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DEL N. 2 BOXEUR di Michele Infante Era l’estate del 1967. Rossano Calabro era minacciata dalla siccità, i campi bruciacchiati e la gente con fagotti e valige affollava l’atrio della stazione: Germania o America, ovunque, pur di lavorare. Indifferenza post-diploma, decisione da prendere in fretta, cosa fare ora? Chiedere a mio padre di mandarmi all’Università, con tutto il lavoro che c’era da fare nei campi? A tavola sedevamo solo la sera al ritorno dal lavoro. Mio padre mangiava a torso nudo, ingurgitava il cibo con la sua barba folta ancora impastata di terra. A capotavola sedeva mio nonno. Si discuteva il mio futuro. Il ragazzo ha testa, diceva mio nonno. Dobbiamo mandarlo all’Università. I soldi? Ho la pensione, che me ne faccio io della pensione, ho ancora le braccia buone. I muscoli del collo tesi come un toro, una giugulare che si faceva rossa nelle discussioni. Mio nonno, sessantasette anni e ancora la forza di un giovanotto, ancora ricercato da mastro Nicola come bracciante, più veloce nei filari degli operai di trent’anni. E quando non ce la dovessi fare più, diceva, con quelle labbra rossicce e bruciate dal sole d’estate e dal gelo in inverno, mi butto giù dalla scarpata grande, dove c’è la vigna, e la faccio finita. Ecco: gli faccio la delega subito, non voglio un soldo, se la va a ritirare lui stesso la pensione, a Roma o dove vuole, basta che trovi un ufficio postale, non farà il signore ma ci camperà. Sarà stato perché portavo il suo nome, primo nipote maschio, stesso nome, stesso cognome, una sorta di “lui” più giovane, “lui” - che a ventun anni non aveva più un padre, e nonostante tutto aveva tirato su, da solo, tutta la famiglia: sei tra fratelli e sorelle. Sarà stato perché mi voleva bene, e non voleva lasciarmi in sorte la dura vita di bracciante, eredità di suo padre, e del padre di suo padre. Sarà stato perché pensava che un pezzo di carta attaccato alla parete è pur sempre un pezzo di carta, e quelli che ce l’avevano avevano fatto una vita migliore della sua. Sarà stato perché è giusto, normale, umano volere un futuro migliore anche per il proprio cane: di certo, non lo so. So solo che infine con i primi acquazzoni d’autunno, mio padre, sbatté la mano sul tavolo e acconsentì. Due giorni dopo ero su un treno per Roma. Appena arrivato affittai una stanza nella zona dell’Università, dalle parti di San Lorenzo, e iniziai a seguire i corsi. La mattina mi alzavo presto, entravo nelle aule affollate e mi sedevo ai primi banchi. Tiravo fuori i miei quaderni, mettevo la data e il nome del professore con la penna rossa in alto e poi ordinatamente prendevo nota, appunti pieni di parole come "regolamento", “legge”, “codici". La sera rileggevo i libri di testo, e a volte andavo anche in biblioteca a consultarne degli altri. Andò bene per qualche settimana. Una mattina arrivai in aula ma non c’era lezione: attività didattica sospesa, caciara e striscioni. Iniziai a studiare da solo, ma non potevo più andare in biblioteca, chiusa anche quella. Manganellate dai poliziotti della Celere. Si chiamavano “Celere” perché quando c’era da darle accorrevano subito. Aule occupate da puzza di spinelli e corpi ubriachi la notte, un vocio infernale di giorno. Strilla, urla, scontri, manifestazioni e sit-in; sulle scale della Facoltà di Lettere striscioni rosso sangue: “un altro mondo è possibile”, “via i fascisti dall’università”. Poi arrivò la sessione d’esame estiva: scioperi, cortei, contestazione, uno studente sputò in faccia ad un professore, la sessione saltò. Saltò anche quella autunnale. Studiavo per i soliti due esami da più di un anno e a casa non avevo il coraggio di dire che non ne avevo dato neanche uno. Il peggio venne quando tornai per le vacanze estive, e mio nonno mi chiese come andava con l’Università: dovevate vederlo, quelle mani callose, la schiena ancora curva, svegliarsi alle cinque e mezza di mattina alla sua età. Dicevano di lottare per il diritto allo studio, per permettere a tutti, di ogni classe sociale, di poter frequentare l’Università: “istruzione per tutti”, “consapevolezza e coscienza di classe”, “sapere per tutti”. Si facevano discorsi pieni zeppi di parole come “marxismo”, “leninismo”, “comunismo”. Ci provai per un po’ a capirli: si svegliavano a mezzogiorno, e dai “quartieri bene” venivano a fare la loro lotta allo Stato, arrabbiati contro “il sistema”. Eppure i loro padri erano alti dirigenti e funzionari di quello stesso Stato che combattevano, e gli regalavano auto con stereo ultimo modello e giubbotti di pelle stile londinese. Fu allora che iniziai ad allenarmi alla palestra popolare di San Lorenzo, un paio di sacchi che pendono dal soffitto, un ring più piccolo di quello professionale: ero maledettamente arrabbiato. La pensione del nonno: poche lire, giusto affitto e colazione, per un pasto completo dovevo andare alla mensa universitaria, con poche lire mangiavi e poi se glielo chiedevi ti davano anche il bis. Dio mio, avevo una maledetta fame! Poi naturalmente chiusero e occuparono anche le mense, all’inizio cercarono di auto-gestirle, con patetiche collette per raccogliere fondi, ma presto le scorte si esaurirono: prima frutta e verdura, poi la carne, poi la pasta, infine non rimase più niente. Tanto, la maggior parte di quelli aveva dove mangiare. Iniziai a sentirmi debole, ma la mia rabbia aumentando sopperiva alla scarsità delle forze, e il sacco dondolava sul gancio che quasi lo staccavo dal soffitto. Il mio allenatore si accorse che ero sempre più magro, e penso volle farmi un piacere, tre incontri ed un po’ di soldi, perdessi o vincessi, non contava, mi avrebbero dato abbastanza per mangiare, in attesa che riprendesse l’attività accademica. Ormai sapevo a memoria il libro di Istituzione di Diritto Romano e quello di Costituzionale. Accettai. Sul ring immaginavo sempre che i miei avversari fossero quei fighettini e figli di papà, che non mi permettevano di studiare, e poi pensavo a mio nonno: non al suo volto o alla sua faccia, ma alla sua schiena pelosa, alla tarda gobba che zappare la terra gli faceva crescere come una collina brulla. I miei avversari andarono giù come mosche, in fondo ero un maledetto contadino, bruto e arrabbiato, e non me ne fregava nulla di tecniche, colpi, mosse e contromosse, ci davo dentro con tutto quello che avevo. I miei avversari? Tizi con l’hobby di dare pugni, per mantenersi in forma, perché faceva fico con le donne. Bah! Giù. Un giornalino di quartiere mi diede una pagina intera sullo sport, “la furia calabrese, tre K.O. nei primi tre match” e giù frasi tipo “l’astro nascente”, “la giovane promessa”, eccetera. Il mio allenatore me lo disse chiaramente: “Non sai boxare. A questi livelli fai ancora la tua figura, ma i professionisti ti gonfieranno come una zampogna, quante ne prenderai figlio mio”. Lo sapevo che aveva ragione lui ma volli lo stesso fare un incontro da professionista. Perché ci avevo preso gusto. Perché un po’ di soldi fanno sempre comodo. E soprattutto perché il tempo passava, l’università rimaneva occupata ed io ero sempre più arrabbiato. Ero sul ring, ma stavolta contro un avversario vero e prendevo tanti di quei pugni che era come starsene sotto una grandinata di pezzi di ghiaccio. Cercavo di colpire. La stessa foga, la stessa forza: ma niente. Schivava, parava, si svincolava, non lo presi una volta. Mi colpì duro, ma senza troppo foga o impegno. E allora capii, che aveva pietà di me: e fu peggio. I miei pensieri incominciarono ad andare giù e su. Stordito, vedevo il mio paese, mio padre, la mia casa, il lungomare di Rossano, le terrazze con viti ed ulivi. Ricordi di me in pantaloncini corti a caccia di ragni sugli scogli, a giocare a pallone sulla spiaggia. Io sul ciuccio di mio nonno, la vendemmia, le partite di carte delle notti natalizie, lunghe, interminabili come le bevute, le risate, gli sfottò. Un altro destro, colpi alla cintola. L’immagine sbiadita della mia ragazza, Sofia, conosciuta nei primi mesi di università. Abitava al centro, fumava hascisc come una turca, faceva parte del coordinamento universitario per i diritti delle donne, sempre lì con le mani aperte a disegnare con le dita nell’aria una figa gigante. Teneva lezioni auto-gestite nell’università occupata, commentando i giornali in chiave marxista, “per una maggiore consapevolezza di classe e dell’opinione pubblica”. Io non avevo alcuna opinione, né comunista né fascista, né di destra né di sinistra, né cattolico né maoista. Mio nonno me lo diceva: “la politica è un lusso per chi ha tempo da perdere, l’uno o l’altro tanto per noi sarà sempre lo stesso”. Lui mi colpiva ed io non capivo perché non riuscivo a prenderlo. Nemmeno un gancio, niente. Devo cercare di muovermi, agile sulle gambe. Devo essere lucido. Non devo pensare a sciocchezze. Devo dare potenza al destro! Devo cercare di dargliele! Il mio avversario saltellava tranquillo. Poi affondava, tanto per assaggiare la mia carne. Ma stavolta tutti i miei pensieri erano rivolti a Sofia. La stronza poco prima del match: capelli chiari, labbra sottili, e quel modo di agitare la sigaretta che mi innervosiva. La puzza di sudore dello spogliatoio e discorsi stupidi da innamorati. - Se non mi ammazza di botte, ti sposo. - Non lo voglio uno storpio o un imbecille, vedi di non farti ridurre ad un rottame. Lo diceva ridendo, aggiungendo, che anche lei si considerava una lottatrice. - Io ti sposo lo stesso! - Non ci credo al matrimonio. Il matrimonio è un’istituzione borghese, superata. - E a cosa credi? - Non lo so. Nei rapporti di coppia: la rivoluzione sessuale è l’unica forma di opposizione al regime borghese. E’ stata la Chiesa ad imporre dei freni, che poi ha chiamato valori. I loro valori non sono altro che maschere per le costrizioni alla libertà di vivere con pienezza la propria sessualità - parlava con stampato in faccia quel suo riso innaturale, un misto di derisione e schifo - valori: valori, ah!, ecco come chiamano le loro gabbie mentali! - E quali sono invece, i tuoi valori? Mi scaglia addosso il mozzicone della sigaretta. Arrabbiata e infervorata. - Non capisci mai un cazzo! Si era vero. Io se solo ci pensavo, mi veniva una rabbia cieca, lei con un altro! E giù altre botte: più pensavo, più abbassavo la guardia, più le prendevo. La testa rintronava sotto i colpi mentre i miei pensieri iniziavano a contorcersi e mischiarsi, come in un frullatore. Vedevo Sofia trasformarsi in un enorme insetto peloso, uno di quei ragni che ti uccidono dopo l’accoppiamento, mi attirava a se, ma niente sesso, a quelli come Sofia il sesso non interessava, spreco di energie rivoluzionarie, sempre troppo fatti, troppo mosci. Andai all’angolo, cercai le corde, mi chiusi, incassai. Il mio allenatore agitava la spugna, per lui ne avevo avute abbastanza. Gli feci segno di voler continuare. Ero lì e gli studenti in nome del diritto agli studi non mi facevano studiare; criticavano lo stato borghese, ma prendevano i soldi dalle loro famiglie borghesi; la mia ragazza voleva scopare con gli altri per affermare la propria individualità, e tutti volevano cambiare il mondo sbronzandosi, fumando marijuana ed ascoltando musica rock inglese, la musica degli “Scarafaggi” o delle “Pietre Rullanti”, come si chiamavano i loro miti, i loro simboli, quello con cui si stordivano i timpani. Fu allora che andai incontro ai pugni perché non riuscivo a capire. Perché i pugni li sentivo, erano il dolore, il sudore, la fatica di sempre e di una vita. Andai a terra su di un gancio ben assestato alle tempie. Assaporai il tappeto di gomma del ring. Il tappeto del ring non sapeva di niente. Ora Sofia era di fronte a me. Potevo vederne il profilo dietro le corde del ring, era un ragno senza nessuna ragnatela a cui aggrapparsi. Mi dovettero portare via in barella. Dopo quell’incontro mi lasciai sopravvivere chiuso nella mia stanzetta di San Lorenzo, non uscii più, non andai né più agli allenamenti, né all’università. Dormivo la maggior parte del tempo, uscivo solo per comprare qualcosa da mangiare la sera, pochi minuti prima che i negozi chiudessero. La notte a volte girovagavo un po’ per la città. Poi non so come, un giorno mi trovai a Villa Borghese. Strilla, urla, sirene della polizia. Giù alle scalinate di Valle Giulia, c’era una manifestazione: poliziotti con scudo, manganelli e lacrimogeni da una parte, studenti, bandiere e contestatori dall’altra. E mi tornò la rabbia. Scelsi una delle due parti, quella che mi sembrava più forte. Aggirai la barriera di poliziotti, piombai su uno di essi alle spalle, e lo aggredii, ci diedi dentro di brutto, feroce. Botte violente, gratuite e insensate. Questo tipo l’avrei voluto ammazzare. Si salvò a stento, i colleghi che erano al suo fianco, mi picchiarono, fino a quando mi colò il sangue sulla faccia, fino a quando persi conoscenza. Ora non ricordo, mi devono aver rotto qualcosa o due. Rimasi tre mesi in ospedale. Avvertirono i miei, giù in Calabria, ma non venne nessuno. Appena fui in grado di alzarmi dal letto, mi portarono in cella. Al processo per direttissima mi condannarono a sei anni di prigione e mi misero in una cella con certi tizi tutti tatuati. Scontai tre o quattro mesi, poi ci fu una specie di amnistia. Dissero, tu puoi uscire, vai. Stavo fuori dal portone del carcere e non capivo, già mi ero rassegnato ai miei sei anni sacrosanti, il poliziotto, aveva detto il mio avvocato, è conciato davvero male, mi sa che ci rimane sulla sedia a rotelle, quello ha moglie e due figli, poveraccio, e lui per primo mentre parlava mi odiava, glielo leggevo in faccia. E ora ritornavo libero. Né dall’una né dall’altra parte delle barricate ci capivo nulla. Una volta fuori, ritirai la pensione del nonno. E pagai l’affitto arretrato della stanza che nel frattempo era rimasta vuota. Mi rimasero appena i soldi, per mangiare un paio giorni. Poi avevo bisogno di vagare, forse era stato il carcere, dovevo starmene a cazzeggiare con sopra la testa il cielo libero e le nuvole, avevo questa fissazione nel cervello. E poi avevo pure questa camera sporca, con lattine, briciole e immondizia sul pavimento, ma non potevo starmene in casa. Semplicemente non ce la facevo a stare fermo. Per necessità o caso, un giorno entrai nelle mensa della Caritas di via Marsala, vicino alla stazione Termini. C’erano questi barboni, quelli veri intendo, gente con storie davvero straordinarie, tristi, infelici, che cazzata quelli che dicono che uno fa il barbone per scelta: gratta gratta, ognuno ha il suo marcio, e per lo più li capivo: disturbi mentali, manie di persecuzione, emigranti troppo fiacchi per lavorare, individui con la loro logica e la loro puzza. Dopo qualche giorno, mentre vagabondavo nella zona dell’Università incontrai Sofia. La stronza sorrideva raggiante. Non disse né come stai, né che fine hai fatto, né sono preoccupata per te, che forse era troppo preoccupata per gli altri studenti, per i diritti degli altri. Era stata approvata una legge che istituiva dei consigli di Facoltà misti, composti sia da studenti che da docenti, lei ora era stata eletta rappresentante degli studenti in uno di questi collegi. Disse che se volevo mi avrebbe fatto prendere tutti gli esami con il diciotto politico, parlava di amici suoi che erano riusciti a laurearsi con una sfilza di questi diciotto politici. La guardai. Era il momento di tornare a casa. Sapevo che non mi aveva mai amato, né mi ero mai illuso di capirla, lei ed i suoi amici. Mi sarei accontentato che mi fosse stata accanto, che mi avesse fatto sentire meno solo in questa cavolo di città anonima. Ci vediamo, ora, devo andare - dissi io. Dove vai? Che vai a fare? - mi chiese. Aveva gli occhi di cerbiatto e la voce da merlo. Silenzio. Ciao - dissi io. Ciao - disse lei. Salii sul primo treno che andava verso sud. Quando passò il controllore non disse niente, né favorisca il biglietto né nulla, ero un barbone come un altro, e non avevo casa, patria, radici. Facevo schifo o pietà, non so. A casa mia mi guardarono come se fossi uscito per andare a comprare le sigarette giù in paese e poi fossi rincasato dopo mezz’oretta. Nessuno disse niente. Né una parola, né un accenno a Roma, all’Università, a quei due anni. Il mattino dopo mi alzai alle cinque e mezza e andai alla vigna, preparai la macchina, e spruzzai di verderame tutte le viti. Con i piedi mossi la terra rossiccia, morbida e fertile, e ce li ficcai dentro. Mio nonno era morto qualche mese prima, di me non parlava mai. . |
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