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DEL N. 2 CONVERSAZIONE CON UN PREMIO NOBEL di Michele Infante L’aula magna dell’Università è affollata: ammiratori, giornalisti, reporter. Saramago è circondato da una calca variegata di persone. Ha da poco terminato la sua conferenza. I giornalisti dei quotidiani, gli chiedono pareri sulla clonazione, sulla bioetica, sulla guerra. Cerco di farmi spazio tra la folla. Sono qui per l’intervista. - Anche tu vuoi chiedermi della guerra? - mi dice nel suo portoghese lento. - No, voglio parlare delle armi delle parole, di letteratura - ribatto. Sorride, mi dice di seguirlo. Sento gli sguardi invidiosi degli altri giornalisti. Attraversiamo l’atrio dell’Università. Saramago indossa un vestitino leggero color verde pisello, magro e snello si muove nella luce che filtra dalle finestre sul corridoio. - Michele Infante, direttore di “Origine” – mi presento. - Josè Saramago, scrittore. Ci accordiamo per usare lo spagnolo nell’intervista: il portoghese mi riesce troppo difficile. Saramago parla lentamente e in modo chiaro, osserva attentamente la copertina della rivista. Vorrei iniziare parlando del suo “Memoriale del Convento”, libro straordinario ed unico. Come è nata la struttura dell’opera, come l’ha sviluppata. Perché l’allegoria delle volontà, rappresentata dalle “nuvolette chiuse” sopra lo stomaco dei protagonisti? Volevo parlare di qualcosa che fosse spirituale ed allo stesso tempo concreto e materiale. Ero a Mafra e guardavo il Convento, alto, rigido con le sue mura pesanti. Contemporaneamente m'interessai alla storia di un prete, un teologo, che aveva fatto degli esperimenti per una macchina volante. Quale migliore allegoria per parlare di Dio e dello Spirito di un prete che cerca di volare? ![]() E allora perché proprio “le volontà”? Mi sono chiesto cosa avrebbe fatto volare la macchina. A quei tempi non c’era elettricità, né il petrolio, né il nucleare, né nessun'altra forma di energia. Cos’è che fa andare il mondo, che lo muove, che lo spinge? Cosa anima l’umanità? La volontà, appunto. L’allegoria usata quindi come strumento per dire altro, per trascendere il realismo di fondo della storia. Sì, perché l’allegoria non è un genere ma una necessità. Le armi delle parole, gli strumenti si concretizzano tutti nell’allegoria. Certo non è una necessità tout-court, ma può esserlo dal punto di vista letterario. Vi sono una serie di esempi della letteratura portoghese che ne chiariscono anche il suo radicamento culturale, si pensi all’allegoria del polipo usata per i difetti della società da padre Veiera. Una forma forse ingenua ma di grande presa sul pubblico. "Cecità", "Il Vangelo secondo Gesù Cristo", quali gli intenti allegorici? Con il Vangelo secondo Gesù Cristo termina la fase del romanzo storico e di ricerca dell’identità collettiva portoghese e inizia una nuova fase del mio lavoro. Nel Vangelo ad esempio ho voluto descrivere la statua, con Cecità sono voluto entrare nella pietra, dentro l’essere di pietra che non sa di essere tale. Con Cecità adotto l’allegoria come mezzo di comunicazione. Il mondo non è un luogo dove si può vivere con serenità e l’immagine teologica del mondo come Inferno ne è rappresentativa. L’allegoria rimane centrale quindi come strumento e tecnica narrativa? Certo. L’allegoria è il mezzo con cui il romanzo si innalza oltre il senso letterale per cogliere i grandi temi della vita e dell’esistenza. Tutti dobbiamo qualcosa a Kafka che ci ha insegnato a leggere oltre la pura realtà, indicandoci quasi una direzione. Anzi le dico di più, io sostituirei la semplice allegoria con l’allegoria di situazione. Invece di usare l’idea della bilancia per indicare la giustizia, o del polipo per il tradimento, scelgo un’allegoria basta su di una serie di elementi che sono il riflesso della realtà, come ho cercato di fare con la Caverna, che non è altro che un supermercato, ma allo stesso tempo anche allegoria di una situazione filosofica molto complessa. L’allegoria di situazione non vuole mascherare la realtà anzi il contrario, sottolinearla e renderla ancora più manifesta, chiara. Qualcuno parla di crisi del romanzo come genere letterario nella nostra società, cosa ne pensa lei? Il tempo del romanzo, almeno inteso in termini ottocenteschi è finito. Nel XIX secolo non vi erano altri mezzi d’informazione oltre al romanzo, ed infatti se ne scrivevano molti; nella società attuale il suo posto è stato occupato dal cinema e dalla TV, il romanzo però non è morto, è solo diventato più critico, ha perso la sua natura descrittiva e si è concentrato sulla sua capacità e valenza riflessiva. C’è sempre una maggiore vicinanza tra il romanzo ed il saggio. Il romanzo a poco a poco tende ad aprirsi alla scienza, alla tecnologia, al dramma, alla poesia. Non è più un genere letterario definito, ma uno spazio dove far confluire la summa dell’esperienza umana e la conoscenza: è come un oceano verso cui confluiscono diversi fiumi. ![]() "Cecità" sembra invece scritto secondo i canoni del romanzo tradizionale, potremmo definirlo quasi realista, lo è? Sì lo è, ma in un altro modo. In Cecità la storia è raccontata secondo le forme del romanzo tradizionale ma non ha un luogo specifico dove si svolge, c’è una sorta di nebbia, di rarefazione di tutte le connotazioni spazio-temporali. Qual’è il compito di uno scrittore oggi? Il lavoro di uno scrittore oggi non è tanto inventare ma reinventare. Più che creare nuove parole o significati bisogna ridare un senso alle parole, come avviene oggi con termini come “democrazia” e “diritti”, piuttosto che “amore” o altro. ![]() A tal proposito Kundera dice che un romanzo che non scopre una nuova parte di realtà è immorale, lei cosa pensa? Non sono d’accordo. Non esistono romanzi immorali. Il romanzo deve rinnovarsi e aprirsi una nuova strada tra la scienza e l’arte, lo scrittore può anche comunicare esclusivamente con immagini e metafore senza per questo falsare nessuna Verità, o senso del reale. A che cosa sta lavorando, ora? Ad un altro romanzo, che avrà un contenuto fortemente politico. Irrompe nella stanzetta assolata la calca dei giornalisti, la nostra conversazione è finita. Mi giro per stringere la mano allo scrittore per il commiato, ne ricevo gli auguri per la rivista e per tutti i lettori. . |
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