incosciente,<br />
o finga di non esserlo, non ho motivo di opporre resistenza”. Tutto il libro<br />
è zeppo, dal principio alla fine, di equilibrismi del genere (non solo da parte della<br />
signora). Sembra quasi voler suggerire, Tanizaki, che l’esplorazioni delle più recesse<br />
pulsioni erotiche imponga, a chi la esercita, una sorta di auto-giustificazione. “Lo<br />
faccio perché sì, lo voglio: ma lo faccio anche perché lo vuole lui, o lei, o l’altro” (da<br />
bravo romanzo erotico, La chiave contiene tutti questi caratteri: “lui”, “lei” e<br />
“l’altro”).<br />
Poi: questo è anche un libro tragico. La trama è sintetizzata, in quarta di copertina,<br />
con queste parole: “La chiave di un cassetto, lasciata cadere apparentemente per<br />
caso da un marito ansioso di esplorare nuovi orizzonti sessuali insieme alla moglie<br />
dalla quale è irresistibilmente attratto, conduce la donna su una strada di lussuria e<br />
perdizione dalla quale non riuscirà più ad allontanarsi. La donna scopre infatti, leggendo<br />
il diario del marito, i suoi segreti, la sua inarrestabile passione, la necessità di<br />
fomentare i suoi istinti sessuali con un gioco ingegnoso, ma rischiosissimo, alimentato<br />
dalla gelosia, e si fa invischiare in questa rete, in una crescente tensione fatta<br />
di amore-odio che coinvolge a poco a poco anche altre persone”. E ancora : “[questa<br />
tensione] condurrà infine il protagonista all’autodistruzione e alla morte”. Ci<br />
dev’essere una ragione profonda, da qualche parte, per cui molti grandi libri erotici<br />
sono anche libri assai moraleggianti: in cui il percorso (tutto in discesa) verso l’appagamento<br />
delle passioni, la sfrenatezza dei desideri, distrugge i protagonisti e le<br />
loro intere vite. O forse è una ragione nemmeno tanto profonda: dacché, tramite<br />
questi romanzi, ogni cultura incline alla sensualità (e poche culture sono sensuali,<br />
cioè legate alla percezione dei sensi, quanto la giapponese) si informa, si avverte, si<br />
mette a parte dei rischi dell’abbandono sensuale. Che è sì una delle esperienze più<br />
inebrianti consentite a un essere umano, ma è pure una delle più rischiose: dacché<br />
ci porta a concentrarci sul “qui ed ora” e a dimenticare valori, legami, freni morali<br />
e via discorrendo, in favore di uno stato ch’è – appunto – di abbandono. Uno stato<br />
in cui non siamo, più, padroni di noi stessi: il che è certamente gratificante, ma<br />
anche pericoloso. E uno stato, pure, transitorio: in cui possiamo agire in modi tali da<br />
farci rimpiangere, una volta che l’abbandono sensuale abbia fatto il suo tempo, gli<br />
esiti delle nostre azioni.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/junichiro-tanizaki-davide-malesi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>INCHIESTA / Noir, mio amato! 5 domande fuori dai denti su Noir e letteratura “di genere” a cura di Davide L. Malesi e Michele Infante</title>
		<link>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/noir-davide-malesi-michele-infante/</link>
		<comments>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/noir-davide-malesi-michele-infante/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 13:58:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rivista Origine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistaorigine.it/?p=1419</guid>
		<description><![CDATA[Rispondono: SANDRONE DAZIERI, JACOPO DE MICHELIS, GIANNI BIONDILLO, RAUL MONTANARI, ENZO FILENO CARABBA, GIANCARLO DE CATALDO, ANTONELLA CILENTO 1. Non vi sembra che ci sia da parte della critica una fretta eccessiva, ultimamente, di etichettare come &#8220;Noir&#8221; qualsiasi libro di uno scrittore italiano contemporaneo contenga un delitto o un fatto di sangue? Se si potesse&#160;<a href="http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/noir-davide-malesi-michele-infante/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rispondono: SANDRONE DAZIERI, JACOPO DE MICHELIS, GIANNI BIONDILLO, RAUL MONTANARI, ENZO FILENO CARABBA, GIANCARLO DE CATALDO, ANTONELLA CILENTO</p>
<p>1. Non vi sembra che ci sia da parte della critica una fretta eccessiva, ultimamente, di etichettare come &#8220;Noir&#8221; qualsiasi libro di uno scrittore italiano contemporaneo contenga un delitto o un fatto di sangue? Se si potesse far così, non sarebbero romanzi Noir anche Lo Straniero di Camus e Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald&#8230;</p>
<p>DAZIERI. Lo Straniero non l&#8217;ho letto, mia colpa. Il Grande Gatsby ha un tocco noir, ma il delitto non è al centro del racconto, quindi mi sembrerebbe una forzatura farlo rientrare nel genere. Che la critica abbia fretta di etichettare i libri non è una novità. Qualche anno fa sembrava esistessero solo i “Cannibali”, adesso gli scrittori di noir. Comunque, parlare di critica letteraria mi sembra eccessivo&#8230; E&#8217; noto che non esiste più da un pezzo e si parla addosso. Esistono i giornalisti che fanno recensioni, non è la stessa cosa. Non fa molta differenza, comunque. Il pubblico dei lettori è meno sprovveduto di quello che si pensi.<br />
DE MICHELIS. Quella di &#8220;noir&#8221; è un&#8217;etichetta che oggi si ritiene funzioni, ed è indubbio che viene talvolta utilizzata a sproposito, sia dai critici che dagli editori. E&#8217; un problema, perché si rischia di non capire più bene cosa è e cosa non è il &#8220;noir&#8221;, però la colpa non può essere imputata a chi nel genere si muove davvero. Altra è la questione delle origini del genere, per cui alcuni, alla ricerca di precursori del romanzo poliziesco, si sono spinti a indicare, a dire il vero un po&#8217; temerariamente, addirittura l&#8217;Edipo re di Sofocle e alcune parti della Bibbia. Riguardo a Camus, invece, posso dire che per sua stessa ammissione lo stile di scrittura che ha utilizzato per Lo Straniero è debitore di quello di James M. Cain, scrittore noir americano degli anni &#8217;30 autore de Il postino suona sempre due volte e La morte paga doppio [anche noto come La fiamma del peccato, ndr].<br />
BIONDILLO. E perché no? Se non c&#8217;è malizia (e purtroppo, in una cerca critica cialtrona c&#8217;è, eccome) per me le definizioni di genere servono solo come approccio critico, come arnesi di una analisi testuale (non sono, cioè, formulette consolatorie, ma solo la prima sgrossatura critica). Quindi Dracula è un Horror ma è anche un romanzo epistolare, e pure un romanzo romantico e decadente, e così via; addentrandoci poi sempre più nello specifico del romanzo stesso, scrollandoci di dosso, piano piano verso la fine del percorso, come polvere, tutte queste definizioni; quando cioè non ne avremo più bisogno e avremo compreso a pieno l’opera, in sé e nel mondo. Quanto “rosa”  c’è, viene da chiedersi, nei Promessi sposi o in Anna Karenina? Quanto surrealismo c’è nel Cossa, quanto razionalismo nel Brunelleschi?<br />
MONTANARI. O l&#8217;Edipo Re, o l&#8217;Asino d&#8217;oro&#8230; La critica ha sempre fretta di etichettare, perché una certa dose di riduzionismo fa parte del suo lavoro. Non è strano. Devo dire che forse la definizione più esatta del genere di cui stiamo parlando è quella che danno i tedeschi. Loro non parlano di noir (un termine che cerca di definire un&#8217;atmosfera, morale o ambientale), o di giallo (sappiamo la storia curiosa di questa parola, che è semplicemente un traslato da un elemento di riconoscibilità commerciale a un genere letterario) o di poliziesco (e quando la polizia non c&#8217;è?) o ancora di thriller (ci sono molti libri e film di questo genere che, deliberatamente, non danno nessun brivido). Le chiamano semplicemente &#8220;Krimi&#8221;, storie criminali. In altre parole: il detective può anche non esserci, ma il crimine deve proprio starci.<br />
CARABBA. Eccome se c’è. D’altra parte  la mente della maggior parte degli esseri umani procede per ondate, per mode. Le idee si muovono a orde. Questo va combattuto? Sì. Ma a volte dobbiamo anche avere un po’ pietà di noi stessi. Io ho appreso che il mio libro era un Noir quando è uscito in Francia nella Série Noir di “Gallimard”. In Italia  quello che a quel tempo era il mio editore mi aveva fatto un sacco di storie dicendo: questo elemento del testo è noir, ma quest’altro non è abbastanza noir, d’altra parte quest’altro ancora per non essere noir è troppo noir… e così via. Finché non ci avevo capito più niente. Allora, praticamente impazzito, ho posto con un filo di voce alla traduttrice francese l’insulsa domanda: ma secondo lei è un libro noir? Lei mi ha dato una risposta bellissima, semplice e misteriosa. Secondo me questo libro è un coniglio rosa, ha detto.<br />
DE CATALDO. E chi ti dice che non lo siano?<br />
CILENTO. In effetti ho l’impressione che ci sia pochissima voglia di leggere e prendersi la responsabilità di quest’atto da parte di chi oggi si occupa di critica. I generi letterari rischiano di diventare una comoda tana per non effettuare valutazioni di senso e di ascendenti per ciascuno scrittore. Il noir come il romanzo storico, come il giallo diventano la risposta più semplice. Personalmente, scrivo libri dove si mescolano il racconto gotico, ascendenze romantiche, il reportage, il romanzo d’avventura, il romanzo di formazione il romanzo d’ambiente e storico e, certo, anche il noir.  Ma il punto è che se si scrivono romanzi si scrivono per forza storie ibridate: è il genere del romanzo ad essere ibrido, per sua natura, per sua storia. Così, è vero che non basta un morto a costruire un noir… Nel mio Neronapoletano per esempio non ci sono cadaveri o specifici fatti di sangue, ma l’indagine e le atmosfere lo rendono almeno in parte un noir. E così accadeva anche in Una lunga notte che era un romanzo fantastico, d’ambiente sei-settecentesco e noir (e gotico!). Insomma, bisognerebbe davvero parlare di letteratura, di stile, di scritture e di storie e non di generi comodi alle collocazioni del commercio. Una cosa che oggi nessuno ha più voglia di fare, mi sembra.</p>
<p>2. Pensate che nel bel mezzo della postmodernità, dove i &#8220;generi&#8221; letterari si mescolano, s&#8217;incrociano e si sovrappongono nell&#8217;ambito dello stesso libro si pensi a un romanzo come Q dei Luther Blissett, definito di volta in volta &#8220;Western teologico&#8221;, &#8220;ibrido tra Noir, Spy Story e Romanzo Storico&#8221;), il &#8220;genere&#8221; Noir abbia ancora delle regole definite: e se sì, quali?</p>
<p>DAZIERI. A differenza del &#8220;giallo&#8221;, il noir e&#8217; sempre stato una vocazione, uno sguardo, più che un genere codificato. Certo che il delitto e l&#8217;analisi del male, della colpa, sono al centro del racconto noir.<br />
DE MICHELIS. Il noir, a differenza per esempio del giallo classico alla Agatha Christie, non ha regole ben definite, è una forma molto più aperta e plastica, che proprio per questo si presta naturalmente a ibridazioni e contaminazioni. Più che di strutture rigidamente codificate, nel noir è spesso questione di atmosfere, di toni, di stile.<br />
BIONDILLO. Romanzo criminale è un noir? In senso stretto il genere utilizzato in quel caso è l’Epica. Chiudi gli occhi è un noir? Con Raul abbiamo concordato da tempo che il suo è un Western, lacustre e contemporaneo. Il mio Per cosa si uccide è un noir? Critici più preparati di me l’hanno chiamato “romanzo sociale”, “romanzo di una città”. Cos&#8217;è Q? Un supernoir? Una definizione esclude, necessariamente, l’altra? Se qualcuno dicesse che il mio romanzo è un noir mi arrabbierei. Se dicesse che non lo è mi arrabbierei lo stesso. Non si parte da delle regole, ma ci si arriva, opera per opera.<br />
Tutti, nell’impeto definitorio, poi, ci dimentichiamo del fulcro della questione. La scrittura. Carlotto scrive come Dazieri? Genna scrive come De Cataldo? Fois scrive come Lucarelli?  Ha senso dire: “io non amo i noir?” Cioè: ha senso dire: “Non amo le madonne con bambino?” o: “Non sopporto i San Sebastiano?”<br />
Ci sono San Sebastiano del Mantegna e croste assurde, ci sono Madonne di tutte le risme, da Raffaello, alla riproduzione trash che si vende al mercato sotto casa. Fermarsi alla definizione generica “Madonna con bambino”, che serve solo come primo approccio, come primo passo di avvicinamento, fermarsi, pregiudizialmente, e decidere che quella è “LA” definizione discriminante, butterebbe nel cesso duemila anni di storia dell’arte. Ci sono noir (madonna con bambino) che sono capolavori, e noir (madonna con bambino) che sono croste. E’ difficile da capire?<br />
MONTANARI. Anzitutto deve contenere un&#8217;azione criminale, cosa che lo accomuna al giallo. La differenza però è chiara:<br />
GIALLO:<br />
In perfetta simultaneità, Conan Doyle e Freud (entrambi medici!) plasmano la  grande utopia positivista, la rivincita del cervello sul cuore e sulle viscere. Giallo e psicanalisi descrivono un iter identico:<br />
- Presupposto: nel mondo esiste un ordine, e la ragione umana è fatta apposta per riconoscerlo e comunicarlo.<br />
- Il caso (poliziesco o clinico): rottura dell&#8217;ordine attraverso un trauma (omicidio, furto, infrazione di un tabù sessuale&#8230;).<br />
- Gli elementi: ancora una volta testimonianze e indizi (la deposizione di un teste o la cenere della sigaretta per l&#8217;investigatore; i racconti del paziente, i suoi sogni, i suoi lapsus per lo psicanalista).<br />
- Procedimento: ragionando su dati apparentemente insignificanti, investigatore e psicanalista ricostruiscono la scena del trauma iniziale, individuano il colpevole, ripristinano l&#8217;ordine. L&#8217;armonia fra uomo e mondo è salva.<br />
NOIR:<br />
- Presuppone non l&#8217;ordine ma il disordine del mondo. Il mondo è caos, incrocio di linguaggi e magma di regole contraddittorie.<br />
- All&#8217;interno di questo caos, il criminale (spesso il vero protagonista della narrazione, che può assumere il suo stesso punto di vista) cerca di imporre un ordine parziale, ossia elabora un piano: uccidere un uomo, compiere una rapina, ecc.<br />
- Di norma, questo piano è destinato al fallimento.<br />
Il collasso finale del criminale diventa metafora della nostra esistenza, del nostro tentativo continuo e frustrato di controllare una realtà sfuggente. La simpatia che proviamo per i grandi vilain dei noir è certamente lo sfogo proiettivo delle nostre pulsioni violente (loro uccidono per conto nostro) o dell&#8217;aspirazione a infrangere i limiti in cui sentiamo rinchiusa la nostra vita (la grande rapina alla banca nasce dallo stesso desiderio di un brusco salto di qualità che esprimiamo giocando al Totocalcio), ma sorge anche da una identificazione fra perdenti, dal riconoscimento che il loro scacco è anche il nostro. Personalmente sono convinto che questo sia il motivo per cui sempre più spesso, ultimamente, compaiono narrazioni noir nelle quali il cattivo non viene affatto punito, non fallisce. Il nostro anelito all&#8217;evasione da una realtà asfittica trova allora uno sfogo compiuto, coerente fino in fondo, e in particolare il serial killer si propone come l&#8217;eroe nero di fine millennio e oltre. L&#8217;autocensura, che provocherebbe in noi un ovvio senso di colpa se fossimo invitati a una identificazione diretta con un brutale assassino, viene elusa intelligentemente nel Silenzio degli innocenti, con uno sdoppiamento della figura del criminale: se l&#8217;incolto e sgraziato Buffalo Bill merita di essere castigato &#8211; e troveremmo immorale che un simile animale la facesse franca &#8211; il raffinato, enigmatico dottor Lecter, l&#8217;antropofago umanista, può trionfare senza che la cosa ci dispiaccia o ci spaventi. Un passo avanti fanno Seven (il cattivo vince, ma a prezzo dell&#8217;autodistruzione: troppo facile così! E&#8217; il cattivo come kamikaze, barano al gioco entrambi perché non muovono da quella paura della morte che dovrebbe stare alla base di un agire motivato e autoconservativo) e soprattutto I soliti sospetti (qui il cattivo vince, punto e basta).<br />
CARABBA. La postmodernità è un concetto presuntuoso. In ogni caso è un’idea che dà troppo peso alla modernità, che non è stata niente di particolare. I generi si sono sempre incrociati e mescolati. Tutte le cose vive lo fanno.<br />
Le regole definite non le conosco. Ho partecipato a un convegno  dove erano presenti star del Noir internazionale, l’ho fatto anche col subdolo scopo di apprendere le regole. Ma ognuno ha dato una definizione diversa.<br />
DE CATALDO. Ho una modesta proposta per la comunità dei critici, della quale “Origine”, se vuole, può farsi latrice: lasciamo le etichette alla maionese e al tonno e parliamo di cose serie. Comunque lo si voglia definire, Q è un gran bel libro, e solo questo è ciò che conta.<br />
CILENTO. La felice mescolanza dei generi non è per niente una scoperta postmoderna, il romanzo settecentesco la conosceva abbondantemente (Tristam Shandy di Sterne credo valga come esempio onnicomprensivo…). Le uniche caratteristiche, più che regole vere e proprie, che contraddistinguono il noir sono ricavate per differenza dal giallo: un investigatore non perfetto, che non ha cioè una visione del mondo assoluta e matematica (Poirot, Scherlock Holmes) e che si dibatte fra mille crisi personali (alcool, donne, ma più semplicemente una certa incapacità di comprendere l’ordine misterioso delle cose, una tendenza a subire il dramma); l’assenza di un’azione dal finale scontato (la soluzione dell’indagine): il noir può anche finire con una mancata o casuale soluzione; la maggiore importanza delle atmosfere rispetto alle azioni narrate: gli sfondi di Simenon, per esempio. Queste sono le armi di base del noir. Spesso l’eroe è un antieroe, un semplice, un disperato.</p>
<p>3. Perchè quegli stessi critici almeno (militanti, accademici, e via discorrendo) che consideravano il Noir (e più o meno tutta la &#8220;letteratura di genere&#8221;) come un prodotto di serie B, ne sono improvvisamente divenuti gli apologeti?</p>
<p>DAZIERI. Non ne ho idea. Ma è vero, poi?<br />
DE MICHELIS. Io non sono così sicuro che ci sia stata tutta questa conversione generalizzata a favore del noir. Soprattutto in Italia la narrativa di genere è ancora vista con molti pregiudizi. Tra chi ha cambiato idea, comunque, ci sarà anche chi ha fiutato un cambio del vento ed è saltato sul carro del vincitore (o presunto tale), ma io spero che i più l&#8217;abbiano fatto semplicemente perché hanno aperto gli occhi e si sono accorti che il genere ha prodotto e continua a produrre tanta buona letteratura.<br />
BIONDILLO. La fortuna in Italia del giallo è stata la sua stessa sfortuna. Dobbiamo a Mondadori il fatto che un popolo di illetterati comunque leggesse, ma anche che per farlo leggere è stato necessario ghettizzare il prodotto, trasformandolo in qualcosa di “evasivo” e colorato di giallo.<br />
Mancava da noi una scrittura “investigativa”? No, ovvio. Vedi Gadda, Fruttero e Lucentini, Scerbanenco, Sciascia, etc… a volerla cercare addirittura pare esista una tradizione, un fil rouge che ci porta qui da noi, a questo florilegio di scritture di genere. (Ma a volerlo cercare si trova tutto, d’altronde).<br />
Che poi siano gli stessi critici che ora hanno cambiato idea non ne sono così certo. Penso che ci sia stato, anzi sia in atto, un ricambio generazionale anche nella critica. E molti di quelli che oggi scrivono di letteratura sono cresciuti leggendo fumetti o “Urania”, senza vergognarsene.<br />
MONTANARI. Erano gli stessi? Siete sicuri? Non ho abbastanza informazioni su questo. Di certo a blandire qualunque forma espressiva &#8220;pop&#8221; (a volte pure trash) si vince sempre. Perché il pubblico ti viene dietro ora, spernacchiando i puristi e gli apologeti dei valori estetici, e perché inevitabilmente, dopo un po&#8217; di tempo, ci saranno le &#8220;riscoperte&#8221; e fior di critici (magari di un&#8217;altra generazione) diranno viva Simenon, viva James Bond, viva Alvaro Vitali. Con le dovute differenze, è ovvio.<br />
CARABBA. Alcuni lo faranno per non dare la sensazione di essere rimasti indietro. Temo l’onda contraria.  Perché c’è sempre un’onda contraria. E l’orda come la risacca prima o poi torna indietro. Però credo che in effetti la cosiddetta letteratura di genere abbia dimostrato una vitalità incontestabile. Sento spesso dire che il giallo ha salvato la letteratura italiana da un eccesso di intellettualismo e pretenziosità. Magari è così. Io per esempio sono abbastanza pretenzioso, modestamente. Però, se è vero che all’insegna del giallo sono usciti molti libri belli,  è anche vero che non sono usciti libri meravigliosi o epocali. Sono libri troppo simili tra loro, per il mio orecchio: omogenei sia per quanto riguarda la costruzione delle frasi, sia per quanto riguarda la percezione della realtà, e questo non è un caso. Liberarsi dalla pretenziosità è bene. Un giorno vorrei farlo. Perdere il coraggio è male.<br />
DE CATALDO. Ma perché non chiederlo a loro, che hanno tanta voglia di parlarne?<br />
CILENTO. Per comodità, suppongo. O per un certo snobismo alla rovescia: rendere il genere popolare colto è una delle attività preferite dell’intellighenzia italiana.<br />
In ogni caso, il noir ha assunto una grande importanza grazie a grandi autori (Simenon è ormai nella Pleiade, per esempio) e il mercato cerca di produrre quanti più sinonimi è possibile. Che scarsa fantasia! Da lettrice, sono felicissima, anzi esisto per leggere di tutto: dal noir alla fantascienza, purché questa lettura ottenga in me uno scarto. Un salto di vita. A questo serve leggere.</p>
<p>4. Esiste, secondo voi, un caposaldo del genere Noir internazionale, un libro da leggere assolutamente? E un romanzo Noir italiano contemporaneo per cui valga la stessa regola?</p>
<p>DAZIERI. Sicuramente Hammett, per quanto riguarda i padri nobili. Per il presente direi l&#8217;opera di Ellroy.<br />
DE MICHELIS. In campo internazionale, non uno ma tre titoli: Dalia nera di James Ellroy, L&#8217;assassino che è in me di Jim Thompson, Posizione di tiro di Jean-Patrick Manchette. Per l&#8217;Italia: Traditori di tutti di Giorgio Scerbanenco (e gli altri romanzi della serie di Duca Lamberti).<br />
BIONDILLO. Non ne ho la minima idea. Io, tra l’altro, non sono mai stato, in senso stretto, un lettore e un cultore di gialli. La maggior parte degli scrittori di culto del genere noir io non li ho mai letti. Non certo per snobberia. Solo perché non mi sono mai posto il problema se Chandler fosse uno scrittore giallo, o noir, o quant’altro. Per me era un bravo scrittore americano, tutto qui. Gli autori citati, comunque, mi sembra vadano bene tutti, per iniziare (da qualche parte bisogna pur iniziare&#8230;).<br />
MONTANARI.  Vado un pochino controcorrente rispetto alla domanda. In tutta l&#8217;opera di Edgar Allan Poe c&#8217;è la fondazione sia del giallo sia del noir. Quanto agli autori italiani, consiglio un bellissimo noir del 1888: Il cappello del prete, di Emilio De Marchi. Giuro che c&#8217;è tutto! Anzi, manca una cosa che a questi due autori non si poteva proprio chiedere: la preveggenza che un giorno il genere si sarebbe sviluppato indebolendo al massimo la figura del detective. Dai bizzarri superuomini di Poe e Conan Doyle si è passati a un investigatore ideale che, auspicabilmente, dovrebbe essere storpio, monco, mutilo, magari ridotto a un ammasso organico indifeso e inidentificabile, meglio ancora se nato in condizioni disastrose e attualmente residente al Cottolengo o tenuto in vita artificialmente dentro un&#8217;ampolla di liquido amniotico, violentato dal padre e dalla madre all&#8217;età di due settimane, semirimbecillito, diseredato, tifoso dell&#8217;Inter, che comunica col mondo premendo un&#8217;escrescenza carnosa sull&#8217;unico tasto di un computer a pezzi (un vecchio Commodore, magari), e che ciò nonostante riesce a risolvere il caso!<br />
CARABBA. Voglio citare uno dei miei autori preferiti in assoluto. In realtà non scrive Noir,  però è  il massimo cantore della Letteratura di genere, ed è Valerio Evangelisti.  I suoi sono libri determinanti per la formazione dell’uomo contemporaneo.<br />
DE CATALDO. Esistono molti, forse innumerevoli archetipi: dai tragici greci alla<br />
Bibbia (stiamo parlando di argomenti come l&#8217;incesto, il parricidio, lo stupro, l&#8217;orgia rituale, la “yubris”, l&#8217;esposizione di cadaveri al pubblico ludibrio, la cacciata dal Paradiso terrestre, la cancellazione del genere umano a mezzo angeli sterminatori e altre simili amenità) a Shakespeare (principini sequestrati e poi straziati nella Torre) a Dostojevskji (do you remember Stavrogin e Raskolnikov, strangolatore di vecchiette), nonché Conrad e perché non metterci dentro anche La Colonna Infame e Libertà di Giovanni Verga (Bronte, cronaca di un massacro unitario, con sangue a profusione&#8230;)&#8230; ciascuno, poi, deve farsi i suoi padri nobili. Io posso riferire dei miei: Le Illusioni Perdute, Uomo da Niente di Jim Thompson, American Tabloid, Maigret al Liberty Bar e La neve era sporca di Georges Simenon, Il pasticciaccio di Gadda.<br />
CILENTO.. Il porto delle nebbie del già citato Simenon. Il dottor Jeckyll e Mister Hide di Stevenson. In Italia non saprei. Molti autori, anche bravi, ma non così grandi. Un libro strepitoso è Il cappello del prete di Demarchi: un libro lontano nel tempo ma assolutamente avvincente</p>
<p>5. Ha scritto Tiziano Scarpa: &#8220;Il giallo, il noir è commercialmente al potere, è il genere letterario che vende, che funziona più di tutti. Perché vergognarsene? Perché vi nascondete dietro un dito? Accettate serenamente questo fatto. Sappiate assumervi le responsabilità di essere arrivati al potere. Scrivendo di morti e ammazzamenti e investigatori e brividi si piglia più pubblico.&#8221; Come commentereste questa affermazione?</p>
<p>DAZIERI. E adesso che abbiamo il potere che ne facciamo?<br />
DE MICHELIS. Faccio fatica a commentare la provocazione di Scarpa perché mi sfugge chi è che si vergognerebbe e si nasconderebbe, e a quali responsabilità alluda (io l&#8217;unica responsabilità che sento è quella di pubblicare buoni libri, che non piglino per il culo il lettore. Se ci riesco sono contento).<br />
Quanto al fatto che a scrivere di omicidi si attirino più lettori che non a comporre eleganti ghirigori sulle crisi esistenziali di intellettuali di mezza età intenti alla contemplazione del proprio ombelico, c&#8217;è davvero bisogno di spiegarne i motivi?<br />
BIONDILLO. In effetti Scarpa ha ragione da vendere: il genere ha vinto, il noir è al potere, il giallo vende. Sottoscrivo, riga per riga tutto il suo sfogo caustico. Ma manca però qualcosa. Perché? Cioè: perché, oggi, qui ed ora, il genere ha vinto? Solo perché “vende”? Vendeva anche prima, quando era solo roba da estrarre dalla tasca dei pantaloni e leggere sul tram, per perder tempo lungo la strada verso il posto di lavoro. Perché, oggi, c’è una intera generazione di scrittori in Italia che sente di doversi esprimere attraverso il genere? Questa è la vera domanda da porci.<br />
Per me non è, semplicemente, una questione di moda. E’ che oggi il patto fra il lettore e lo scrittore per la descrizione e la decrittazione del mondo passa per il genere noir. Domani non so. Domani potremmo capire la nostra contemporaneità attraverso altre forme di scrittura (o di media espressivi). Oggi è “l’indagine” sulla realtà (che poi, a ben vedere è questo: noir, gialli, polizieschi, thriller: è “l’indagine” che li tiene insieme) che ci descrive, al meglio, il desiderio di realtà, di comprensione della realtà, che viviamo.<br />
MONTANARI. Ha ragione. Andrebbe aggiunta al quadro anche la narrativuccia pseudosentimentale. Quella è proprio inaffondabile.<br />
CARABBA. Ha ragione, è chiaro. Il giallo, il noir, forse hanno salvato la letteratura italiana. Il che non sarebbe poco,  fosse vero. Alcuni dei maggiori autori italiani scrivono gialli che leggo avidamente.  Ma adesso le regole del genere, che io ignoro, rischiano di diventare uno strumento di restaurazione stilistica e morale.<br />
DE CATALDO.. E chi si vergogna? Io sono serenissimo! Forse che &#8220;pigliare&#8221; il pubblico è disdicevole? C&#8217;è qualche testo sacro o manuale di galateo autoriale che imponga di produrre scritti noiosi e possibilmente concepiti allo scopo di allontanare il lettore?<br />
CILENTO.. Che Scarpa ha ragione. Ma la cosa che forse cerchiamo di dimenticare è che è sempre stato così: Eugene Sue coi Misteri di Parigi vendeva quel che Hugo non poteva vendere. E Poe interessa gli adolescenti di ogni generazione assai più di Manzoni. Agatha Cristhie ha sempre avuto più successo commerciale di Henry James.<br />
NOTE BIOGRAFICHE</p>
<p>Sandrone Dazieri è nato a Cremona nel 1964. Ha scritto diversi racconti di fantascienza: è stato tra gli autori di Antologia Cyberpunk (“Shake”). Ha inoltre pubblicato Italia overground (“Castelvecchi”), i due romanzi della serie del Gorilla (Attenti al gorilla, “Oscar Mondadori”, e La cura del gorilla, “Einaudi Stile Libero”). Molti suoi racconti sono presenti in diverse antologie di noir italiano, tra cui Italia odia (“Piccola Biblioteca Oscar Mondadori”), Il giallo e l&#8217;impegno (“Micromega”). I suoi romanzi sono stati pubblicati con ottimo successo di pubblico e critica in Francia e in Germania. Attualmente è il direttore editoriale della collana &#8220;Il Giallo Mondadori&#8221;.</p>
<p>Jacopo De Michelis è nato a Milano nel 1968. Collabora con diverse case editrici come consulente e traduttore e cura per “Marsilio” la collana noir &#8220;Black&#8221; (http://www.marsilioblack.tk). Nel 1998 ha curato l&#8217;antologia Cuore nero. Geografie del noir (ed. “Fernandel”).</p>
<p>Gianni Biondillo ha scritto Pasolini. Il corpo della città (“Unicopli”), e Giovanni Michelucci. Brani di città aperti a tutti (“Testo&amp;Immagine”). Il suo esordio nel campo del romanzo, Per cosa si uccide (“Guanda”), è stato un successo di pubblico e di critica.</p>
<p>Raul Montanari è nato a Bergamo nel 1959, ma vive e lavora a Milano. Ha pubblicato i romanzi Il buio divora la strada (“Leonardo”, 1991), La perfezione (“Feltrinelli”, 1994, 1996, Premio Linea d&#8217;Ombra 1995), Sei tu l&#8217;assassino e Dio ti sta sognando (“Marcos y Marcos”, 1997 e 1998), Che cosa hai fatto (“Baldini &amp; Castaldi”, 2001) e la raccolta di racconti Un bacio al mondo (“Rizzoli” 1998, Selezione Premio Bergamo e Premio Settembrini 1999). Considerato uno dei maggiori traduttori italiani, presso i principali editori ha pubblicato versioni dalle lingue classiche (Sofocle, Seneca) e dall&#8217;inglese (Gurganus, Styron, Greene, P. Roth, Brink, O. Wilde, Cormac McCarthy, fra gli altri).</p>
<p>Enzo Fileno Carabba è nato nel 1966 a Firenze e vive attualmente nella campagna toscana. E&#8217; autore di diversi romanzi, tra cui Jakob Pesciolini (Premio Calvino 1991), La regola del silenzio e La foresta finale, tutti editi da “Einaudi”, nonché di numerosi racconti pubblicati in antologie sia in Italia che all&#8217;estero. Il suo ultimo libro Pessimi segnali, pubblicato in Francia ancora prima che in Italia, nella prestigiosa &#8220;Série Noire&#8221; di “Gallimard” che l&#8217;ha presentato come un romanzo &#8220;perennemente in bilico tra il fou rire di Benigni e l&#8217;angoscia di David Lynch&#8221;, uscirà nell&#8217;autunno 2004 nella collana &#8220;Black&#8221; di “Marsilio”.</p>
<p>Giancarlo De Cataldo, nato a Taranto nel 1956, vive a Roma dove è giudice presso la Corte d&#8217;Assise. Romanziere, saggista, autore di testi per il teatro, la radio e la tv,  ha pubblicato nel 1989 Nero come il cuore per la casa editrice “Interno Giallo”, romanzo che ha ispirato un film diretto da Maurizio Ponzi e interpretato da Giancarlo Giannini. Del 1992 è Minima criminalia &#8211; storie di carcerati e carcerieri (“Manifestolibri”). Nella collana “Einaudi Stile Libero” sono usciti Teneri assassini (2000) e Romanzo criminale (2002).</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/noir-davide-malesi-michele-infante/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il mestiere di scrivere &#8211; due chiacchiere con Tobias Wolff di Davide L. Malesi</title>
		<link>http://www.rivistaorigine.it/conversazioni/tobias-wolff/</link>
		<comments>http://www.rivistaorigine.it/conversazioni/tobias-wolff/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 13:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rivista Origine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conversazioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistaorigine.it/?p=1417</guid>
		<description><![CDATA[Tobias Wolff vive a New York e insegna alla Stanford University. E’ considerato il più importante autore americano di Short Stories ed è stato paragonato a Carver e Cheever. Nel 1994 ha ricevuto il Pen/Faulkner Award per il miglior romanzo per &#8220;The Barracks Thief&#8221;, una storia ambientata durante la guerra del Vietnam. Il suo libro&#160;<a href="http://www.rivistaorigine.it/conversazioni/tobias-wolff/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tobias Wolff vive a New York e insegna alla Stanford University. E’ considerato il più importante autore americano di Short Stories ed è stato paragonato a Carver e Cheever. Nel 1994 ha ricevuto il Pen/Faulkner Award per il miglior romanzo per &#8220;The Barracks Thief&#8221;, una storia ambientata durante la guerra del Vietnam. Il suo libro di memorie Nell’esercito del Faraone, che narra la sua partecipazione a quel conflitto, è stato finalista al Booker Prize. In Italia sono stati tradotti i seguenti libri: &#8220;Nell&#8217;esercito del Faraone&#8221;, &#8220;Un vero bugiardo! (da cui è stato tratto un film con Robert De Niro ed Ellen Barkin), &#8220;Il colpevole&#8221; e la raccolta di racconti &#8220;Proprio quella notte&#8221;.</p>
<p><em><strong>Qualche consiglio per costruire un buon racconto?</strong></em><br />
Non c&#8217;è molto da consigliare. A scrivere non si insegna. Tutto ciò che si può insegnare è l&#8217;umiltà di correggere e ricorreggere il proprio lavoro &#8211; essere, in un certo senso, editor di se stessi fin dalla stesura del manoscritto. Poi bisogna impegnarsi nella ricerca di uno stile proprio. Ma questo lo si può fare solo scrivendo e riscrivendo: e dunque lottando contro le insufficienze dei primi tentativi. Infine, conoscere bene quel che si vuol raccontare.</p>
<p><em><strong>Sei considerato dalla critica un &#8220;maestro della Short Story&#8221;. Cosa significa questo per te?</strong></em><br />
Non molto in verità. La Short Story non è un genere come può esserlo il thriller o il racconto di nonfiction. E&#8217; piuttosto un ambito, uno scenario. Oserei dire: un tipo di percorso. Ha una sua lunghezza e delle sue regole, che poi sono abbastanza semplici. Io poi non posso dire di &#8220;avere scelto&#8221; la Short Story: solo, ho iniziato a scrivere racconti brevi perché in un certo periodo non avevo tempo di scrivere nient&#8217;altro. Per uno scrittore, scrivere racconti è uno svantaggio nei confronti del pubblico: la gente è più abituata ai romanzi, poi spesso i racconti finiscono in modo imprevisto o, quel che è peggio per il lettore, quello che proprio non sopporta, finiscono in modo impreciso.</p>
<p><em><strong>Puoi spiegarti meglio?</strong></em><br />
Gli equilibri turbati nel corso della vicenda non sono ristabiliti con la stessa chiarezza come di regola avviene in un romanzo. La gente legge un racconto di Carver o Maupassant &#8211; il racconto finisce e loro si chiedono: e allora, cosa succede dopo? Ma non è questo il punto, non credi?</p>
<p><em><strong>Un racconto esemplare che consiglieresti come modello a chi si sta facendo la ossa con la scrittura?</strong></em><br />
Dipende. Non c&#8217;è &#8220;un&#8221; racconto che sia utile a tutti. Bisogna leggerne molti, è l&#8217;unica via. Se uno non ha gran tempo per leggere, forse dovrebbe concentrarsi su autori ricchi di umanità ma che non sconfinano nel pietismo, nella contemplazione gratuita del dramma. Come Cechov e Puskin.</p>
<p><em><strong>Tu hai scritto un libro sulla tua esperienza nella guerra in Vietnam, &#8220;Nell&#8217;esercito del Faraone&#8221;. Leggendolo, ho pensato fin dal primo momento che era un libro fatto di storie e di dettagli piuttosto che uno sguardo d&#8217;insieme. Ne convieni?</strong></em><br />
Sono d&#8217;accordo con te. Questo non lo considero un difetto del libro: raccontare ciò che si è vissuto in guerra è sempre una sfida con la propria limitata visione delle cose nel contesto di una tragedia. Forse il limite di molti libri sul Vietnam è che hanno raccontato quella guerra come una tragedia americana, una tragedia della nostra coscienza. Il fatto di essere in parte ebreo e in parte irlandese forse mi ha dato un certo distacco &#8211; mentre scrivevo il libro. Il Vietnam non è stata solo una nostra tragedia come, se vuoi, la Guerra Civile americana. Ma non voglio sconfinare nella politica: quello che c&#8217;è in &#8220;Nell&#8217;esercito del Faraone&#8221; è solo la mia esperienza.</p>
<p><em><strong>Che nel libro si spinge oltre gli accadimenti della guerra, fino al tuo ritorno in patria&#8230;</strong></em><br />
Sì. Credo che quella parte sia importante. Mi ero arruolato nelle Special Forces con molta leggerezza, come per sfuggire a qualcosa. Se un racconto di quella mia esperienza deve esistere, allora che sia alla presenza dei miei fantasmi &#8211; di quello a cui avevo tentato di sfuggire.</p>
<p>C&#8217;è un gran bel passaggio sulla scrittura proprio in quel libro. &#8220;La prassi della scrittura mi procurava un piacere immediato. Era il piacere di trovarmi dentro le parole, e di riordinarle, soppesandole una a una. E il piacere di immaginare la storia, la sensazione che potesse alla fine significare qualcosa. E soprattutto ero felice di scoprire che riuscivo a scrivere, comunque. Chi scrive lavora per un risultato che ci vorranno anni a ottenere, e che non è neppure certo. La scrittura esige queste cose, che poi restituisce con l&#8217;interesse: una forma di sorpresa che incoraggia a proseguire. Ogni nuova parola che scrivevo mi salvava la vita e io ne ero consapevole&#8230; &#8221; Quando hai deciso di diventare uno scrittore?<br />
A 14 a 15 anni. E dopo neanche per un istante ho mai pensato che avrei fatto un qualche altro mestiere. Ne ho fatti molti, ma erano tutti mestieri di passaggio &#8211; cose che facevo con l&#8217;idea fissa in testa di fare prima o poi lo scrittore e basta.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistaorigine.it/conversazioni/tobias-wolff/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LA CAPRIA E LA NARRATIVITA’. ANCORA SU ‘FERITO A MORTE’ di Emma Giammattei</title>
		<link>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/la-capria-emma-giammattei/</link>
		<comments>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/la-capria-emma-giammattei/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 12:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rivista Origine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sociologia della letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistaorigine.it/?p=1403</guid>
		<description><![CDATA[Le forme del tempo sono la preda che ogni storico vuole catturare. Nell&#8217;ambito della storia della letteratura, intorno all&#8217;opera-evento la tradizione formale si costituisce come una continuità di progressive soluzioni di continuità, dove la persistenza è piuttosto demandata alla coscienza delle modalità e delle tecniche con le quali risolvere il problema, sempre diverso e sempre&#160;<a href="http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/la-capria-emma-giammattei/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le forme del tempo sono la preda che ogni storico vuole catturare. Nell&#8217;ambito della storia della letteratura, intorno all&#8217;opera-evento la tradizione formale si costituisce come una continuità di progressive soluzioni di continuità, dove la persistenza è piuttosto demandata alla coscienza delle modalità e delle tecniche con le quali risolvere il problema, sempre diverso e sempre identico, dell&#8217;arte. Peraltro non è inutile ricordare che il grande scrittore modifica retroattivamente la tradizione nella quale si inscrive; ma è anche vero che quella tradizione rappresenta per l&#8217;artista una forza che lo condiziona, sia che egli la accolga sia che vi si ribelli.<br />
L&#8217;apparire di un&#8217;opera letteraria significativa, com’è certamente il romanzo di Raffaele La Capria Ferito a Morte, uscito quarant’anni fa, nel 1961, provoca ogni volta queste o consimili riflessioni di carattere generale, perché essa si manifesta dentro il suo tempo e fuori di esso. E allora anche una critica immanente non può non considerare il testo nella prospettiva storica, all’interno di una sequenza formale di lunga durata che il testo ultimo sommuove e, per dir così, risveglia. E per sequenza si vuole intendere l&#8217;accezione circoscritta di una &#8220;rete storica di ripetizioni gradualmente modificate di uno stesso tratto&#8221; (G.Kubler, La forma del tempo, Torino, Einaudi, 1976, p.48).<br />
Nel romanzo di La Capria risulta infatti riconoscibile, ad una rilettura contemporanea, una soglia: il momento della intersezione e sovrapposizione fra il modello narrativo ‘napoletano’ e la tradizione del Novecento, anzi, si vorrebbe precisare, inaugurata nel primo Novecento. Nel romanzo da una parte ritorna, come negazione-variazione, il grande realismo urbano della linea Serao-Di Giacomo, ma già passato al filtro straniante dei Tre operai di Bernari del 1931. Dall’altra, la sintassi narrativa si appropria delle forme della difficoltosa effabilità del moderno, attraverso gli elementi, già segnalati dalla critica, della concentrazione nominale – tesa alla dissoluzione dei piani temporali indicati dal verbo –, della polifonia e della evocazione del parlato, ma soprattutto della paratassi dell’assurdo quotidiano, l’assurdo, ha scritto Contini, della percezione franta e discontinua della realtà. Questo processo di sovrapposizione e fusione tra due linee culturali è molto evidente nella esecuzione linguistica, fra parole gergali tradotte o non tradotte (“piede marino” bebbé guaglione etc.), epiteti familiari, impasto lessicale lingua-dialetto tipico del parlato borghese, quasi uno slang connotativo (ad es. “saper portare il danaro”).<br />
Ciò che resiste e fa l’incanto della pagina, in questo romanzo, è la prosodia discensionale della lingua napoletana che s’innesta nella dilatazione dell’italiano verso una grammatica ‘aperta’, qui sorretta non già da articolazioni sintattiche ma da una potente rete metrica, dalla qualità del poema-in-prosa.<br />
Già, la forza di Ferito a morte non è solo nella capacità di risvegliare il grande tema della malattia che è nel titolo, e di rappresentare l’impossibilità della forma del “romanzo-di-formazione”: ormai, si sa, la scelta dinanzi alla quale la società sembra porre l’individuo è quella, così bene percepita dal giovane protagonista, di rimanere bambino, o diventare come gli altri. E ci sono i temi dalla forte carica mitografica del viaggio e del ritorno, anche in questo caso all’insegna di una impossibile telemachia. C’è inoltre la nascosta dimensione epistolare, la lettera di Gaetano a Massimo, dallo spazio della Storia, che ad intermittenza scandisce il testo, è poi l’unica immagine scritta sulla quale si affaccia vertiginosamente l’universale parlato-recitato del romanzo, tra chiacchiericcio e sussurro.<br />
E la trama principale è ancora una volta Napoli, vera roccaforte dell’immaginario che viene da La Capria evocata e contraddetta, sottoposta ad una sorta di spaesamento funzionale, sia perché circoscritta e portata verso il mare, sottratta al “gomitolo di strade” di tanta narrativa non solo ottocentesca, sia soprattutto per il tramite di una tecnica del punto di vista narrativo che definiremo del personaggio-rifrattore. Tutto, in questo romanzo, è detto da qualcuno e poi ascoltato rivissuto ripetuto citato sognato in una travolgente trenodia che arriva dopo, ad azione centrale negativa, l’Occasione Mancata, avvenuta prima, e fuori scena. E quindi anche il discorso critico su Napoli, sul “metallo traditore”, l’oro di Napoli, che il narratore reale, al pari di tanti altri, pure ha deciso di maneggiare, entra nel flusso di parole che accerchia e sequestra il protagonista in uno spazio dall’apparenza naturale, in verità storico: l’azzurro indeclinabile di una “bella giornata” che attraversa, essa, non realmente vissuta, il protagonista. Non a caso, il luogo da cui proviene la scrittura è uno spazio notturno, chiuso, orizzontale, la stanza di una reverie che scompiglia i dati e le cose nel momento in cui li assume, e contagia, continuamente de-realizzandola, la veglia, la quale dovrebbe essere, diceva Pascal, “un sogno un po’ meno incostante”.<br />
Autobiografismo e saggismo costituiscono certo le forme privilegiate qui dall’autore; ma risulta per noi essenziale il punto di fusione, da ricercare in una intonazione di tipo lirico-cantabile &#8211; Il vento che ti sfiora, mai, mai più ritornerà” &#8211; che tiene il testo al riparo dall’intellettualismo di pagine che in seguito La Capria, ovvero la sua intelligenza ipermetrope, ha offerto al lettore. Il medesimo ufficio ricopre l’uso della maiuscola, tipico anche della Ortese, a promuovere il passaggio continuo da un livello referenziale e realistico ad uno metaforico e allegorico.<br />
Se si tiene presente il silenzio fra il primo romanzo Un giorno d’impazienza – un cartone preparatorio che meriterebbe una ristampa – e Ferito a morte e tra questo testo e tutta l’opera saggistica ed autocommentativa di cui Lo stile dell’anitra rappresenta la prova più recente, si può forse meglio intendere il carattere complesso e sostanzialmente tragico di questa scrittura. Infine, per quanto concerne Napoli, la sua tradizione letteraria, e in particolare la volontà dello scrittore di sottrarsi alla cosiddetta napoletanità, a noi vien fatto di paragonare La Capria a quel protagonista del celebre racconto di Chesterton, Manalive, il quale era fuggito dalla sua casa per il bisogno di ritrovarla, perché non poteva sopportare di esserne lontano.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/la-capria-emma-giammattei/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>IL LUSSO DI LEGGERE  di Domenico De Masi</title>
		<link>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/domenico-de-masi/</link>
		<comments>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/domenico-de-masi/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 12:26:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rivista Origine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Sociologia della letteratura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistaorigine.it/?p=1395</guid>
		<description><![CDATA[Come si sa, verso la fine della sua vita, Flaubert concepì un&#8217;opera globale, una sorta di rassegna critica di tutte le idee moderne. Essendo un artista e non un pensatore, per nostra fortuna scrisse un romanzo e non un saggio. La composizione di Bouvard et Pécuchet occupò sei anni e, ciò nonostante, rimase incompiuta: come&#160;<a href="http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/domenico-de-masi/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come si sa, verso la fine della sua vita, Flaubert concepì un&#8217;opera globale,<br />
una sorta di rassegna critica di tutte le idee moderne. Essendo un artista e<br />
non un pensatore, per nostra fortuna scrisse un romanzo e non un saggio. La<br />
composizione di Bouvard et Pécuchet occupò sei anni e, ciò nonostante,<br />
rimase incompiuta: come tutte le scritture; come tutte le letture.<br />
La trama è nota: due copisti, molto amici tra loro, ricevono una cospicua<br />
eredità e si ritirano in campagna con l&#8217;intenzione di acculturarsi leggendo<br />
di tutto. Poiché poco dotati, nulla capiscono di ciò che leggono e, dopo una<br />
trentina d&#8217;anni, delusi, comprano una doppia scrivania e tornano al loro<br />
primitivo mestiere di scrivani. Piuttosto che leggere, preferiscono<br />
scrivere.<br />
Si dice che, per meglio mettersi nei panni dei suoi due personaggi poveri di<br />
spirito, Flaubert leggesse a sua volta oltre mille trattati d&#8217;ogni genere:<br />
dall&#8217;agronomia alla pedagogia, dalla fisica alla metafisica, sempre<br />
sforzandosi di nulla capire. Emile Foguet ha commentato questo antefatto del<br />
romanzo acutamente osservando che &#8220;se uno si ostina a leggere dal punto di<br />
vista di uno che legge senza capire, in pochissimo tempo arriva a non capire<br />
assolutamente nulla e ad essere ottuso per conto suo&#8221;.<br />
Forse proprio per salvarsi dal contagio di una irreparabile mediocrità,<br />
Flaubert, dopo sette capitoli in cui i suoi stupidi copisti tentavano<br />
inconsapevolmente di istupidirlo, decise improvvisamente di rovesciare la<br />
situazione: all&#8217;ottavo capitolo è lui, genio, che li fa diventare<br />
improvvisamente geniali. Cinque anni di convivenza hanno trasformato i<br />
personaggi nel loro autore, il quale, con una frase rimasta celebre, nota<br />
che, a furia di leggere, &#8220;essi avevano finalmente conquistato la virtù<br />
incresciosa di riconoscere a prima vista l&#8217;idiozia e di non riuscire più a<br />
tollerarla&#8221;.<br />
Non sapremo mai se le cose sono andate veramente così ma così ce le<br />
racconta, forse romanzandole, il sulfureo Jorge Luis Borges in una raccolta<br />
del 1932 titolata Discusiòn. E a noi così piace che le cose siano andate,<br />
perché solo così vanno a comporsi in una sorta di parabola della lettura e<br />
del leggere.<br />
Perché ci ostiniamo a leggere? perché consideriamo il tasso di lettori come<br />
indice di civiltà? Semplicemente perché leggere è un lusso. E&#8217; il lusso.<br />
Il lusso consisteva ieri nell&#8217;ostentazione di cose rare e vistose; consiste<br />
oggi nel godimento di cose rare ma invisibili. Secondo Hans Magnus<br />
Henzensberger sei sarebbero le cose veramente rare oggigiorno (il tempo, lo<br />
spazio, l&#8217;autonomia, il silenzio, l&#8217;aria pulita e la sicurezza) cui, di mio,<br />
aggiungerei la creatività e la convivialità. E la lettura: che ogni altra<br />
forma di lusso presuppone e comprende, consentendo al lettore di attingere<br />
la decima e suprema forma di lusso: l&#8217;attitudine, appunto, di riconoscere a<br />
prima vista la mediocrità e di non riuscire a tollerarla.<br />
&#8220;Al monologo con mia moglie -diceva Carl Kraus- preferisco il dialogo con me<br />
stesso&#8221;. La lettura facilita questo dialogo e lo moltiplica includendo tra i<br />
nostri interlocutori, accanto a noi stessi, anche l&#8217;autore del libro e i<br />
suoi personaggi.<br />
Nella lettura tutti i sensi tacciono. L&#8217;udito, il tatto, l&#8217;olfatto, il gusto<br />
si fanno da parte e cedono il passo alla vista che, concentrandosi sulla<br />
pagina, crea un rapporto diretto tra l&#8217;autore, il libro, l&#8217;occhio e la mente<br />
del lettore, senza altra intermediazione che la fantasia di quest&#8217;ultimo.<br />
Ancora più densa è questa concentrazione quando si legge un testo teatrale.<br />
Allora avviene qualcosa di analogo a ciò che Moravia intravedeva nella<br />
psicologia del marchese de Sade: &#8220;Una strana saldatura di parti per solito<br />
lontane l&#8217;una dall&#8217;altra, un po&#8217; come di un sistema digerente nel quale lo<br />
stomaco sia amputato e l&#8217;intestino collegato direttamente con l&#8217;esofago&#8221;.<br />
Quando ci si abbandona alla gioia ineguagliabile della lettura di un testo<br />
teatrale, la vicenda narrata dall&#8217;autore e quella immaginata dal lettore si<br />
saldano senza l&#8217;intermediazione ingombrante di attori, scene, regia e<br />
pubblico circostante.<br />
Questa volta non è il regista a decidere i tempi e i modi della<br />
rappresentazione, né lo scenografo a decidere i colori, i costumi, le<br />
suppellettili. Questa volta è il lettore che si appropria di tutti i ruoli,<br />
che può rallentare o accelerare l&#8217;azione, che può alzare o calare le luci e<br />
i colori senza i condizionamenti del palcoscenico, degli interlocutori,<br />
delle musiche, degli elettricisti.<br />
Questa volta, soprattutto, è il lettore che, senza i noiosi tempi tecnici<br />
imposti dai cambiamenti di scena, può passare disinvoltamente da un livello<br />
all&#8217;altro della realtà descritta nel copione che scorre sotto i suoi occhi.<br />
Ricordate Sogno di una notte di mezza estate? come nota Calvino, vi sono<br />
almeno cinque livelli di realtà in quel copione: vi è il livello dei<br />
personaggi di rango elevato della corte di Teseo e di Ippolita; vi è il<br />
livello dei personaggi soprannaturali (Tania, Oberon, Puck); vi è il livello<br />
dei personaggi comici plebei (Botton e compagni); vi è il livello del regno<br />
animale in cui entra Bottom con la sua metamorfosi asinina; e vi è in fine<br />
il meta-teatro offerto dal dramma di Piramo e Tsibe. Pensate con quanta più<br />
disinvoltura chi legge il testo in casa propria può vagare da un livello<br />
all&#8217;altro, rispetto a chi, seduto in un palco del teatro, è inchiodato alle<br />
decisioni sceniche del regista.<br />
Ricordate l&#8217;Amleto? qui i livelli di realtà diventano sei, come rinota<br />
Calvino: il livello dei valori arcaici e cavallereschi rappresentati dal<br />
fantasma del padre di Amleto che invoca giustizia; il livello realistico del<br />
marcio in Danimarca rappresentato dalla corte di Elsinore; il livello della<br />
coscienza psicologica rappresentato dall&#8217;interiorità di Amleto, il livello<br />
del mascheramento linguistico rappresentato dalla follia simulata di Amleto,<br />
in cui Polonio scorge del metodo; il livello della follia vera prodotta<br />
dalla follia simulata, rappresentato dal suicidio di Ofelia; il livello del<br />
meta-teatro, rappresentato dai teatranti cui Amleto affida la sua denunzia.<br />
Solo chi legge un copione può vagare tra pagine e livelli; può accelerare e<br />
rallentare i ritmi della rappresentazione; può smettere e riprendere a suo<br />
piacimento perché è l&#8217;unico a condividere con l&#8217;autore il piacere assoluto<br />
del testo. Piacere: che è ragione, sentimento e fantasia..</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/domenico-de-masi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>IL FIELE IBLEO di Gesualdo Bufalino</title>
		<link>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/gesualdo-bufalino/</link>
		<comments>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/gesualdo-bufalino/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 10:37:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rivista Origine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistaorigine.it/?p=1381</guid>
		<description><![CDATA[Come cambia da un anno all’altro la nostra calligrafia. Non c’è crisi dell’esistenza, non c’è riga della carne e del cuore che il sismografo dei suoi scarabocchi non registri con fedeltà. Lì per lì non ci badiamo o fingiamo di non badarci: troppo occupati a correre la nostra corsa; troppo timorosi di dover leggere nel&#160;<a href="http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/gesualdo-bufalino/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come cambia da un anno all’altro la nostra calligrafia. Non c’è crisi dell’esistenza, non c’è riga della carne e del cuore che il sismografo dei suoi scarabocchi non registri con fedeltà. Lì per lì non ci badiamo o fingiamo di non badarci: troppo occupati a correre la nostra corsa; troppo timorosi di dover leggere nel progressivo turbarsi dei segni un micidiale responso. Finché un mattino, frugando tra il ciarpame d’una soffitta, ripeschiamo uno scartafaccio di scuola che nei caratteri acerbi, malamente decifrabili sotto l’inchiostro sbiadito, risuscita luci, accenti e colori, insomma l’invidiato fantasma di una stagione che fu.<br />
È un quaderno di traduzioni, dalla copertina littoria, irta di baionette. Aperto a caso, ripete sillabe miti: «O fortunato vecchio… qui dal vicino confine la siepe di sempre, donde le api iblee succhiano il fiore dei salici, con lieve lieve sussurro t’invoglierà le palpebre al sonno…»<br />
È Virgilio, naturalmente, il pio, liceale Virgilio. Ma quella pagina c’inorgoglì, sedicenni, quando scoprimmo che i monti Iblei dell’antica Bucolica erano gli stessi, copiosi d’ombre e di nidi, familiari alle nostre gite; e che l’ape, entrata or ora dalla finestra, è ardita di pungere fra mille strilli il collo della molto bruna Evelina, era sorella, dopo duemil’anni, di quell’altra, ronzante di dattili, sulle labbra di Melibeo…<br />
Bene, e con ciò? Virgilio non era mai sceso quaggiù, a osservare da presso le api iblee, né l’epiteto possedeva gran peso: iblee le api, pario il marmo, ircana la tigre… Sennonché, a sedici anni, si fa presto a darsi merito di qualunque gloriuzza municipale… e d’altro canto, la musica di quei versi, pasciuta e dolce, s’accordava a tal punto con la musica del sangue dentro di noi, con flutto di succhi umidi e caldi che ci cresceva nell’inguine, col miele di gioventù che ci saziava la bocca…<br />
Fortunate senex… Ho tirato giù da un palchetto il testo latino son tornato a scandirlo secondo il mio gusto nativo per le nobili prosodie. Oh, tranquillante cantilena, melliflua tisana, da sorbirne cucchiaiate prima d’addormentarsi! Serenol, Ansiolin non saprebbero lasciarmi meglio le logore corde dei nervi. Mi verrebbe voglia, uno di questi giorni, di salire lassù sui monti, a cercarvi anch’io un’ombra di siepe, un capezzale di foglie, un murmure d’api, sperandole pacifiche come al tempo delle Sicelidi Muse. Verrebbe voglia, sì, a patto che fra Avola e Monterosso, fra Palazzolo e Sortino ci fossero i folti boschi di allora, ci fossero arnie in legno di ferula e patriarchi mielari dalle mani di mago; a patto che si potesse, come da ragazzi, arrampicarsi per un viottolo erto, fra muraglioni di sasso, così rigidi da escludere qualunque vista tranne la vista del cielo… S’andava in silenzio, vedendosi sul capo incombere il volume d’una nuvola, una lattea polpa d’aria, turgida, quasi tangibile, solo a salire l’uno sulle spalle dell’altro… S’udivano invisibili ruote stridere per la scarpata, un blues di carrettieri immalinconire il passo dei muli e perdersi in lontananza… Nella pace di dopo la scena pareva disporsi a un rito radioso, l’avvampo del sole sciogliersi dalle fibre della terra e comunicarsi alle nostre. Taluno, in un eccesso d’ebbrezza, si morsicò la mano fino a farla sanguinare.</p>
<p>Non mi rassegno. Alla mia personale decadenza e fine m’abituo senza fatica, la giudico pertinente, perfino benefica: la necessaria foce d’un fiume stanco. Ma al tradimento delle cose non mi rassegno. Vederle deperire e sparire, ingoiate da una fauce impaziente, ad una velocità quale mai s’ è vista nella storia di tutte le storie… Assistere a scempi che in una notte dissolvono in cenere il peculio di un’eredità millenaria… Ciò denunzia un’ingiustizia e un’infamia che subirei tuttavia a capo chino, se le sapessi inscritte nella sorte dell’uomo e non, invece, opera capricciosa delle sue mani, figlie occhiute della sua cecità e cupidigia, del suo disprezzo per ogni più inerme sembianza della natura: un’erba, una fonte, una pianta…</p>
<p>Domenica sera. Passa sotto i miei balconi una turba d’ottusi. Dietro di loro paletti divelti, graffiti sconci, aiuole uccise… Festeggiano il Milan e prosit: uno scudetto val bene una messa; magari del diavolo, in omaggio al nomignolo della squadra… Ma gli altri? Quelli che vanno di notte, armati di benzina e fiammiferi, su per le balze del Cozzo d’Apollo, e appiccano il fuoco alle radici superstiti, cosa li spinge? Il calcolo &#8211; mi sussurrano &#8211; di convertire un carrubeto infruttifero in un seminato venale; oppure di disboscare al solo scopo di estorcere alla Regione danari per rimboschire. Sarà, non c’è ragione di dubitarne. Così come è dubitabile che il miele nei barattoli dei supermercati si offra ai nostri carrelli più comodo dell’altro, di rustica fattura raccolto nelle giare dei mielari. Ma ne sopravvive qualcuno, dalle parti di Pantalica, erede del vegliardo Blandano? E sui bastioni ormai brulli dei monti, il timo e la zagara distillano ancora nel grembo l’impareggiabile nettare? Sciami si vedono sempre più raramente volteggiare sui prati alla cerca… e quand’anche, basta a metterle in fuga dai tornanti vicini la mal’aria d’un tubo di scappamento…<br />
Mi torna in mente un proverbio d’infanzia, della gente di qui: Cu agghiutti feli nun sputa meli. Cioè: “Chi inghiotte fiele, non sputa miele…” e vorrà dire, volgendolo al morale, che non si deve pretendere gentilezza da chi ha masticato amaro tutta la vita. Epperò anche il significato letterale funziona: non poter più resistere officine del miele, là dove il cielo è di fumo, e chiazze di calce e gesso insozzano il verde, e il sentimento comune dall’alba al tramonto è la collera. Non più luogo di miele, gl’Iblei, ma luogo di fiele. Gl’Iblei come la Sicilia; la Sicilia come l’Italia; L’Italia come la terra… [•]</p>
<p>***</p>
<p>IL CARTELLONE TERZO</p>
<p>Come Guerrino si prese per scudiero un uomo di molte favelle e gli pose nome Babele.</p>
<p>Veloci nuvole correvano in cielo, portandosi l’ultima luce. Guerrino smontò di cavallo, si spogliò l’armi ed entrò nell’acqua a bagnarsi. Ne emerse livido per la freddura, senza forza né altro desiderio che di dormire. Allora si volse intorno, se mai trovasse un rifugio. Un colore di viola uguagliava tutte le viste: sabbia, cielo, mare, canne presso la foce… Ma non tanto che non si scoprisse in secco sulla riva, un barcone capovolto e, poco più in là, contesta di poche, povere assi, una capannuccia di pescatore. Vi corre Guerrino, per il segno di fumo che se ne leva e vi bussa tre volte con il pomo della spada. Alla terza una mischia di suoni astrusi in questo modo lo assale: «Quien est ka ianua tappulia? Quien erkett na mu ghiurefsi afitia?».<br />
S’era aperto l’uscio, frattanto e sulla soglia un uomo era apparso, abbastanza carico d’anni, pallido di squallore e d’inedia. Al quale il Meschino:<br />
«Che enigmi sono questi? Fatti capire, ti prego».<br />
Ma l’altro:<br />
«Isela ma e ssodzo. E mira nu ena na psero oles e glosse, sed nadie me entiende. Per qu’ieu fauc iustat los motz e los languatges».<br />
Stupefatto dal nuovo parlare non meno arcano del primo, Guerrino considerava le sembianze macilente dell’uomo e non ardiva altre domande, bensì dimostrava con gli atti bisogno di cibo, di caldo, di letto. Quegli non fu tardo ad accorgersi e se lo trasse dentro, al chiuso, lo spinse a sedere vicino al fuoco, spartì con lui una magra cena di ulive. Poi alla curiosità e meraviglia che leggeva negli occhi del commensale, per cenni, da mutolo a sordo, rispose. Allargò con le mani il mucchio di cenere che aveva davanti e, come su una lavagna, con una punta di stecco prese a delinearvi, scena per scena, una storia o leggenda o passione che tutto faceva credere fosse la sua.<br />
Finse all’inizio una torre, alta tanto che la cima pareva perdersene fra le stelle; e figurò gli operai al lavoro con badili, cazzuole, ponteggi; e descrisse zuffe fra loro all’improvviso, con bocche inutilmente aperte, occhi stravolti dal furore di non capirsi, di non capire. Infine scelse fra tante l’immagine d’un bambino che in un canto pareva turarsi le orecchie per non intendere; murarsi gli occhi per non vedere…<br />
L’uomo si batté sul petto e, indicando ai piedi del folle edifizio: «Sono io» pareva volesse dire, aggiungendo al gesto poche sillabe strane, che potevano essere, forse erano, un nome: ziqqurat…<br />
Mai Guerrino aveva provato tanto sconcerto. Portava gli occhi a vicenda ora sul bambino del disegno ora sul vecchio pescatore, né si convinceva che fossero la medesima persona, tanto diluvio di secoli era trascorso dall’antico scandalo delle lingue. “Un discendente di quelli dubitava”. O non piuttosto un frenetico di nuova specie?”. In questo secondo supposto s’acquietò, con pazienza aspettando che l’uomo discendesse dai motti oscuri di prima verso il segno del comune intelletto. Quando ciò avvenne: «Fac me salvum, tolle me tecum» furono le agevoli proposizioni che finalmente udì uscire a colui dalle labbra. Una preghiera che risolse immantinente di accogliere, talché volle l’uomo per scudiero e lo battezzò Babele….</p>
<p>Ciò che al Meschino dissero gli alberi del sole. </p>
<p>… Il secondo giorno trovarono una pianura con tre mura di monti attorno e tre porte, l’una verso levante, l’altra verso ponente e l’ultima verso australe. Da queste altrettanti venti entravano che percotevano insieme un sol punto, mescendosi in modo che ne nascesse una bufera in forma di tromba marina. Dentro la quale, guardando fisso, poteva da taluno ammirarsi un viso d’uomo che piange.<br />
“Un diavolo” pensò Guerrino e si segnò, ma l’immagine non disparve, bensì s’attorceva e scompigliava nell’aria… Non altrimenti nei nostri sogni un sembiante informe talvolta s’accampa, che ha il colore del vuoto e ondeggia pigramente in quel vuoto.</p>
<p>Guerrino trasse la spada e camminò verso il turbine, mentre Babele restava indietro a coprirgli le spalle. Solo che ad ogni passo del paladino la colonna d’aria pareva sottrarsi e sfuggirgli, finché non cadde del tutto, lasciando al suo posto apparire un tempio di puro adamante, lungo trenta braccia, alto venti e tutt’intorno ad esso un bosco d’alberi grandi, ciascuno dei quali nei rami contorti e nel tronco ripeteva le braccia e la smorfia della stessa persona piangente. Ad essi Guerrino s’inginocchiò, deposta a terra la spada e giunte in atto di preghiera le mani. Disse allora una voce, che non dagli alberi proveniva, bensì da un punto invisibile e alto:<br />
«Dimmi come tu hai nome».<br />
«Meschino» rispose il Meschino.<br />
La voce disse: «Non è nome vero. Il tuo nome vero è Guerrino. E sei stato battezzato due volte. Tuo padre è un barone cristiano, tu sei di schiatta reale».<br />
Quindi non disse più e Guerrino non chiese più.</p>
<p>Come Guerrino entrò in un’antica città.</p>
<p>«Tusca cataloppa muriza sulicò sulicò!» esclamò incomprensibilmente Babele, tornando al suo vizio antico e indicava frattanto all’orizzonte un ingombro di pietre che non pareva, ma era, chi aguzzasse le ciglia, una città.<br />
«Sarà come dici tu» consentì Guerrino e, dopo aver pensato un istante: «In questo mi piaci, scudiero», riprese; «che, non essendomi dato di contraddirti, nulla potrà mai turbare il nostro pacifico sodalizio!».<br />
Nel dire ciò stranamente rideva. Ed era la prima volta da quando nella culla aveva riso, nascendo, alla madre Fenisia e al genitore Milone…<br />
Procedeva, frattanto, e ad ogni passo la città gli si svelava di più: deserta nella sua vastità e sommersa per metà dalla sabbia, così che solo ne emergessero le moschee e i palazzi più alti. Sabbia gravava a mucchi sui tetti, sabbia colmava cisterne, davanzali e logge; né si vedevano di sorta, ma solo se ne indovinava la traccia, fra le schiere opposite degli edifizi. Che silenzio, poi; che inerzia di tutto! Sebbene fasci di sterpi e malerbe, presi in un giro di vento talvolta turbinassero in aria senza rumore, tornando quindi dopo un poco a posarsi.<br />
Macchiabruna, sotto la duplice soma di Guerrino e di Babele, gli venne la schiuma alla bocca. Tanto che i due risolsero d’andare a piedi. Sempre più affondando, non meno loro due che il quadrupede, nella mobile polta ch’era il lastrico della città.<br />
Pervenne infine, il barone, al monumento che per fastigio e fregi pareva imporsi sugli altri: non altrimenti che fra le sparse vertebre d’un Minotauro un bucranio roso dal tempo… Qui, sul frontone, sculture erano ancora visibili, e scritture di gloria, quali gli antichi scalpellavano, mescolando sul sasso borie di vincitori e smorfie di schiavi, a memoria perenne d’un re.<br />
«Così anche di noi, delle nostre grandezze» mormorò Guerrino, sbriciolando con un dito una scaglia d’arenaria, ma al suo fianco Babele:<br />
«Liskan zurecca croìza» mormorò segnandosi. Quindi a voce più bassa: «Panta nifta skotinì».</p>
<p>Fiero duello con Artillaro. </p>
<p>Quando Guerrino udì la sfida di Artillaro armato, scese dal cavallo e genuflesso pregò Dio che l’aiutasse da un così fiero nemico. Poi arditamente gli corse incontro.<br />
«Dio ti salvi» gli disse, «secondo la tua fede ».<br />
Ma Artillaro: «Io non ti voglio salvo né in questa né in altra vita, ma morto e mangiato dai cani. Atteso che tu sei l’assassino di mio fratello».<br />
«Non assassino», ribatté Guerrino, «ma combattendo corpo a corpo io uccisi Almonida, come ho speranza di fare di te».<br />
Così presero campo e si percossero le aste. Si piegò l’alfana di Artillaro e lo sparse a terra altrettanto avvenne di Macchiabruna, per essersi infranti i pettorali e le cinghie. Sorti i due cavalieri da terra senza vantaggio d’alcuno, Artillaro brandì una mazza di ferro e corse contro la spada avversaria. Vano gli uscì il primo colpo, per una destrezza dell’altro, ma col secondo gli ruppe l’elmo e gli ebbe sbalordita la mente. Un ululo di dolore s’udì nel campo cristiano. Artillaro pose il piede sul petto del Meschino abbattuto e levava al cielo occhi furiosi e felici. Peperò, essendogli venuta meno nello scontro la mazza, tornò all’arcione dell’alfana onde cavarne la spada e così scannare il nemico.<br />
Guerrino era rinvenuto, frattanto, e si vedeva perduto: senza schermo del capo, senz’arme nel pugno… Sennonché ricorse al fianco dove aveva un coltello e in un lampo lo nascose nel pugno. Quindi, al voltarsi d’Artillaro e al suo chinarsi, colse il tempo a risorgere con un balzo e a ficcargli in gola la punta del ferro. Così Artillaro miseramente perì.</p>
<p>Come Antinisca amò Guerrino e Guerrino Antinisca.</p>
<p>L’uccisione d’Artillaro fu cagione che tornassero libere le terre di re Finissauro e s’aprisse la rocca dov’era rimasto a lungo serrato con la sua figliola Antinisca, riducendosi a nutrirsi di formicole, quando non d’uno o altro allocco che per avventura nidificasse lassù. Fu spettacolo grande aprirsi la porta del mastio, con stridore di gangheri, e il vecchio sovrano mostrarsi al popolo in festa, tremulo e smunto, incolto di barba e lacrimoso dopo i mesi dell’amaro assedio… Ma la figliuola, sia che il padre le avesse procacciato il cibo in qualche occulta maniera, sia per la propria invulnerabile gioventù, non apparve sulla soglia meno florida e vaga che se sortisse da un lavacro nuziale…<br />
Biancorosea, dagli occhi grandi e lontani di labbra liete, cinto il capo d’un cappello di rose rosse…<br />
«Oh veramente» sussurrava la folla, «è degna costei, superba e bella com’è, che si muoia d’amore per lei. Come dicono di languore e di van’amore sia morto nel suo letto il Signore delle Isole Lontane; e di ferro, poc’anzi, Artillaro…».<br />
In verità Antinisca era bella. Non, però, altrettanto superba, se fu vista correre verso Guerrino a ringraziarlo della salvezza; e con tanto slancio che di capo la corona di fiori le cadde e il nodo delle chiome le si disciolse sugli omeri, aggiungendo all’abbaglio del mezzogiorno un lume d’oro improvviso.<br />
Giunta a un passo dal cavaliere la donzella s’arrestò. Sorpresa da tanto diluvio, puerilmente cercava con le braccia di trattenerlo ma non sapeva… Finché, rossa rossa, non si risolse, per nascondere il turbamento del viso, di inginocchiarsi al guerriero e di baciargli la destra, cruenta ancora dai colpi dati e subiti. Piacque alla folla il gesto e ne nacque un applauso, ma lei ebbe appena anzi gli occhi cerulei agli occhi bruni del cavaliere, che un tremito grande la colse e una folgore la colpì sotto la tenue mammella: quasi un succo di maga le avesse invaso le vene.<br />
Una certezza all’istante la soggiogò: che mai sarebbe stata d’alcuno che non fosse quel barone. Né volle donnescamente serbare quel segreto dietro le labbra ma all’oste schierata e al popolo e alla corte tutta, e al padre suo stesso: «Ho trovato» gridò, «il mio uomo, signore e Dio. Di costui sarò sposa o morrò!».<br />
Mai Guerrino era stato tanto commosso, mai s’erano in lui scontrate a quel modo tante contrarie bufere: vergogna, pietà, imperioso proposito di condurre al fine la cerca del padre… ma anche vanagloria di essere amato e bramosia carnale, e abbandono languido della mente e dei sensi…<br />
Meno male che Babele s’intromise a quel punto fra lui e la donna con una cantafera delle sue:<br />
«Cuzco scergun tazuruska zimmaren!…» esclamò, facendo risuonare i sonagli della giubba, e da sé coronandosi giullare della futura regina.<br />
Ciò bastò con lo stupore e le risa che ne seguirono, perché il Meschino potesse sottrarsi senza dare risposta e raggiungere la sua tenda.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/gesualdo-bufalino/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L’EUROPA COME NUOVA IDEA DI “COSMOPOLITISMO” di Ulrich Beck</title>
		<link>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/cosmopolitismo-ulrich-beck/</link>
		<comments>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/cosmopolitismo-ulrich-beck/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 09:39:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rivista Origine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rivistaorigine.it/?p=1375</guid>
		<description><![CDATA[L’Unione Europea non è un “club cristiano”, si cerca solo di far diventare teoria una storia che non è vera. L’idea di una nazione etnica si sta riproponendo a livello europeo, ma se le identità sono esclusive, l’Europa diventa inevitabilmente un’idea impossibile, considerate le identità disomogenee presenti al proprio interno. L’Europa cosmopolita (concetto, questo, lanciato&#160;<a href="http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/cosmopolitismo-ulrich-beck/" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Unione Europea non è un “club cristiano”, si cerca solo di far diventare teoria una storia che non è vera. L’idea di una nazione etnica si sta riproponendo a livello europeo, ma se le identità sono esclusive, l’Europa diventa inevitabilmente un’idea impossibile, considerate le identità disomogenee presenti al proprio interno. L’Europa cosmopolita (concetto, questo, lanciato dopo il secondo conflitto mondiale contro l’Europa nazionalista) sta abbandonando il concetto di postmodernità; l’Europa cosmopolita è un progetto nato dalla resistenza, ed in effetti il cosmopolitismo è stato creato prima come una realtà che come una teoria.<br />
La memoria collettiva dell’olocausto costituisce un vero e proprio archivio del cosmopolitismo europeo; a tal proposito la Corte di Norimberga implica l’andare oltre lo stato nazionale.<br />
Esistono tre categorie di crimine: crimine contro la pace, crimine di guerra e crimine contro l’umanità. Mentre i primi due tipi di crimine presuppongono lo stato nazione, quello contro l’umanità sospende la presupposizione di stato nazione, dando vita ad un punto di vista cosmopolitico in forma legale. Noi oggi siamo soliti intendere criminali di guerra coloro che commettono crimini contro l’umanità. Se lo stato diventa criminale l’individuo che lo serve deve essere giudicato da un tribunale internazionale, implicando quindi un rivolgimento totale dei principi legali. In questo senso, la legge cosmopolita deve rompere la legge nazionale.<br />
L’Europa genera una genuina contraddizione europea interna. Il riconoscimento dell’umanità dell’altro implica necessariamente una nuova contrologica storica. La prospettiva nazionale non è in grado di comprendere la realtà europea: noi stiamo vivendo la realtà dell’Europa unita, ma le idee sono ancora basate sul vecchio stato nazione. È bene precisare che lo stato cosmopolita non nega lo stato nazione: la chiave è la separazione tra stato e nazione, così come lo stato fu separato dalla chiesa nella pace di Westfalia. Esiste la possibilità di far convivere diverse nazionalità, è proprio questa l’idea di Europa cosmopolita. Quest’ultima si ricaricherà politicamente fino a diventare una rivale per l’America globale.<br />
Per quanto riguarda la guerra in Iraq, il problema centrale su cui bisogna riflettere non è solo il petrolio, bensì la redistribuzione del potere. Le Nazioni Unite sono fondate sull’invulnerabilità dello stato nazione, ora ciò non è più possibile, anche se la globalizzazione ha prodotto problemi come il terrorismo e l’inquinamento. È possibile creare una nuova collettività, una coscienza globale che renda i vecchi standard mentali inadeguati. I confini nazionali oggi non funzionano più; la logica della legge diventa l’unico modo per le istituzioni di sostenere la sfida del cosmopolitismo.<br />
Il potere militare deve essere eliminato per riuscire a connettere veramente la realtà europea; riflettiamo invece sul fatto che gli americani cercano di costruire un impero solo sulla forza militare. La guerra in Iraq ha diviso l’Est dall’Europa. L’idea di un’Europa cosmopolita può essere efficacemente riassunta da questo slogan: “MOVE OVER AMERICA, EUROPE IS BACK”.<br />
Molti dei concetti come stato e nazione sono legati a degli aspetti nazionali: è dunque necessario criticare le categorie e costruire un nuovo quadro di riferimento; bisogna ridefinire i concetti attraverso un cosmopolitismo metodologico. La società civile americana è più forte dell’America stessa (l’America per certi versi è cosmopolita); lo stato deve essere trasformato a partire dalle sue istituzioni, politicamente ed economicamente.<br />
Cosmopolitismo è anche un concetto post-nazionale: si torna così ai concetti propri dell’Illuminismo: cittadino del cosmos e cittadino della polis; opposizioni inclusive vs. opposizioni esclusive.<br />
L’Europa è un paese di immigranti, il modello europeo deve essere quindi combinato con le singole identità. Come detto i confini nazionali non funzionano più, ed in conseguenza ai rischi globali che sono nati, il problema della sicurezza è diventato transnazionale. E’ possibile quindi una nuova logica, quella del “realismo cosmopolitico”, attuabile attraverso delle istituzioni transnazionali.<br />
Se prendiamo in considerazione il conflitto israeliano-palestinese, anche in quel caso è possibile l’applicazione del concetto di transnazionalità attraverso il riconoscimento dell’alterità dell’altro.<br />
L’idea di cosmopolitismo non è nuova; i membri dell’Unione Europea vivono un realismo cosmopolitico, derivante dalla divisione tra stato e nazione susseguente alla fine del secondo conflitto mondiale. Ciò ha portato però anche alla nascita di nuovi problemi transnazionali.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rivistaorigine.it/critica-letteraria/cosmopolitismo-ulrich-beck/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

