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DEL N. 2 CANTI ESILIANI di Ciro Vitiello E presso il bianco marinaio e presso il bianco marinaio tesa al sole ridi nello smeraldo di mare, la spiaggia è fremente di bagnanti, all’ombra la fontana zampilla armonie liete, e il lido è azzurro, e rumoroso: placido, fermo, premo, scatto, ti allontani, e non sei più. non è parola, no, neppure un palpito, è questa mia immagine che ti immagina, questo mio vero che ti invera. La ciocca di capelli la ciocca di capelli è sensibile mentre poso sulla stuoia di ciclamino, risorge il patto e la promessa: imprimo con lo spillo il sigillo nuovo, morire: passato è il tempo intero, le stagioni liberate e non usate, le sirene disperse nelle lusinghe che avvincevano e non avvincono vitali, tu, dall’enigma emersa, partita per un dolo, oh ciocca, chi sei! Ignoro tutto ciò che esiste ignoro tutto ciò che esiste tra misfatto e sangue, dalla pioggia al sole rovente, tra le raffiche dei venti o nella falda placida di neve: la densità somma della luce acceca e unifica, da questo porto aereo e lucente parta il vascello fantasma, carico di moine e di carezze per il povero clown stretto al tuo capestro: rinvigorita giovinezza, perfidia sei, non bellezza. Autunno, è l’ora autunno, è l’ora che l’anima si piega o si distende, alla tua costola si affigge, ed è la foglia che divide cielo e terra, l’acqua che colora gli spazi rispecchianti la tua veggenza: m’illumino dalla finestra sterminata, e sono in questo vano rivoli e filugelli, staccionate e capitelli, macerie e ossicini - è l’ulivo annodato alla noria che metto in moto - e torno vita. Riscrivo con l’iride riscrivo con l’iride i colori e le forme, al cospetto del Fattore plasmo l’argilla dell’ombra che mi sfugge e non lascia orma, rasento i lati dei monti, ascolto moine della Negra che m’attende, ed io non ho corda da tendere né rete di protezione però continuo ad innalzare il cavallo di Frisia al centro del cielo e provo e misuro il ritorno Ormai solitario ormai solitario non di creta grido la fame delle genti, la peste dei continenti, sollevo ponti sopra sponde da tempi a tempi, o alacre dardeggio sulle onde, tuttavia rovine e deserti pure stilo o è il binario della storia, questa letale scoria, questo finto amore, e sui petti umani dondola il pendolo. L’enigma ostruisce l’enigma ostruisce la felicità, non ho abracadabra, in accidia, abbarbicato al vertice, che mena il vento come lingua di fuoco novello, infondo acacie sullo zenit dei tropici, e vado all’ombra da un sole rovente, presso l’oasi mi aspetti inappagata, mia dimidiata: all’aria aperta, in stelle e lune, facciamo giunture e incidiamo sull’amuleto il monito. Apro l’epistola apro l’espistola con le sillabe sibilline, e accordo la tua carne con un fisarmonica a bocca, sotto la tenda del cielo complice stasera, e levo piramidi girate a nord mistiche e misteriose: sulla leggiadra costa, lassù, nella Versilia, quasi ai poli, più felice sono, dolce mia straniera, e godo, nella celeste stanza, il fremito di spore, e livelli equilibrio in bolla d’aria. L’ultimo sole di dicembre l’ultimo sole di dicembre rotola nel tuo occhio terso come la palla sfuggita dalle mani del bambino, discendendo le scale del museo, sotto la mina della burrasca imminente, mi vieni incerta nella sferza del nevischio prepotente, ma io rovino nella patinata luce, che mi accartoccia sul lembo della panchina come foglio in fiamma: è testamento l’ultimo retaggio. Ora che i profeti hanno ora che i profeti hanno fallito tutti i possibili auspici, che la baita è deserta sotto la neve, e nella tormenta ancora consisto e allungo il viso alla luce piana che scava la promessa certa, mi stacco, perché lo sguardo non regge più l’incantamento, dalla parola che evoca per sua forma il tormento: ora voglio finalmente bere un vinello in pace La caraffa di creta è lesionata, la caraffa di creta è lesionata, è vano cercare ciò che non esiste più, la bellezza stemperata in acute rughe, la meta che è caduta nel tempo inabitato, l’impronta della storia al valico dei tramonti, a notte avvoltolati in una magica sospensione, e la speranza di toccare l’intonso vertice. Sono bruciate le mie pupille da un fuoco che ancora scotta, nella cuna di luce. Sento che si esauriscono sento che si esauriscono le pile, il cammino è ancora lungo, e non so se la camera è sempre libera per me. In ogni dove la neve ha possessione delle forme e io sono così lieve che non imprimo più le mie orme: e davanti all’infinito, rasserenato come albero secco, soltanto godo l’universo che in me si stampa, caldo è il soffio di nuova primavera. Dal cespuglio sabbioso dal cespuglio sabbioso non serpa striscia, né lepre si affaccia, ma la tua mano, il tuo anello che splende al sole, mi invoca ed io subito stordito, quasi stolido, sbando, è il mondo a precipitare lungamente nell’oblio, nell’estasi di una voluttà struggente come il risucchio della tramontana là presso la colonna romana: nel silenzio fummo sposi. Altri destini segnano altri destini segnano rogiti di accordi che la vita ha sconvolto, è la piccola estranea, venuta di lontano con astuti passi, sensuale corpo, intriso di lamenti e di catene, a darmi scossa, dolcezza del dolore, affanno: morire, dileguare non è bastante, tutto voglio inocularmi in quella maliosa creatura che tocca gli oscuri segreti del mio spirito turbato. In un velo di odori in un velo di odori pungenti, al ciglio d’una strada disseccata, mi squarcia il petto Chimera, voce ancora vera, e pure i miei occhi sono cieli vuoti, grigi, persi: dove vado, non so nulla, certo vado in qualche luogo, come segna, nel riguardo, l’obliquo tempo. Non è peso, non è speranza, come noia, come accidia, sta crudele la creta Indifferenza O acqua, polvere d’acqua o acqua, polvere d’acqua, oh rifrangenze di pallori e di raggi, o diffusa Agni, brulichio di scintille nelle visceri del teste, che sono, intrappolato tra paratie della mente, l’orgia taglia la lama luminosa, il pensiero acuminato come acciaio, e in questa lucentissima vanità di paesaggi fa la trasparenza ulteriore consunzione, complice il sole che nell’acqua si scioglie. Tute le cose volgono tutte le cose volgono alla fine, tra rotaie giace superbo il falco, schiacciato sta il lombrico, secco il ciliegio sulla collina, la pozzanghera s’asciuga al sole, l’erbivendolo è al rantolo: continua sempre e respira, Natura, che riporti il vento e il suo profumo, il mio aereo emigrare in terre verginali, alle isole del paradiso, lidi immacolati e acque memoranti. Non ho viso, non ho non ho viso, non ho mani dall’abisso all’immensità, la parola se ne vola, si dilegua in qualche incavo della candida Galassia. diviso, io, polvere già invisibile, leggenda germinale, tocca dio e scappa via, per riprendere il suo cantico: sorge il sole, in qualche luogo, vive l’albero, s’informa il fango, la mente è tondo fondo, la mela rosso fiamma, e io? . . |
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